Il sassolino nella scarpa. Venezia rischia di uscire dalla lista del Patrimonio Protetto Unesco? Magari…

Come è possibile seriamente chiedere “il fermo di qualsiasi nuovo progetto infrastrutturale”? Ma nessuno, sulla stampa e fra le associazioni, segnala l’assurdità e l’inutilità delle uscite dell’organismo sovranazionale

Gianni Berengo Gardin, Mostri a Venezia, 2013, courtesy of Fondazione Forma, Milano
Gianni Berengo Gardin, Mostri a Venezia, 2013, courtesy of Fondazione Forma, Milano

Anche se gli eventi di Nizza dominano com’è giusto e auspicabile le cronache, i giornali italiani di oggi – quasi tutti – non si lasciano sfuggire l’occasione di mettere becco su un argomento che garantisce sicuramente audience. Ma nel contempo forniscono una nuova dimostrazione della superficialità che troppo spesso segna l’informazione italiana, mista a qualunquismo mascherato da finto e comunque specioso “impegno”. L’argomento riguarda Venezia, città sempre nel cuore di tutti: come lo sono i suoi annosi problemi, l’impossibile difesa dall’acqua alta, la difficoltosa conservazione dei mille tesori, la gestione di flussi turistici incontrollabili. Ma è lo spunto per cui se ne parla oggi, ad essere viziato e vizioso: perché se ne parla – e come ti sbagli? – a seguito di “perentorie” e “minacciose” dichiarazioni dell’Unesco.

UNA FATWA CONTRO POLITICI E AMMINISTRATORI
Quell’organismo sovranazionale – ne parlavamo nei giorni scorsi – deputato genericamente alla protezione del patrimonio culturale mondiale, attualmente riunito per ben 11 giorni a Istanbul per esaminare 29 richieste di inserimento nella lista del Patrimonio Protetto, che già conta oltre mille siti. E che ha però trovato il tempo per lanciare la sua fatwa contro politici e amministratori responsabili della salvaguardia di Venezia: con una tonitruante “risoluzione” che chiede “il fermo di qualsiasi nuovo progetto infrastrutturale, un documento ‘legale’ che introduca la proibizione alla grandi navi passeggeri e commerciali di entrare in Laguna, l’introduzione di limiti nel traffico acqueo (di velocità, e nel tipo di scafi e imbarcazioni) in città e in Laguna e una strategia efficace per un turismo sostenibile”.

Navi da crociera dentro Venezia
Navi da crociera dentro Venezia

SOLO ACRITICI ALLARMI SULLA STAMPA ITALIANA
Minacciando, in difetto di provvedimenti in queste direzioni, l’inserimento di Venezia nella propria Danger List, ed eventualmente di cancellare Venezia e la sua Laguna dalla lista dei siti patrimonio mondiale dell’umanità. Una minaccia ridicola, che in questi termini ci fa gridare: magari! Visto che con l’irrazionalità e la prosopopea che da sempre caratterizzano le uscite dell’Unesco, si mischiano allegramente posizioni condivisibili – la soluzione delle navi da crociera nel bacino di San Marco – con petizioni che dire ridicole è poco: come può qualcuno seriamente chiedere “il fermo di qualsiasi nuovo progetto infrastrutturale”? Che significa concretamente? Ibernare una città che ospita ogni anno decine di milioni di persone? Ma la stampa italiana – attizzata anche dal rilancio di Italia Nostra, associazione ormai specializzata nello scegliere le posizioni più errate e fanatiche davanti a qualsiasi problema – è piena solo di acritici allarmi: “L’Unesco processa Venezia”, “Ultimatum dell’Unesco”, “Il governo si muova”, “Venezia finirà nella nostra lista nera“.

MINACCE PRIVE DI SANZIONE
Lo ribadiamo, a scanso di equivoci: molti dei problemi sollevati sono reali, concreti e condivisibili, anche se si tratta di questioni note da tempo. Altri sono improponibili. Ma soprattutto la domanda che si pone è la seguente: ma il ruolo dell’Unesco si limita a questo? A riformulare periodicamente generiche lagnanze su problemi scottanti, sui quali già esistono da anni fior di professionisti che cercano di lavorare? Quali sono le soluzioni proposte? E di conseguenza, in queste condizioni – accettiamo di definirle allarmanti – quali vantaggi derivano a Venezia dall’essere inserita nel fatidico Patrimonio Protetto? Nessuna di queste domande compare sui giornali, allineati in una posizione di semplici vetrine per parole vuote. Se l’Unesco non garantisce un impegno attivo di fronte ai problemi che solleva, ne consegue che non potrà erogare sanzioni in caso di inadempienza. E chiunque abbia anche sommari rudimenti di giurisprudenza, sa bene che una minaccia – anche di legge – che non preveda sanzioni perde ogni efficacia. Per questo, se Venezia uscirà dall’Unesco avrà solo il vantaggio di risparmiarsi queste periodiche lamentazioni. Anzi, auguriamoci che anche altre città, a partire da Roma, abbiano la stessa sorte: la capitale, ad esempio, vede da anni umiliato e vilipeso il suo patrimonio a causa di corruzione, clientele e malgoverno. Ma dall’Unesco neppure un piccolo appunto.

Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.