Ripensare il museo. A Parigi una mostra fa discutere

È del tutto insolito il codice scelto per la mostra allestita al Grand Palais di Parigi da Jean-Hubert Martin. Pioniere nel campo della curatela museale, si deve a lui un’apertura di vedute sull’arte contemporanea con l’obiettivo di instaurare un dialogo tra le culture. Questa volta si è spinto troppo in là?

Alain Fleischer, Plis et replis du rêve, 2015 – still da video
Alain Fleischer, Plis et replis du rêve, 2015 – still da video

UNA MOSTRA SCIOCCANTE
Partiamo dal titolo dell’esposizione: Carambolages. Il termine viene utilizzato nel gioco del biliardo per indicare il colpo della carambola, grazie al quale una palla ne tocca altre due. Ma rimbalza anche nel linguaggio comune, in cui indica un tamponamento a catena. E, in effetti, di incidentalità si tratta: la mostra mette in scena una serie di shock, di urti volti a provocare il visitatore.
Ribaltando gli schemi ricorrenti della storia dell’arte, le opere vengono raggruppate secondo affinità formali o mentali. Come osserva Jean-Hubert Martin, le categorie spazio-temporali costituiscono la spina dorsale del museo, in cui la storia dell’arte regna. Qui si esce dalla successione cronologica, e dalla ricostruzione del contesto di creazione, per conferire loro un orizzonte più ampio. Si può parlare di un criterio alternativo rispetto a quello utilizzato dai conservatori nei musei? La risposta è evidentemente affermativa.

L’UTOPIA DEL PASSATO
In un momento in cui il museo d’ambientazione sembra tornare di gran moda, l’atteggiamento assunto nei confronti delle period rooms, che raggruppano gli oggetti per categorie spazio-temporali, è quantomeno scettico. Se i musei hanno creduto per lungo tempo che il loro compito fosse quello di immergere il visitatore nell’atmosfera del passato, si vuole dimostrare la vanità dell’operazione, in quanto lo spirito dell’epoca è perduto e non più accessibile.
Trasferendo il pensiero di Camus alla museologia, è rimesso in discussione il metodo di lavoro dei conservatori, inabissati all’interno di un circolo vizioso nel quale si cerca di colmare le lacune delle collezioni con nuove acquisizioni. È un lavoro utopico, destinato a non conoscere una fine. Come nel mito di Sisifo, costretto a spingere un masso dalla base alla cima del monte, dovendo ricominciare ogni volta la scalata.

Scrigno reliquiario, seconda metà del XVII sec. –courtesy Grand Palais – credit MuCEM, Dist. RMN
Scrigno reliquiario, seconda metà del XVII sec. –courtesy Grand Palais – credit MuCEM, Dist. RMN

ASSOCIAZIONI A SORPRESA
Ma non impera solo un’ottica disfattista nei confronti del passato e del presente. A questo punto la concezione transculturale dell’arte di Warburg e Gombrich diventa un importante filo rosso, il parametro che detta le scelte allestitive. Ecco allora che la prima sala dell’esposizione, la sala ovale, viene trasformata in un’opera di Land Art. Come la City di Heizer o il Cretto di Burri, in cui si possono riconoscere forme primigenie della civiltà umana.
I soggetti si legano seguendo una logica associativa. E poco importa il background culturale del visitatore: i differenti livelli di conoscenza generano una percezione stratificata, e quindi più ricca, delle opere stesse, in cui ciascuno si riconosce in un’interpretazione quanto mai soggettiva. Viene bandito qualunque supporto scritto, sostituito da tablet su cui scorrono con insistenza martellante le riproduzioni dei pezzi esposti.
Giocando sull’effetto sorpresa, fondamento del piacere estetico, il neofita scopre nuovi tasselli, mentre l’amatore può ritrovare quelli che gli sono meno familiari.
Non siamo poi molto distanti dalla poetica pascoliana del Fanciullino, in cui il poeta-fanciullo – moderno Adamo – vede le cose come per la prima volta con ingenuo stupore, riscoprendole nella loro freschezza originaria. Se per il poeta il fine è la poesia pura, per il curatore il fine deve diventare l’arte per l’arte.

Hyacinthe Rigaud, Studio di mani, 1715-23 – courtesy Musée Fabre de Montpellier Méditerranée Métropole – credit Frédéric Jaulmes
Hyacinthe Rigaud, Studio di mani, 1715-23 – courtesy Musée Fabre de Montpellier Méditerranée Métropole – credit Frédéric Jaulmes

DESIDERI E SUGGESTIONI
L’obiettivo non è quello di immergere il visitatore nella storia, ma di donargli un desiderio. Il pubblico, alla ricerca di esperienze estetiche ricollegate alla sua cultura e al suo immaginario forgiato dal cinema, dai media, da internet, vede appagato il proprio desiderio. Occorre staccarsi dalle categorie tradizionali per comprendere come pezzi di ogni sorta, usciti dalle loro collezioni di appartenenza, possano rispondere ai raggruppamenti delle opere connessi ai temi più attuali.
Al di là della storia lineare dell’arte, gli oggetti sono riuniti per la loro capacità di evocazione e di suggestione. Questi, d’abitudine, non presentano alcun rapporto formale con il lavoro dell’artista, la cui scelta è libera e non si attiene alle categorie della conoscenza. Le opere d’arte sono in grado di parlare un proprio linguaggio, che va oltre lo scorrere del tempo e lo stratificarsi della cultura. D’altro canto, è innegabile come queste perdano di significato una volta entrate nelle sale di un museo, estrapolate dal proprio contesto di appartenenza.

IL PUBBLICO IN DISCUSSIONE
Permane, tuttavia, un interrogativo. Se le opere possono e devono essere lasciate in totale libertà, epurate da ogni formalismo teorico, è pur vero che resta sedimentato il punto di vista del curatore il quale, esponendole, ha scelto per loro una collocazione, conferendole una certa connotazione. Può intervenire, a questo punto, la soluzione adottata per il Sepolcro di Margherita di Brabante a Palazzo Bianco. Non potendo ricostruire l’antica collocazione dei frammenti del monumento, Albini scelse di offrire tutte le ipotesi di interpretazione possibili, non proponendo nessuna disposizione definitiva per i pezzi esposti, ma lasciandoli in libero movimento. Non è forse un esempio trasferibile a una riflessione di tale portata?
Da ultimo, si può dire che la mostra rimette in discussione il ruolo del pubblico, annullando ogni disegno intenzionalmente formativo, sostituendo al visitatore una figura ibrida a cavallo con quella dello spettatore.

Massimiliano Simone

Parigi // fino al 4 luglio 2016
Carambolages
a cura di Jean-Hubert Martin
GRAND PALAIS
3, avenue du Général Eisenhower
+33 (0)1 44131717
www.grandpalais.fr

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Massimiliano Simone
Massimiliano Simone è nato ad Alessandria nel 1988. Ottenuto il diploma di Master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con un elaborato finale sulla gestione dei Musei di Strada Nuova di Genova, è attualmente dottorando in Storia dell’Arte presso l’Università Paris 8 Vincennes-Saint-Denis, in tutela congiunta con la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha collaborato con il Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama per l’allestimento della mostra “Affetti personali” e svolge ricerca per pubblicazioni scientifiche.