Sembra, ma non è. Eva e Franco Mattes mettono nel sacco un altro curatore. E si inventano un credibilissimo Dieter Roth…

Il tema del fake è da sempre caro ad Eva e Franco Mattes (aka 0100101110101101.ORG), che esordirono alla fine anni Novanta proprio con due clamorose beffe mediatiche: Vaticano.org, copia (quasi) esatta del sito web della Santa Sede, e Darko Maver, “il più famoso artista inventato” di tutti i tempi. Uno dei bersagli preferiti del duo […]

Rot, 2011, il Dieter Roth by Eva e Franco Mattes

Il tema del fake è da sempre caro ad Eva e Franco Mattes (aka 0100101110101101.ORG), che esordirono alla fine anni Novanta proprio con due clamorose beffe mediatiche: Vaticano.org, copia (quasi) esatta del sito web della Santa Sede, e Darko Maver, “il più famoso artista inventato” di tutti i tempi. Uno dei bersagli preferiti del duo – come dargli torto – è infatti proprio il sistema dell’arte, con le sue contraddizioni, le sue ipocrisie, il suo arbitrario sistema di valori.
Se lo scorso anno avevano cercato di far collidere la creatività amatoriale e virale del web con l’immaginario della cosiddetta “arte alta”, trasformando una fotografia trovata online in una scultura e spacciandola per un’opera di Maurizio Cattelan (Cat, 2010), stavolta nel mirino c’è finito il tedesco Dieter Roth. E più di lui, i curatori della mostra Another Kind of Vapor, allestita questa estate presso la White Flag Projects di Saint Louis, che hanno esposto per oltre un mese un’opera messa insieme ad arte dai Mattes pensando che si trattasse di un vero Roth. Il lavoro, un vecchio barattolo con il tappo di sughero pieno di mosche morte, è infatti un’opera totalmente inventata e assemblata in pochi giorni con materiali acquistati esclusivamente online (Rot, 2011).
Le mosche, sempre secondo la leggenda inventata da Eva e Franco Mattes, dovevano essere un residuo di Staple Cheese (A Race) (1970), leggendaria e scomparsa opera di Roth: “a volte tendiamo a preferire i fatti che vorremmo fossero veri a quelli che sappiamo per certo che lo sono. Forse il barattolo soddisfa il nostro desiderio che la leggendaria opera di Dieter Roth non sia completamente persa. Vedere è credere”.

– Valentina Tanni

www.0100101110101101.org

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.