Caga e muori. Sulla mostra di Maurizio Cattelan

Vi abbiamo raccontato day-by-day l’allestimento, abbiamo intervistato Maurizio Cattelan prima e durante la mostra, abbiamo seguito la visita guidata di Francesco Bonami… Beh, ora vi diciamo perché “Shit and Die” è una mostra importante e, forse, modaiola.

Sorvolerei senza esitazione sulle piccole, locali polemiche politiche, sterili e a tratti surreali intorno alla mostra. In Italia abbiamo il più esteso e ricco patrimonio artistico e culturale al mondo, ma pare che solo i nostri politici se ne debbano ancora accorgere. Se poi un consigliere dei Radicali (ma parliamo degli stessi Radicali di Marco Pannella?) chiede di revocare il patrocinio a una mostra organizzata dalla Fondazione Torino Musei e Artissima, che, in quanto partecipate del Comune, non necessitano di patrocinio, siamo al comico.
Partirei piuttosto dalle critiche che sono state mosse. Un giudizio su tutti: è una mostra modaiola… ma, concordavano in molti all’opening, quando si chiama uno come Maurizio Cattelan a curare una mostra bisogna aspettarselo. Che cosa significa una mostra modaiola? O articolando meglio la domanda, in base a quale principio estetico, sociale e filosofico si fonda la categoria di “modaiolo”?

Dorothy Iannone – I Love To Beat You, 197071. Courtesy l’artista e Peres Projects, Berlin
Dorothy Iannone – I Love To Beat You, 197071. Courtesy l’artista e Peres Projects, Berlin

Significa aver scelto Palazzo Cavour, tra i migliori esempi dell’architettura barocca piemontese del Settecento, nelle cui stanze si svolse perlopiù la vita di Camillo Benso conte di Cavour e uno degli edifici storici più significativi di Torino, città che col suo fare elegante e understatement riesce ancora oggi a mantenere un indiscusso fascino del passato?
Significa aver trovato un titolo provocatorio che ha la forza di diventare subito brand, con magliette, porta iPad, borse incluse? Purtroppo le giacche dei custodi non le hanno messe in produzione.
Significa aver realizzato un display (o se preferite un allestimento) impeccabile che pochi curatori oggi riescono a fare, non solo in Italia?
Significa invitare molti artisti della scena internazionale quando in città si svolge in contemporanea Artissima, che non è una manifestazione italiana ma una fiera in Europa e quindi internazionale tanto quanto Frieze, Fiac ecc.?
Significa vedere arrivare, tra i tanti, nel cortile del palazzo, da un’entrata secondaria, visto il caos dell’opening, il gallerista parigino Emmanuel Perrottin? Ogni volta che lo vedo non posso non pensarlo vestito da coniglio-cazzo in occasione della prima mostra di Maurizio Cattelan nella sua galleria. Era la metà degli Anni Novanta.

Aldo Mondino – Tappeti stesi, 1985. Courtesy Archivio Aldo Mondino
Aldo Mondino – Tappeti stesi, 1985. Courtesy Archivio Aldo Mondino

Significa portare a Torino una schiera di curatori, galleristi, giornalisti (pensate, c’era anche un inviato di Artnet news, che per chi mastica di mercato dell’arte…) e soprattutto collezionisti stranieri, nel senso di residenti fuori dall’Italia? Quanti sanno che molti galleristi stranieri hanno smesso di partecipare alla fiera di Torino perché pare che i collezionisti nostrani avessero la bizzarra abitudine di pagare le opere cash? Questo significava che non emettendo fattura, una volta tornati a casa, i galleristi stranieri si trovavano a dover pagare stand, artisti, viaggi senza poter scaricare nulla.
Significa forse creare connessioni con la storia della città, senza necessariamente essere noiosi ma con ironia? Neanche un comico navigato sarebbe stato in grado di ritrarre il sindaco Piero Fassino più occhiaie che faccia.
Significa spingere l’acceleratore sul soft porno con opere leggendarie come quella della meravigliosa Linda Benglis che nel 1974 si è ritratta solo con un paio di occhiali, impugnando un fallo finto gigante? Avete idea di cosa non abbia scatenato quell’immagine dopo la sua pubblicazione sul numero di novembre di Artforum di quello stesso anno? Se oggi il numero delle artiste donne che espongono le proprie opere nei musei è aumentato, è anche grazie a lei.
Significa, sempre in zona hot, ritrovarsi, dopo aver conquistato una copertina di Frieze, il dipinto di Sylvia Sleigh che ritrae un uomo dalla capigliatura pseudo afro disteso nudo? Oppure aver invitato NataliaLL? Sapete che NataliaLL, sì, quella della performance con le banane, non ha nulla da invidiare al suo collega polacco Andrei Warhola?

Shit and Die - installation view
Shit and Die – installation view

Significa fare una mostra di forte impatto, senza scomodare il supporto del mondo della moda (quello vero dei Prada, Louis Vuitton, Cartier, Trussardi…)
Significa finalmente sorprendere? E non solo i visitatori, ma per una volta, anche i cosiddetti addetti?

Se la categoria di modaiolo riferita a una mostra si fonda su questi principi, Shit and Die è senza alcun dubbio Modaiola, con la M maiuscola. Per la città di Torino, per l’Italia, per Expo2015, 10, 100, 1000 Shit and Die.

Daniele Perra

Torino // fino all’11 gennaio 2015
Shit and Die
a cura di Maurizio Cattelan, Myriam Ben Salah e Marta Papini
Catalogo Damiani
PALAZZO CAVOUR
Via Cavour 8
www.shitndie.tumblr.com
www.artissima.it

 

 

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.