E così smontarono l’ultima “roba” culturale che in Italia funzionava. News scritta dopo esserci fatti cascare le braccia per la prima intervista di Giulio Malgara, neopresidente della Biennale di Venezia

Non che sia una grandissima sorpresa, però Giulio Malgara, presidente in pectore della Biennale di Venezia, non ha fato un debutto esattamente scintillante. Per carità, si può sempre recuperare se si avrà l’umiltà e l’attenzione di ascoltare settore in cui si è stati catapultati, però per far le cose per bene occorre rendersi conto di […]

Giulio Malgara

Non che sia una grandissima sorpresa, però Giulio Malgara, presidente in pectore della Biennale di Venezia, non ha fato un debutto esattamente scintillante. Per carità, si può sempre recuperare se si avrà l’umiltà e l’attenzione di ascoltare settore in cui si è stati catapultati, però per far le cose per bene occorre rendersi conto di alcuni aspetti. Il primo è che la Biennale di Venezia è la più importante istituzione culturale d’Europa. E magari anche del mondo. Questo significa che le logiche con cui questo ente va gestito, tutelato, sviluppato non sono affatto le logiche che traspaiono dalla prima intervista che Malgara ha rilasciato (al Corriere della Sera) come presidente disegnato. Non ha alcun senso sbrodolare affermazioni tipo “il mio desiderio è che il direttore della prossima Biennale d’Arte sia italiano”. Non ha senso perché non è quello il problema della Biennale; non è quella la mission. La mission è avere un direttore di assoluta qualità, di assoluta credibilità internazionale. Che sia italiano, turco, zulu o esquimese non rileva neanche un pochino.
Chiaramente non proveniamo, noi di Artribune, dalla Montagna del Sapone, e sappiamo perfettamente che se Malgara è stato cooptato a Ca’ Giustinian, la cooptazione ha l’imprimatur di una mission politica. Perfetto, ma se la mission è dare più spazio all’Italia, allora occorre trovarne di più – e questo non sarebbe biasimabile – per quanto riguarda la scelta degli artisti, non certo per quanto riguarda la scelta dei curatori. La tedesca Documenta, l’unica megamostra internazionale che regge in qualche modo il confronto con la Biennale di Venezia, non permetterebbe mai che la presenza di artisti teutonici invitati calasse sotto ad una percentuale che giustifichi i grandi investimenti che la Germania compie per la rassegna. La moral suasion politica, dunque, agisce sugli inviti artistici, non sugli incarichi curatoriali. Tanto è vero che la prossima curatrice di Documenta tedesca non è, anzi è praticamente italiana.

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