Danza o muori. Dalla Siria, la storia di Ahmad Joudeh

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Uno spettacolo en plein air a Bruxelles. Una clip per riflettere sul senso della parola “rifugiato”. Una storia dura, difficile, tra coraggio e passione. Un film, un libro, una carriera internazionale. E mentre l’Europa litiga per la gestione dei flussi migratori, Ahmad continua a danzare

Qualsiasi cosa io faccia, qualunque obiettivo io abbia raggiunto, sarò sempre considerato un rifugiato”. Ahmad Joudeh, 27 anni, danzatore e coreografo siriano-palestinese, stempera la malinconia in una consapevole flemma, mentre parla di sé dinanzi alla telecamera. Lo stigma del migrante, del profugo, di chi chiede asilo e protezione, pesa in un senso duplice: un rifugiato è qualcuno “che gode della libertà, sì, ma è una libertà limitata”. Condizione dissonante, fuori norma, che sperimenta un’idea del movimento e dei confini intrecciata con il pericolo, con il peso della persecuzione. E poi, va da sé, c’è il giudizio sociale, lo sguardo degli altri, la scomoda sensazione di abitare comunità diffidenti, nell’esteso campionario di reazioni e di valutazioni che va dalla solidarietà al disprezzo.
Ahmad è un testimone prezioso, nella breve clip girata e diffusa dall’Alleanza Progressista dei Socialisti & Democratici, gruppo parlamentare che raccoglie i membri del Partito Socialista Europeo, insieme ad altri soggetti non affiliati, ma comunque di ispirazione progressista. Un video che prova a muovere certe corde intellettuali ed emotive, in un momento storico dominato da ostilità trasversali verso lo straniero. “Essere un rifugiato”, continua, “non significa non essere un artista”. O addirittura un uomo. Ahmad Joudeh si racconta, sottolineando l’ovvio come se fosse un dato necessario da recuperare: lo status di ‘persona’ va persino ribadito, nell’inferno della fuga. Quello di artista, figuriamoci.

UNO SHOW PER LA GIORNATA DEL RIFUGIATO, NEL TEMPIO DELL’EUROPA

Mentre l’intervista procede, il montaggio inserisce frammenti di un’esibizione in strada: Ahmad esegue la sua coreografia, con indosso un paio di mezze punte e una lunga gonna bianca a ruota, sulle note della splendida Sacrifice di Lisa Gerrard & Pieter Bourke. Con tutta la grazia, l’espressività e la perfezione di un danzatore navigato, si esibisce dinanzi a un pubblico folto, diventando il fulcro magnetico della piazza. “Quando ballo mi sento libero. E completo”. Il set era Piazza del Parlamento Europeo, a Bruxelles, in un giorno particolare: 20 giugno 2018, Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita dall’ONU per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati.
Lo show lo organizzava il gruppo di S & D, proprio nel mezzo di un dibattito aspro sul tema migranti, all’indomani delle dure prese di posizione del governo Italiano, con uomini forti come Trump e Orban ad appoggiare la linea della “tolleranza zero”. Un evento simile si era visto a Parigi, nel luglio del 2017, a Place du Trocadéro – o Place des Droits de l’Homme – con la Tour Eiffel sullo sfondo e un live del musicista franco-camerunense Jérôme Fautré ad accompagnare la coreografia.
In Europa, intanto, si continua a discutere, come si discute da anni, con rinnovata apprensione: rivedere il trattato di Dublino, identificare soluzioni per una gestione equa dei flussi, programmare i rimpatri, mentre i leader politici dosano intemperanze, colpi bassi, strategie diplomatiche, chiusure e aperture. E c’è chi blocca le navi in mare, chi chiude i porti, chi progetta muri, chi imbastisce guerre anti ONG, chi suggerisce la costruzione di nuovi campi in Libia e chi – al contrario – dà lezioni di logica e umanità.
Che poi, a guadare oltre le campagne elettorali, le ideologie e i proclami, quel che resta è un archivio infinito di storie consumate tra il deserto e il Mediterraneo, tra città in rovina e villaggi a fuoco, tra la guerra e la fame. Tutto racchiuso, simbolicamente, nella biografia difficile di un ballerino siriano, che alla parola “profugo” restituisce senso e prospettiva.

LA STORIA DI AHMAD. BALLANDO TRA LE BOMBE

Nato nel 1990 a Damasco, cresciuto nel campo profughi palestinese di Yarmouk, Ahmad Joudeh aveva un unico desiderio, a parte sopravvivere. Voleva danzare. Prendeva lezioni in segreto, non arrendendosi alle botte del padre e al pregiudizio delle persone: un maschietto che balla, da quelle parti, non viene visto bene. Ripudiato dal genitore, che a un certo punto abbandonò anche la madre, Ahmad non si arrese. Tra il 2006 e il 2015 studiò nella principale compagnia di danza siriana, l’Enana Dance Theatre, superando nel 2009 anche i provini per l’Istituto Superiore per le Arti Drammatiche. Nel mentre si prodigava in attività di volontariato, insegnando passi di danza a orfani e bambini con la sindrome di Down. Nel 2011 scoppiava la guerra in Siria. I bombardamenti sventrarono la sua casa, colpirono l’intero quartiere, gli uccisero i familiari. Ahmad però non abbandonò lo studio, nonostante le granate e gli spari: senza più una scuola, una sala prove, un teatro, l’unico palcoscenico possibile erano le macerie.
Nel 2014 partecipò alla versione araba del talent So You Think You Can Dance, arrivò in semifinale e divenne una star televisiva. La sovraesposizione mediatica, però, gli procurò anche l’astio dei terroristi: “La cultura islamica proibisce la danza”, ha raccontato. “Ero ricercato dall’Isis, perché non solo danzavo, ma insegnavo ai bambini a farlo. Era per loro inaccettabile. Hanno distrutto Palmyra. Ho pianto per due giorni. Per reazione mi sono tatuato la scritta Dance or Die sul collo, dietro la nuca, dove i loro boia infilano la lama del coltello per tagliare la testa. Se mi avessero preso, avrebbero saputo anche loro che per me non ci sono altre strade se non la danza”. L’arte come gesto politico, coraggiosamente.
Ad Ahmad Joudeh, ribattezzato “il Billy Elliot siriano”, oggi un professionista stimato a livello internazionale, la tv olandese ha dedicato un documentario, grazie alle informazioni e le immagini raccolte a Damasco dal giornalista Roozbeh Kaboly. Mandato in onda nel 2016, è stato ripreso dalle maggiori testate televisive del mondo, con una platea di milioni di spettatori. Ahmed oggi è in salvo, libero a metà, lontano dal suo Paese, e continua a raccontare la sua storia di resistenza, dignità e passione. Lo scorso 1 maggio approdava in Rai, ospite d’onore del programma di Roberto Bolle, con cui si esibiva sulle note live di Sting. Per il 2018 è atteso un libro sulla sua vicenda artistica e umana, realizzato per merito di un progetto di crowdfunding sostenuto dalla fondazione umanitaria olandese Stichting Vrolijke Wetenschap. Stesso titolo del film: Dance or Die.

 – Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.