C’è già chi si scandalizza perchè dietro il First Kiss di Tatia Pilieva, film virale epsloso sul web a una velocità mai vista, c’era una pubblicità e non un puro esperimento artistico. C’è chi lo condanna come propaganda furbetta, che ha arruolato modelli, musicisiti e amici, anzichè gente comune, fingendo un’innocenza che non c’era, e chi addirittura – da posizioni integraliste – si scaglia contro i fashion film tout court, giudicati prodotti di plastica. E adesso c’è anche chi grida al plagio, accusando la Pilieva di avere semplicemente copiato. Come al solito, tutto già fatto, nessuna novità: l’unica differenza, spesso, sono i circuiti, i contesti, le cornici, le strategie e le piattaforme di comunicazione.
Spiunta fuori dunque un cortometraggio di Pascale Ferran del 1990, dal titolo Le Baiser: inquadratura fissa, bianco e nero e una sequenza di coppie, omo o etero, giovani o anziani, che nell’arco di 8 minuti si esibiscono in timidi o appassionati baci davanti alla telecamera. Plurimepremiato dalla critica, il film della regista francese fotografava l’azione pura del gesto intimo per eccelenza, spiandone le minime decinazioni e catturandone la magia, lasciando sospesa la domanda di fondo: si tratta di coppie reali o di sconosciuti? Un dubbio che il video della Pilieva eludeva con chiarezza, puntando tutto sull’effetto sorpresa generato dalla visione di un incontro ravvicinato tra due sconosciuti. Qui, invece, la forza sta proprio nell’ambiguità. Per il resto, tutto assolutamente simile. Per non dire uguale. Plagio o casualità, ventiquattro anni dopo? Magari solo una fonte d’ispirazione, un omaggio. Ma cometutti gli omaggi onesti, per correttezza, bastava dichiararlo.

Ananddo ancora più a fondo, però, il plagio-omaggio-casualità diventa ancora più antico e decisamente più illustre. Perchè il primo vero bacio filmico senza tabù e senza barriere lo filmò, manco a dirlo, Andy Warhol. Era il 1963 e il genio del pop stava sfornando, in quegli anni, dentro la sua Factory, una collezione di opere sperimentali su pellicola, che avrebbero cambiato la storia della videoarte e del cinema di ricerca. Dei non-film o anti-film, il più delle volte. Proprio come questo Kiss, assai simile a opere come Sleep (1963) – quaranta minuti del sonno profondo di John Giorno rubati dall telecamera – e Eat (1964) – quaranta minuti di Robert Indiana che mastica un fungo crudo, dati in pato all’obiettivo. O come il più celebre Empire, del 1964, in cui non un’azione umana ma un’icona architettonica di New York, l’Empire State Building viene ripreso a camera fissa per otto ore e cinque minuti, registrando il mutare della luce e il trascorrere del tempo.

In Kiss lo stesso meccanismo ipnotico e antifilmico viene applicato a tredici coppie che si baciano, ognuna per 3-4 minuti, in un loop dilatato e muto di quasi un’ora. Il tutto è girato con una cinepresa da 16mm e poi proiettato alla velocità di 16 fotogrammi al secondo, ancichè i classici 24: una lentezza ulteriore, che sprofonda lo sguardo nel cuore di un gesto autoreferenziale, senza storia, senza parole, senza narrazione. Dissolvendo il tempo e tramutando il fim in un oggetto puro, privo di sviluppo diegetico, di sovrastrutture sentimentali, di valenze simboliche. Un modo di fare cinema che rompeva qualunque schema linguistico tradizionale e che, al contempo, rompeva le regole sociali del tempo: in un’Amarica puritana che non consentiva, sul grande schermo, baci più lunghi di 3 secondi, e che guardava con sospetto o severo giudizio ai matrimoni misti e alle coppie omosessuali, Warhol rispondeva con la saturazione di un gesto innocente, affidato ad alcuni amici della sua crew di attori, artisti, musicisti. Bianchi, neri, uomini, donne, diversamente mescolati tra loro.
Il “primo bacio” della Pilieva, dunque, arriva da lontano. Origini illustri e una storia d’avanguardia che ne fa, semplicemente, un riuscitissimo, azzeccato, intelligente nipotino. Venuto bene e veicolato ancora meglio. Per la gioia di Wren, il fashion brand che sta dietro tutta l’operazione. Una copia dall’anima pop e con finalità commercialu. E chissà che Warhol non avrebbe pure apprezzato.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.