Un rito del fuoco per esorcizzare il colonialismo all’italiana. Lee “Scratch” Perry, leggenda del dub, protagonista del video in fieri che Invernomuto portano al Milano Film Festival

C’era una volta un ragazzo. Gli mettono in mano un moschetto e lo spediscono a migliaia di chilometri da casa. Gli dicono che deve prendersi un pezzo di terra, strapparlo al potere di un imperatore fatalmente malvagio. Lui, invece, si prende una pallottola: lo rimandano in patria. E al paese trova ad attenderlo, insieme a […]

Lee "Scratch" Perry - foto Moira Ricci

C’era una volta un ragazzo. Gli mettono in mano un moschetto e lo spediscono a migliaia di chilometri da casa. Gli dicono che deve prendersi un pezzo di terra, strapparlo al potere di un imperatore fatalmente malvagio. Lui, invece, si prende una pallottola: lo rimandano in patria. E al paese trova ad attenderlo, insieme a un folla festante, il manichino di quell’imperatore. Un fantoccio di paglia e stracci, nerissimo, da bruciare nell’esorcismo apotropaico della paura e della sconfitta. Creazione di un’inedita mitologia, insieme antica e contemporanea.
Un fatto che a Vernasca, borgo dalle suggestioni medievali perso nell’Appennino emiliano, segna in modo indelebile la memoria collettiva. Una vicenda che per Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi, alias Invernomuto, diventa pretesto per inscenare un nuovo rito. Questa volta al contrario.
Le ringhiere del Teatro Studio di Milano rimandano l’immagine di una gabbia, con l’emiciclo affacciato trepidante sull’arena di una platea occupata da una monolitica concrezione di altoparlanti. In scena Negus – Echo Chamber, progetto nato sotto l’egida del premio Furla ed evoluto oggi nell’orbita della sezione Vernixage del Milano Film Festival, finestra aperta sulla contaminazione tra cinema in senso stretto e video-arte; con uno sguardo che, in questa edizione, ha ammiccato in modo piuttosto diffuso all’idea di testimonianza, raccolta, archiviazione di sentimenti e immagini. Quasi una documentaristica d’artista, che il lavoro di Invernomuto persegue con un occhio alla Werner Herzog.
Il report dall’Etiopia si accompagna con uno scarto netto e deciso alla performace messa in scena da Lee “Scratch” Perry in quel di Vernasca, sciamanico rito di violenta purificazione. Fuoco e ghiaccio per il santone del reggae, paludato di bigiotteria, che chiama a sé le forze della natura nel mantra ossessivo di una gestualità compulsiva. Le fiamme balenano nel buio, mentre il Teatro rimbalza dei bassi avvolgenti di un sottofondo dub; Perry assume la fisionomia tragicomica ed enigmatica di un eroe alla David Lynch. A bruciare non è più il fantoccio del negus, semmai il retaggio di quel ponte che la cultura rastafariana ha gettato tra Etiopia e Giamaica, memoria di una diaspora inquieta e misteriosa. E il viaggio riprende: con la parte di video dedicata alla performance destinata a vivere di vita propria, su strade diverse dal resto del materiale. In fase di rielaborazione ed implementazione.

– Francesco Sala 


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.