Storie inquiete. Fritsch e Koschkarow a Basilea

Schaulager, Münchenstein – fino al 2 ottobre 2016. Katharina Fritsch e Alexej Koschkarow sono gli autori della mostra allestita negli spazi ideati da Herzog & de Meuron. Protagonisti di un dialogo a distanza, che evoca l’ineluttabilità della Storia e inquietanti presagi che spiazzano lo sguardo.

Katharina Fritsch, Puppen, 2016
Katharina Fritsch, Puppen, 2016

STORIA E PRESAGI
Zita – Щара è il titolo della chamber piece di Katharina Fritsch (Essen, 1956 Essen) e Alexej Koschkarow (Minsk, 1972) realizzata negli ambienti dello Schaulager, lo spazio espositivo progettato da Herzog & de Meuron, nei pressi di Basilea agli inizi del millennio. Una sorta di grande mausoleo, che più che mai con questa mostra si pone in stretta relazione con il contenuto.
La mostra è allestita in una zona limitata: tre stanze di dimensioni medio-piccole, in cui si attua una messa in scena teatrale, attraverso le sette opere dei due artisti. L’atmosfera che viene a crearsi evoca presagi non positivi. Dalla stanza principale si intravvede una bara blu Klein, il catafalco è arancione psichedelico: la Fritsch, presente anche in un’altra zona del museo con la grande installazione composta da un circolo di topi neri, ha colpito ancora. La bara è chiusa, siamo chiamati a partecipare a un rito che è tale solo in parte.

Alexej Koschkarow, Das was keinen Namen hat, 2016
Alexej Koschkarow, Das was keinen Namen hat, 2016

L’INQUIETUDINE DEL PASSATO
Zita di Borbone-Parma è stata l’ultima imperatrice d’Austria, mentre il Щара è un fiume della Bielorussia. Il rimando storico è evidente. Ciò che appare tranquillo, in realtà non lo è.
Tra le opere si crea un fitto dialogo, fatto di rimandi alle tradizioni, alla storia, alla memoria di luoghi e persone. È un’opera che chiama in causa grandi temi dell’esistenza: la vita, la morte, ma anche il dolore, la perdita. Non mancano, inoltre, i riferimenti autobiografici.
Le figure senza espressione del volto, realizzate dall’artista sessantenne tedesca, colorate e giocose, si relazionano ai lavori privi di colore e carichi di rimandi storici dell’artista russo, nato nel 1972. Sono la gigantizzazione delle vecchie bambole fatte con le foglie del mais, colorate con un giallo-evidenziatore. Siamo spiazzati nella ricerca del bandolo della matassa.
L’atmosfera è coinvolgente e al tempo stesso inquietante. Si viene travolti dal silenzio dell’isolamento, dal rumore sordo di una violenza più o meno trattenuta. Le grandi carte con le aquile incombono su chi guarda: è il senso di un potere che tuttavia sta vacillando. Il vecchio mondo, quello precedente alla Prima Guerra Mondiale è finito. Le aquile, appunto, sono cadute. L’Austria, la Russia, la Germania si sarebbero trasformate in altro.

Angela Madesani

Münchenstein // fino al 2 ottobre 2016
Zita – Щара
SCHAULAGER
Ruchfeldstrasse 19
+41 61 335 32 32
[email protected]
www.schaulager.org

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Angela Madesani
Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte” (Nomos edizioni). Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere. È autrice di numerosi volumi di prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Giuseppe Cavalli, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice, Elisabeth Scherffig, Anne e Patrick Poirier, Luigi Ghirri. Ha recentemente curato un volume sugli scritti d’arte di Giuseppe Ungaretti. Insegna all’Accademia di Brera e all’Istituto Europeo del Design di Milano.