Un letto sfatto, un comodino, un tappeto e pochi oggetti sparsi. Alcolici, sigarette, anticoncezionali, preservativi, vestiti sporchi, giornali, fotografie. Un pezzo di vita preso e portato dentro al museo così com’è, senza fare alcuna modifica. Un ready made in versione punk ed esistenzialista. È la famigerata installazione My Bed, l’opera che ha consacrato Tracey Emin (Croydon, 1963) come esponente di spicco dei Young British Artists durante l’edizione 1999 del Turner Prize.
In questo video, la Emin racconta la genesi del lavoro, nato durante una crisi depressiva, e mostra come viene allestito, ricostruendolo pezzo per pezzo. Il suo è un racconto candido e intimista, imperniato attorno alla sensazione di sconcerto da lei stessa provata alla vista del suo letto, in quelle condizioni, dopo quattro giorni in cui era rimasta distesa, sola e semicosciente.
Penso che oggi le persone vedano il letto in modo molto diverso da quando è stato fatto. Con il passare del tempo l’opera si è trasformata in qualcosa di molto dolce, quasi di incantato. Negli Anni Novanta l’attenzione era sui Young British Artists e sul fattore shock, ma ora spero che dopo più di 15 anni, le persone possano finalmente leggere l’opera come il ritratto di una giovane donna, e che li aiuti anche a riflettere su come il passare del tempo ci cambi.”

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.