Razzismo e immigrazione. Una playlist video: quando l’arte racconta, riflette, ricorda

Da un lato all’altro dell’Oceano. Storie lontane e diverse, tra Italia e USA. Ma la radice è comune. Il cancro del razzismo non muore. Muoiono invece troppi cittadini afroamericani, freddati dalla polizia statunitense senza una ragione; e muoiono, o vengono vessati, extracomunitari presi di mira da razzisti, fascisti, mafiosi italiani. E mentre il fenomeno dell’immigrazione preoccupa i governi d’Europa, in un misto di solidarietà e di muraglie oscene, anche l’arte continua a interrogarsi sul tema. Quattro storie di cronaca recente; quattro ricerche di artisti e registi.

Emmanuel e Chinyery
Emmanuel e Chinyery

CRONACHE DI SANGUE E DI RAZZISMO, TRA ITALIA E USA
Martedì 5 luglio 2016, nel piccolo comune marchigiano di Fermo, muore in un letto d’ospedale Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, nigeriano. Era scappato dall’incubo di Boko Haram insieme alla compagna, Chinyery. Avevano lasciato alle spalle lutti, macerie, terrore, un figlio di due anni morto sotto le bombe. Avevano perso un altro figlio, ancora nel grembo di lei, per le percosse subite durante il viaggio verso l’Italia. Quattro mesi da incubo, come fuggiaschi. Poi, l’approdo: rifugiati, in attesa di documenti, erano stati accolti dalla Fondazione Caritas In Veritate di Don Vinicio Albanesi.
Ma se l’inferno nigeriano era ormai un ricordo, sarebbe stato un altro inferno a divorarli. Amedeo Mancini, 38enne, un ultrà xenofobo, violento, noto alle forze dell’ordine per i suoi “numeri” da bullo, ha insultato Chinyery per strada, umiliandola, poi strattonandola insieme a un amico. “Scimmia”, le hanno detto. Emmanuel ha provato a difenderla e la rissa è scoppiata: crollato a terra, sul marciapiede, per via di un pugno violento, ha sbattuto il cranio. Un trauma che gli è stato fatale.
Chinyery, inconsolabile, rimata sola al mondo, prega, si dispera e chiede di incontrare in cella l’assassino: vuole guardarlo negli occhi e domandargli perché. Se solo ci fosse, un senso, nel delirio di chi odia lo straniero.

Chinyery al funerale del suo Emmanuel
Chinyery al funerale del suo Emmanuel

Poche settimane prima, nel mese di aprile, il ventunenne Yusupha Susso  musicista, studente nella scuola di lingue per stranieri, mediatore culturale, arrivato a Palermo dal Gambia – viene raggiunto a freddo da un proiettile, in pieno giorno, in pieno centro. A sparare è Emanuele Rubino, 28 anni, pluripregudicato, piccolo boss di Ballarò.  L’unica colpa di Yusupha? Aver provato a reagire agli insulti razzisti e alle angherie della banda di Rubino, nota per le estorsioni inflitte ai commercianti extracomunitari dello storico mercato palermitano. Risvegliatosi dal coma, Yusupha è vivo per miracolo. Il suo aggressore è in cella, insieme ai fratelli e ad altri mafiosetti locali, denunciati da alcuni immigrati vittime del racket.
Mercoledì 6 luglio 2016, a Saint Paul, nei sobborghi di Minneapolis, il 32enne afroamericano Philando Castile viene raggiunto da diversi colpi di pistola, mentre è alla guida della sua auto, fermo a un posto di blocco, la cintura ancora allacciata, i documenti in mano, la fidanzata accanto. A colpirlo un poliziotto. Ennesima mano bianca che spara a un “muso nero”. Per leggerezza, pregiudizio, odio represso, incoscienza, paura irrazionale. Philando – nessun precedente penale e un lavoro in una mensa scolastica – era stato fermato per via di un fanalino rotto.

La prima pagina del Dallas Morning News, 8 luglio 2016
La prima pagina del Dallas Morning News, 8 luglio 2016

Solo 48 prima, a Baton Rouge, in Louisiana, un tutore dell’ordine freddava il 37enne afroamericano Alton Sterling, venditore ambulante, individuato – a torto – come individuo sospetto, a seguito di una segnalazione telefonica. L’uomo, disarmato, veniva gettato a terra da due agenti e poi raggiunto alle spalle da alcuni proiettili.  Un omicidio come cento altri: lo Stato in divisa contro cittadini innocenti. Il potere bianco contro lo stigma nero.
Le comunità locali insorgono, l’America scende in piazza e oggi, 8 luglio 2016, durante una manifestazione di protesta a Dallas, perdono la vita quattro poliziotti: è il tempo, atroce, della vendetta.
Ad Emmanuel, Yusupha, Alton, Philando; a tutti quelli che per ragioni razziali hanno trovato la morte, la tortura, l’umiliazione, la solitudine, l’esercizio del sopruso e della prepotenza; e infine a chi ha vissuto la tragedia dell’esodo, l’incertezza della fuga, la fatica dell’integrazione… A costoro è dedicata questa breve playlist video, che dal mondo dell’arte pesca alcuni contributi recenti, ragionando di razzismo, immigrazione, violenza ed accoglienza.

