“Abbracciare il digitale comporta una trasformazione del cuore dell’identità e del modus operandi del museo. Implica uno spostamento radicale dal pensare il museo come un luogo di deposito e pellegrinaggio al pensare il museo invece come una piattaforma o un hub”. Parola a Jeffrey Schnapp, esperto in digital humanities.

In arrivo dalla Stanford University, nel 2011 Jeffrey Schnapp ha fondato il metaLAB (at) Harvard nell’ambito del Berkman Center for Internet and Society, di cui è condirettore. Figura chiave delle digital humanities, è stato borsista in istituzioni museali come la National Gallery of Art di Washington e il Canadian Centre for Architecture.

Quanto è importante lo sviluppo del digitale per un museo oggi?
È fondamentale. Ma il digitale non rappresenta né una “aggiunta” né una proposta aut/aut rispetto all’analogico. Piuttosto, abbracciare il digitale comporta una trasformazione del cuore dell’identità e del modus operandi del museo. Implica uno spostamento radicale dal pensare il museo come un luogo di deposito e pellegrinaggio al pensare il museo invece come una piattaforma o un hub nel quale le esperienze in presenza, e non, vengono fornite in forme e formati diversi, convergenti e divergenti. Ossia, il museo come tessuto di connessioni e non solo di collezioni.

Che peso ha la digitalizzazione delle risorse e dei processi in termini di efficacia della comunicazione attraverso i canali digitali?
La digitalizzazione delle risorse è un primo passo importante. Ma è poco più che un primo step verso la costruzione di quel tipo di infrastruttura digitale che non solo rende le collezioni accessibili a pubblici distanti – oggigiorno è spesso così che si inizia una visita – ma sfrutta anche il loro potere di educare, raccontare storie, contribuire alla produzione di nuova conoscenza. Per quanto ne so, non esiste un solo museo italiano che abbia digitalizzato integralmente le proprie collezioni. Senza un tale investimento, la digitalizzazione rischia di equivalere a poco più di una semplice vetrina. (Intendiamoci, la situazione è tutt’altro che perfetta anche nel resto del mondo, Stati Uniti inclusi.)

DIGITAL HUMANITIES E CULTURA

Hai lavorato anche in Italia. Vedi cambiamenti rilevanti riguardo alle “cose digitali” nel nostro mondo culturale negli ultimi anni?
L’Italia è una delle vere superpotenze culturali del mondo, ma questo status non è sempre molto ben rappresentato quando si tratta di programmazione online o di infrastrutture digitali. Detto questo, risponderei affermativamente alla tua domanda: negli ultimi anni hanno iniziato a manifestarsi alcuni cambiamenti significativi. Per citare solo alcuni esempi, le Gallerie degli Uffizi hanno notevolmente ampliato la loro presenza online rispetto a solo cinque anni fa; la Triennale di Milano ha progressivamente messo in Rete i suoi archivi; e istituzioni visionarie come la Fondazione Prada hanno commissionato progetti online originali, anche se perseguono una programmazione in loco di prim’ordine.

Qual è la tua opinione sulla formazione professionale in digital humanities? Pensi che sia necessario un passo avanti nella definizione e specializzazione della/e disciplina/e?
Digital Humanities” si è dimostrata una formula utile per inquadrare l’incontro di una profonda esperienza umanistica con l’alfabetizzazione tecnologica e poi persino la capacità di essere fluidi, e ibridi – capacità che la nostra epoca richiede in maniera sempre più evidente ai giovani studiosi e professionisti dei musei. Anche se a volte la impiego, considero la locuzione tendenzialmente anacronistica, dato che non parliamo di astronomia digitale o biologia digitale quando ci riferiamo a forme di indagine emergenti o innovative in questi due domini scientifici. Il digitale è semplicemente una precondizione per lo studio e la produzione di nuova conoscenza (e cultura!) in tutti gli ambiti contemporanei, e questo ovviamente include le scienze umane. È il motivo per cui preferisco l’etichetta “design del sapere” quando si tratta di descrivere le sfide di maggior interesse per me e il mio laboratorio presso l’Università di Harvard, il metaLAB.

Jeffrey Schnapp
Jeffrey Schnapp

IL LAVORO DI JEFFREY SCHNAPP

Ci sono due mondi separati là fuori, uno on line e uno off line? O esiste un unico mondo?
Separati e interconnessi. Questo è il motivo per cui la sfida non è replicare in modo skeumorfico l’uno nell’altro, replicando le gallerie analogiche nel regno virtuale, ad esempio. Il compito molto più interessante è sviluppare formati e forme specifici per il mezzo, e quindi pensare in modo critico e creativo a quando e dove l’analogico e il digitale, il sito fisico e l’online, dovrebbero divergere o intersecarsi. È qualcosa a cui penso molto nel mio lavoro curatoriale: come progettare forme ramificate di contenuto multicanale, ove ogni ramo si innesta in un medium specifico e converge felicemente in un’esperienza complessiva? Sono sempre alla ricerca di quelle zone dove si riesce a scovare un valore aggiunto.

Raccontaci del tuo rapporto con l’istituzione per cui lavori. Quali sono i tuoi progetti preferiti?
Ho il privilegio di insegnare all’Università di Harvard, dove il mio laboratorio (che fa parte del Berkman Klein Center for Internet and Society) funge da piattaforma per forme di ricerca sperimentale che fanno da ponte tra le nuove tecnologie, il design, le scienze umane e l’arte. Nel mio gruppo nessuno fa il maestro (neppure io, che sono l’unico ordinario). Ci definiamo “una fucina di idee, un laboratorio di design del sapere e uno studio di produzione” proprio per suggerire che la nostra identità di base è dedicata al passaggio di confine tra puro e applicato. In questo momento sono particolarmente entusiasta di un progetto in corso intitolato Curatorial A(i)gents, che prevede l’uso critico e creativo di tecniche basate sull’Intelligenza Artificiale per esplorare nuove modalità di creazione di esperienze in ambito museologico, anche su scala ingrandita.

Puoi consigliare un libro che ritieni sia intelligente e utile per i colleghi italiani – e non solo?
Questa è una domanda difficile, dato che la mia definizione di utilità potrebbe non essere condivisa da molti. Ma sono un grande fan degli scritti pubblicati su e-flux dall’artista tedesca Hito Steyerl, raccolti in The Wretched of the Screen (2012), e del modo in cui disvelano incessantemente l’ontologia delle immagini oggi.

Maria Elena Colombo

jeffreyschnapp.com
metalabharvard.github.io

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #58

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