Nessun effetto Guggenheim Bilbao per il Louvre-Lens. Ecco le ragioni di un fallimento

Fra le cause del flop la posizione eccentrica del museo rispetto alla città, un’architettura, quella ideata da Sanaa, non iconica come quella di Gehry a Bilbao, un concept museale poco convincente

Il Louvre-Lens
Il Louvre-Lens

Se il noto detto popolare dice che “una rondine non fa primavera”, nell’ambito artistico potrebbe essere trasposto in “un museo in provincia non fa il successo del Guggenheim a Bilbao”. Queste, in sintesi, la conclusioni dell’analisi del caso Louvre-Lens pubblicata su Le Monde da Jean-Michel Tobelem, dottore di ricerca in scienza del management e professore associato presso l’Università di Parigi I Panthéon-Sorbonne. Uno studio impietoso, che riassume in 10 punti le ragioni per cui il la branche del colosso parigino nella regione di Calais non sta al momento replicando i successi registrati dalla filiale basca del network americano. Lo studioso parla senza mezzi termini di fallimento: con una partecipazione del pubblico in calo, nonostante la gratuità dell’esposizione permanente, con mostre temporanee che attirano sempre meno visitatori, con un impatto economico deludente.

PESA ANCHE L’OSTILITÀ DEGLI ALTRI MUSEI REGIONALI
Le cause dell’impasse? Fra questa Tobelem include ad esempio la ridotta potenzialità attrattiva della città, la posizione eccentrica del museo, che ostacola nel promuovere il centro di Lens, con la conseguente necessità di un servizio navetta dalla stazione e la percezione di un’istituzione estranea, un’architettura, ideata dal pur celebre studio Sanaa, che non riesce a bissare il fenomeno Gehry a Bilbao. E poi un concept museale poco convincente, esposizioni troppo simili a quelle presentate a Parigi, al Louvre o il Grand Palais, senza sufficiente considerazione dell’ambiente in cui è inserito il museo, una politica turistica ancora in evoluzione, e gli effetti negativi sul tessuto museale regionale, con la sensazione che la creazione del Louvre-Lens sia andata a discapito dei finanziamenti per i circa 40 musei già esistenti nel territorio. Qualunquismo? No, perché lo studioso tratteggia anche i suoi suggerimenti per un’inversione di rotta, fra cui un maggiore ancoraggio del museo nell’ambiente con la sua vocazione mineraria, la creazione di una rete con altri musei della zona, un miglioramento dei collegamenti con Lille.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.