MELODY GARDOT – PREACHERMAN, 2015
Uno short film di rara intensità, diretto da Calum Macdiarmid, accompagna il brano Preacherman della jazzista americana Melody Gardot. La voce calda di lei intona un blues disperato e morbido, mentre il bianco e nero luttuoso mette in scena lo strazio lentissimo di una Pietà contemporanea. La storia è quella di Elmett Till, un ragazzino afroamericano torturato e assassinato brutalmente nel 1955, in una cittadina del Mississipi, per mano di una banda di razzisti. La madre lasciò aperta la bara, durante i funerali, per esibire la barbarie delle torture inflitte al suo bambino. Il caso fece scalpore e segnò un capitolo decisivo nella lotta della società americana contro l’orrore razzista.

TANIA BRUGUERA: THE FRANCIS EFFECT – ART21, 2014
È il regista Ian Forster a documentare la performance The Francis Effect dall’artista cubana Tania Bruguera. Il tentativo è quello di studiare l’impatto sociale determinato dalla nuova sensibilità della Chiesa di Papa Francesco, in tema d’immigrazione. Per quindici settimane, all’esterno del Guggenheim di New York, l’artista ha chiesto ai passanti di firmare una petizione rivolta al Pontefice, in cui si richiedeva la cittadinanza della Città del Vaticano per gli immigrati privi di documenti. “La maggior parte della gente sa che è impossibile”, spiega Bruguera. Ma “l’impossibile è tale solo fino a quando qualcuno non lo rende possibile”. L’arte come azione politica e strumento di indagine sociale, agendo sul piano delle coscienze e dell’immaginazione. I migranti irregolari diventano l’oggetto di una utopica rivoluzione culturale improntata all’accoglienza, al crollo della diffidenza, alla neutralizzazione delle paure collettive.

ADRIAN PACI – CENTRO DI PERMANENZA TEMPORANEA, 2007
Un’immagine potente, monumentale, che libera punti di domanda e gioca con la forza dell’ambiguità. Lasciando venire metafore, indizi muti, storie. Nessun prologo, nessun finale. L’azione è sospesa, in mezzo al niente di una pista aeroportuale. Un gruppo di migranti monta sulla scaletta di un aereo. Ma l’aereo non c’è. E restano lì, compatti, serrati, puntando al cielo, a un orizzonte ideale, a un destino d’incertezze e di nostalgie. Migranti come corpi in divenire, per definizione, consegnati all’esperienza dello sradicamento, troppo spesso in fuga, qualche volta rapiti dal mare. Uno dei lavori più noti, efficaci ed emozionanti di Adrian Paci.

SANFORD BIGGERS – BAM (FOR MICHAEL), 2015
Il suo lavora ruota intorno ai temi del pregiudizio razziale, all’epopea degli schiavi d’America, al cancro del conflitto razziale. Sanford Biggers, afroamericano di Los Angeles con base a New York, in BAM (For Michael) utilizza una serie di statuine africane in legno (originali o copie dozzinali), acquistate tra le bancarelle di Harlem: immerse nella cera, cancellandole i tratti somatici, sono state poi piazzate in un poligono di tiro e sfregiate da pallottole. Quindi, dopo la fusione in bronzo e l’invecchiatura, i resti sono diventati dei tragici feticci.

La ripresa in slow motion dei colpi di fucile, che lacerano i piccoli personaggi tra suoni crudi e dettagli ravvicinati, assume i contorni di una violenta memoria metropolitana: le aggressioni ripetute della polizia contro cittadini afroamericani. Un secondo lavoro, BAM (for Sandra), è stato realizzato come versione al femminile.
Biggers, a febbraio 2016, è stato ospite dei TED Talk, per parlare del suo lavoro e di come, attraverso pittura, scultura, video e performance, prova a stimolare una riflessione intorno al passato e alla condizione attuale dei neri d’America: “Solo attraverso un dialogo più riflessivo sulla storia e sulla questione della razza saremo in grado di evolverci come individui e come società“.

Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.