Wi-fi a filo di memoria. A Rivoli “Tutto è connesso”

Seconda parte del riallestimento della collezione permanente del Castello a pochi chilometri da Torino. In tempi di vacche magre, esempi di alto profilo insegnano che è cosa buona e giusta mettere a valore quel che si ha in granaio. E in questo caso son mica cose da poco.

Allora&Calzadilla - Stop, Repair, Prepare: Variations on Ode to Joy for a Prepared Piano - 2011 - performance al Castello di Rivoli

Le acquisizioni più recenti del Castello di Rivoli, esposte da pochi giorni nel museo, si collegano – o meglio, si connettono – con il primo atto di una saga che, debolmente (perché le risorse sono scarse), si spera arrivi un giorno a una sua complessità.
Slowly but surely
, in quest’edizione si vedono cinque ingressi, tutti degni d’attenzione per curriculum e ricerca e quasi tutti al femminile, eccezion fatta per Guillermo Calzadilla in coppia con Jennifer Allora, duo che rappresenta il Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia. Perfomance intensa quella organizzata dai due artisti, e soprattutto non effimera, perché sarà ripetuta fino al 12 giugno. Si tratta di Stop, Repair, Prepare: Variations on Ode to Joy for a Prepared Piano, intervento del 2008 in cui un pianista suona in piedi il noto Inno alla Gioia, ma al contrario, ossia da un foro scavato al centro del pianoforte.

Elisabetta Benassi - Telegram from Buckminster Fuller to Isamu Noguchi explaining Einstein’s theory of relativity - 2009 - tappeto

Il finale della Nona di Beethoven, spesso utilizzato in contesti ideologicamente diversi tra loro, dalla Rivoluzione Culturale Cinese al Terzo Reich, sino a diventare Inno dell’Unione Europea, è qui riproposto a turno da due pianisti, con variazioni evidenti data l’ovvia inoperatività di due ottave coincidenti con il buco centrale dello strumento. L’azione in movimento pensata da Allora & Calzadilla rappresenta l’entrata nel pianoforte, nella musica stessa. Ed elimina completamente quelle distanze fisiche fra strumento e musicista tanto inseguite dai pianisti, più sfortunati dei colleghi violinisti, che intendono lo strumento come prolungamento della mano.

A tratti criptico e cifrato il lavoro di Elisabetta Benassi. Unito a un libro d’artista, Telegram from Buckminster Fuller to Isamu Noguchi explaining Einstein’s theory of relativity è la trascrizione di quel preciso telegramma inviato a Noguchi, mentre si trovava in Messico, su un grande tappeto. Oggetto quotidiano e domestico, il tappeto rappresenta il segno trasmesso dalle utopie moderne del Novecento alla nostra epoca, poiché – afferma Benassi – “tutto va visto con gli occhi di oggi; è adesso che gli avvenimenti diventano contradditori rispetto alle previsioni e a quanto realmente accaduto”.

Goshka Macuga - Untitled (After P. Gallizio) - 2006 - scultura in ceramica

Mentre Goshka Macuga espone una serie di sculture dedicate all’artista albese Pinot Gallizio, raffinate ceramiche che testimoniano l’urgenza della memoria come strumento di crescita contro l’oblio, l’intervento di Katerina Sedá delude le aspettative. Mappatura della città ceca di Nosovice, località divisa letteralmente in due da un nuovo insediamento industriale Hyundai, No light, per quanto sociologicamente e artisticamente interessante, nel 2010 e 2011 è stato esposto in più varianti, non ultimo adattato alla Sicilia nella mostra Unespressione geografica alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Anna Maria Maiolino - Entrevidas (Between Lives) - 1981/2011 - installazione

Oltre il tempo è infine il lavoro di Anna Maria Maiolino, artista italiana ma trasferitasi con la famiglia in Sudamerica sin da bambina. Entrevidas (Between Lives), lavoro realizzato dal 1981 in diversi luoghi, musei ma soprattutto in strada, è caratterizzato da centinaia di uova adagiate sul pavimento. È una sorta di campo minato, frutto di tensione, come quella politica vissuta dall’artista durante la dittatura brasiliana. È un terreno precario e instabile tutto da attraversare. Fecondità, vita e morte connesse.

