E’ il palio di Francesco Carone il più bel palio mai realizzato da un artista per la corsa senese? Tutto bianco, ma nient’affatto minimal. Prima fischi, poi scroscio di applausi in Piazza del Campo

I senesi,talvolta  incapaci di rendere grazie alla storia di una città che fu tra le più aperte e internazionali al mondo alcuni secoli fa, all’inizio non hanno capito. E hanno fischiato sonoramente durante la tradizionale presentazione nel Palazzo Comunale. D’altro canto fischiarono, all’inizio degli anni Duemila, anche il Palio di Luigi Ontani, quello pure giocato sui […]

I senesi,talvolta  incapaci di rendere grazie alla storia di una città che fu tra le più aperte e internazionali al mondo alcuni secoli fa, all’inizio non hanno capito. E hanno fischiato sonoramente durante la tradizionale presentazione nel Palazzo Comunale. D’altro canto fischiarono, all’inizio degli anni Duemila, anche il Palio di Luigi Ontani, quello pure giocato sui riflessi di sete e broccati. Sete e crini sono giustappunto protagonisti del drappellone firmato, per il Palio di Agosto 2011, da Francesco Carone. Ma c’è qualcosa di più, anzi c’è molto di meno. A Siena i contradaioli sono soliti affermare, quando si ragiona delle qualità artistiche del “cencio”, che pur di vincerlo va bene anche bianco. Eccoli serviti, il Palio è in prima apparenza un monocromo completamente candido. Bianco su bianco emerge sulla sinistra il profilo di una madonna, è la copia ricamata della Maestà di Duccio del cui celebre trasporto verso il Duomo si festeggiano i settecento anni. Ricamata in seta, arricchita di un anello d’ebano e osso a rappresentare il bianco e nero stemma della città, ingemmata di cristalli, intessuta di crini di cavallo bianco l’aureola (sul drappellone è obbligatorio rappresentare un destriero e così se l’è cavata Carone, evocandolo e non disegnandolo) che deborda dal perimetro del drappellone dando ‘consistenza’ scultorea al lavoro, ingioiellata con un rosario i cui grani sono barberi, ovvero biglie di legno rappresentanti i colori delle contrade che prendono parte alla corsa. Sono 10 e sono state dipinte ciascuna da un diverso contradaiolo peculiarmente selezionato dal priore di ognuna delle diciassette contrade. Le sette che non non corrono, sono sul retro del Palio, come adagiati sulla nuca della vergine effettivamente invisibili ad uno sguardo frontale.

Ha citato Leonardo Da Vinci Ludovico Pratesi chiamato al non semplice compito di presentare alla folla vociante il lavoro di Francesco Carone. Il critico romano ha accennato ai giochi ed agli strati sovrapposti di percezione che il lavoro stimola, ha fatto notare che il bianco non è assenza di colore, ma presenza di tutti i colori, ha sottolineato la mancanza delle pupille negli occhi della Madonna ed ha fatto notare l’esistenza, nell’estremo lembo inferiore del drappo, sempre ricamata a seta, di una frase che Duccio di Buoninsegna inserì sulla Maestà qui però riportata in caratteri braille con l’aggiunta del nome “Francesco” accanto a “Duccio”. “Così il Palio può essere visto davvero anche da chi non può vedere, ed è la metafora della pittura che è non solo arte visiva, ma arte mentale” ha concluso Pratesi. Interrotto, finalmente, da un fragoroso applauso quanto mai significativo in un contesto, forse unico al mondo, in cui un’opera d’arte viene sottoposta platealmente al giudizio di quello stesso popolo che lotterà per conquistarla.

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.