Nicholas Serota lascia la Tate Gallery: il direttore se ne va dopo quasi 30 anni

Alla guida di una delle istituzioni più importanti di Londra dal 1988, Serota si dimette per assumere la carica di direttore dell’Arts Council England, dipartimento che decide gli investimenti pubblici in campo culturale

Nicholas Serota davanti a Cage 4, di Gerhard Richter

Quando è diventato direttore c’era ancora il Muro di Berlino. Un regno lunghissimo quello di Sir Nicholas Andrew Serota, londinese classe 1946, dal 1988 alla guida della Tate Gallery, che ha contribuito a far crescere in modo decisivo come polo culturale unico sulla scena internazionale. Curando mostre considerate epocali per l’istituzione, come la grande retrospettiva di Cy Twombly nel 2008 e Panorama di Gerhard Richter tre anni più tardi; firmando l’apertura di Tate St. Ives, in Cornovaglia, nel 1993 e soprattutto della Tate Modern nel 2000. Dopo quasi trent’anni in sella, per Serota arriva ora il momento dell’addio: è di queste ore l’annuncio delle sue dimissioni, effettive a decorrere dal gennaio 2017, senza che al momento ci siano rumors su chi prenderà il suo posto. Un fulmine a ciel sereno, che carica di elettricità un’atmosfera, quella dei musei londinesi, già frizzantina: come dimostra il recentissimo polemico addio di Martin Roth alla direzione del Victoria & Albert Museum. Un caso, questo decisamente diverso rispetto a quello della Tate. E per Serota, già curatore della Hayward Gallery, e poi direttore del Museum of Modern Art di Oxford (1973 – 1976) e della Whitechapel Art Gallery (dal ’76 all’88), il momento della pensione sembra ancora piuttosto lontano.

DALLA TATE ALL’ARTS COUNCIL
Dal prossimo mese di febbraio Serota sostituirà infatti Peter Bazalgette nella carica di direttore dell’Arts Council England, il dipartimento statale che determina l’erogazione di fondi pubblici alla cultura – per il solo territorio dell’Inghilterra, dopo che nel 1994 il preesistente ufficio che sovrintendeva a tutta la Gran Bretagna è stato spezzato in tre organismi diversi, al lavoro su aree territoriali distinte. Una grande sfida, a maggior ragione se consideriamo i tagli che l’Arts Council, finanziato grazie a una fetta dei proventi delle lotterie di Stato, ha subito negli ultimi anni: la BBC parla di una sforbiciata al budget del 36% dal 2010 ad oggi, con 30 milioni di sterline decurtati solo nell’ultimo anno.
Riuscirà Serota a fare le nozze con i fichi secchi?

http://www.tate.org.uk/

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4 COMMENTS

  1. Vorrei capire come può essere epocale una mostra di Cy Twombly o di Gerhard Richter, due artisti che hanno prodotto opere di buona qualità, ma nulla di significativo, e che nelle prossime epoche pochi ricorderanno, forse sarebbe più utile evidenziare come questa gestione trentennale sia un ottimo esempio di gestione dittatoriale che ha prodotto una macchina ad uso turistico che macina ingressi gratuiti, sbandierati con musei che fanno pagare un biglietto, e sostenuta da un manipolo di audaci gallerie locali che la usano per promuovere i loro artisti.

    • Nel Regno Unito è gratuito l’ingresso in tutti i musei nazionali, mentre si paga per le mostre temporanee. Sul lavoro di Serota e degli artisti citati non mi esprimo in questa sede. Faccio soltanto presente che in Italia i numeri della Tate Modern non li fai nemmeno se ti organizzi con i rastrellamenti.

      • Dai sei mai stato alla Tate Modern capisco la Britan ma la Modern è proprio mediocre, le mostre temporane di ottima qualità, ma quasi sempre dei pacchetti promozionali,(ragioniamo anche sul fatto ache a Londra se fa brutto dove puoi andare.. gli spazi come la Tate sono perfettti, c’è il bar i servizi e se non sai cosa fare mentre aspetti un amico ti fai un girom (infatti guarda un poco come hanno allestito la nuova area..) a proposito hai visto la polemica sui guardoni??))) poi per la serie i numeri fanno qualità… dai per cortesia i numeri fanno turismo, l’italia straborda di turismo in certe aree (vedi problema venezia o firenze) mentre in altre è quasi un deserto, quasi sempre più per le pessime gestioni (sia pubbliche che private), vedo qui nel mio territorio con grande potenziale (come tutta l’Italia) ma gestioni interessate e miopi, per l’arte contemporanea ritengo che non ha senso spendere denaro pubblico è chiaro a tutti che sono mostre promosse da gallerie che poi ci guadagnano sul venduto, per cui privatizzerei tutto e farei un discorso diverso per far cresce le energie territoriali tanto più che l’arte oramai è sempre più spettacolo e intrattenimento e ben poca cultura (anzi è ovvio che il termine cultura non esiste più…)

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