Claudio Cravero

Rivoli (TO) // fino al 18 settembre 2011
Tutto è connesso 2
a cura di Beatrice Merz

www.castellodirivoli.org

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Claudio Cravero
Claudio Cravero (Torino, 1977). Curatore di base a Dubai, dal 2014 al 2018 è direttore artistico della sezione contemporanea del Museo King Abdulaziz Center in Arabia Saudita. La sua ricerca indaga l’arte contemporanea quale forma di resistenza contro la censura pubblica nell’area del Golfo e del Medio Oriente. Dal 2008 al 2014 è co-direttore artistico presso il PAV-Centro Sperimentale d’Arte Contemporanea di Torino dove, con Piero Gilardi, si è occupato di ecologia culturale e socially engaged art. Nel 2014 è curatore di Onufri Prize, promosso dalla National Gallery of Fine Arts di Tirana, Albania. Ha inoltre collaborato con il Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea (2004-2006) e con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (2002-2004). È membro di comitati di giuria internazionali (Coal e Domaine de Chamarande, entrambi a Parigi) ed è lecturer e coordinatore del Master in Curatorial Practice presso lo IED di Venezia. È infine autore di saggi raccolti in diversi cataloghi e articoli pubblicati su art magazine e blog (Artribune, Roma; Sleek Magazine, Berlino; Freemuse, Copenaghen).

2 COMMENTS

  1. Gentile Claudio,
    in merito al lavoro della ceca Kateřina Šedá e al fatto che secondo lei questo deluda le sue aspettative mi permetto di farle notare un paio di cose che forse le sono sfuggite.
    Innanzitutto: il lavoro e i progetti di Kateřina si sviluppano da sempre in più fasi e richiedono a volte anni per potersi considerare conclusi.
    Quello esposto ad Artissima 17 e acquisito dalla Fondazione CRT per l’Arte Contemporanea (attualmente esposto nelle sale del Castello di Rivoli nella mostra Tutto è connesso 2) che tanto la delude è solamente il primo step di un progetto molto ampio, No Light, che ha visto la luce nel 2009 e che si è attualmente concluso. Il secondo, con i famosi tavoli che sembrano non piacerle si è sviluppato in Galleria a Torino, ed è stato recentemente esposto al Mori Museum di Tokyo pur non essendo legato al lavoro attualmente visibile alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Il terzo step è invece al momento visibile a Venezia, Palazzo Papadopoli, all’interno del Future Generation Art Prize.
    L’utilizzo del medesimo medium, in più di un’occasione, per la creazione di un’opera (mi riferisco al progetto della Sicilia), non credo che nell’odierno contesto dell’arte contemporanea sia un fattore sufficiente per definire un progetto così complesso come un qualche cosa di “deludente”. Sono certo che come ben saprà, la Šedá non è la prima artista che per sviluppare la propria ricerca artistica ricorre alla stessa tecnica per più di una volta. Sono infiniti anche se di complessa associazione gli esempi e i nomi (anche illustri) di chi in passato ha fatto dell’impiego dello stesso strumento artistico la propria arma vincente.
    Quindi, non è che il progetto è stato esposto in più varianti. Non si tratta di certo di una carenza di fantasia da parte dell’artista. Il progetto è stato volutamente strutturato e composto da differenti fasi che in questo caso hanno semplicemente richiesto l’uso dei tavoli in due occasioni.

    Fatte le dovute precisazioni, il lavoro può piacere o non piacere (e di certo è auspicabile e gradita una critica libera e arbitraria).
    Ma va analizzato, studiato, seguito e raccontato nel modo corretto.

    andrea lerda

  2. Dopo essere stato analizzato, studiato, seguito e raccontato, si ha infine il diritto di dire che è deludente? Oppure quale altro passaggio è necessario per poterlo affermare?
    Io ho pensato la stessa cosa quando l’ho visto, e tra l’altro mi trovo d’accordo con la critica: cosa c’è di sbagliato nel dire che sono varianti? Lo sono a tutti gli effetti, seppure come step successivi.
    Anche le Marylyn di Warhol erano varianti, non credo si sia mai offeso quando venivano così definite. Solo erano esplosivamente innovative.

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