La svolta “corretta” degli Oscar. Donne e minoranze etniche entrano in massa nell’Academy of Motion Picture

46% di donne e 41% di rappresentanti delle minoranze etniche fra i nuovi giurati per il 2017. E l’accademia vieta anche i party a base di caviale e champagne

La cerimonia degli Oscar 2016
La cerimonia degli Oscar 2016

Molti accoglieranno la notizia con soddisfazione, qualcuno un po’ meno, cogliendovi un certo sentore di politically correct che non è del tutto estraneo all’America di Obama. Un fatto è certo: dopo quasi 90 anni di onorato servizio, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences – ovvero l’accademia hollywoodiana che assegna annualmente i premi Oscar – si è decisa a darsi una bella rinfrescata. Decisive – per un’istituzione nota per il proprio conservatorismo – le roventi polemiche scoppiate prima dell’edizione degli Oscar 2016, con le accuse di sessismo nella composizione delle giurie e di discriminazione razziale nei premi: tutti e venti gli attori e le attrici che ottennero la nomination come protagonisti o non protagonisti erano bianchi, stessa situazione dell’anno precedente. Tanto che il regista Spike Lee per protesta annunciò la sua diserzione alla cerimonia degli Oscar.

VIETATI AI GIURATI I PARTY TROPPO LUSSUOSI
Ora la svolta, con la scelta dei 683 nuovi membri cooptati nell’Accademia che quindi nel 2017 parteciperanno alle votazioni per gli Oscar. Tra di loro, stando alle statistiche fornite dalla stessa Accademia, il 46% è costituito da donne e il 41% da minoranze etniche, fra asiatici, latini o afroamericani. Una rivoluzione? Forse solo un segnale, visto che le proporzioni sul totale dei membri dell’Academy vedono sempre le minoranze fra l’8 e l’11%, e le donne fra il 25 e il 27%. Ma entro il 2020, il board dell’Academy si è impegnato a raddoppiare il numero di donne e di rappresentanti delle minoranze etniche. Le novità in arrivo a Hollywood non si limitano però solo a questioni percentuali: e ce ne sono alcune che sfiorano il comico. Come il divieto per i giurati a partecipare a party troppo lussuosi, spesso organizzati dalle major col fine di influenzare in qualche misura le votazioni. E tutti ora si scatenano nell’interpretazione: cosa si intende per “lussuoso”? Caviale e champagne al bando, tartine e chardonnay ammessi?

Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.