Roma come Berlino e Barcellona. Ecco i primi propositi culturali del sindaco Ignazio Marino: creiamo negli immobili pubblici inutilizzati tante “officine creative”…

I modelli di Ignazio Marino in campo creativo? Berlino e Barcellona. Questo, più o meno, è quanto emerso dalle dichiarazioni del neosindaco di Roma nell’ambito dell’assemblea annuale di Federculture, tenutasi ieri a Roma (di cui vi abbiamo riportato già ieri alcuni clamorosi dati). Come muovere nella direzione dei suddetti modelli? Iniziando dall’assegnazione degli immobili pubblici inutilizzati, nei […]

Il sindaco di Roma Ignazio Marino

I modelli di Ignazio Marino in campo creativo? Berlino e Barcellona. Questo, più o meno, è quanto emerso dalle dichiarazioni del neosindaco di Roma nell’ambito dell’assemblea annuale di Federculture, tenutasi ieri a Roma (di cui vi abbiamo riportato già ieri alcuni clamorosi dati). Come muovere nella direzione dei suddetti modelli? Iniziando dall’assegnazione degli immobili pubblici inutilizzati, nei quali Marino vedrebbe bene della “officine creative”, indispensabili per “stimolare i talenti che vivono nella capitale”.
Laboratori culturali in cui associazioni, cooperative e giovani artisti possano trovare gli spazi per crescere: de assegnarsi tramite bandi che garantiscano la trasparenza ed i requisiti dei candidati. Bene, diciamo noi: ottimo porsi obbiettivi ambiziosi e sperimentati, e quelli evocati vanno certamente nella direzione giusta anche se le città prese a modello dimostrano aver dato il meglio di loro negli Anni Novanta e negli Anni Zero, dunque forse si arriva un pochino lunghi con i riferimento. E può sembrare capzioso sollevare rilievi, prima che i progetti assumano forme concrete e tangibili, concedendo cioè almeno il tempo materiale perché questo accada: tuttavia un dibattito può anche aiutare a definirli meglio, i progetti.
E allora si potrebbe notare come, nella realtà italiana, più che di spazi per la produzione si sente il bisogno di residenze, che aprano al contatto anche internazionale, piuttosto che rischiare l’autoreferenzialità già vista in molti ambiti del genere. E oltre a stimolare i talenti che vivono a Roma, le nuove iniziative dovrebbero puntare ad importarne da fuori: su quello si è basato il successo di Berlino, per esempio. E magari non sarebbe male riproporre in ambito pubblico il format attuato, proprio a Roma, da piattaforme come quella del Pastificio Cerere, dove i giovani talenti si trovano a lavorare “gomito a gomito” con artisti già affermati, con evidenti vantaggi in termini di trasmissione di esperienze, di apertura di vedute e di opportunità. Perché forse non è neppure più il tempo, ce lo dimostra una certa stanchezza newyorkese, di creare ghetti o pollai per giovani creativi.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.