Digitalizzare reperti e beni culturali. Parola a Mnemosyne 3D

La digitalizzazione applicata all’archeologia è uno strumento dalle grandi potenzialità. Lo hanno intuito Maria De Falco e Maria Laura Nappi, ideatrici della startup Mnemosyne 3D, raccontata in questa intervista.

Mnemosyne 3D. Scanner 3D e prototipi
Mnemosyne 3D. Scanner 3D e prototipi

Dagli scavi a cielo aperto alla fabbricazione digitale il passo è più breve di quanto si pensi. Pomigliano d’Arco, a pochi chilometri da Napoli: qui due giovani laureate in archeologia hanno fondato nel 2015 Mnemosyne 3D, startup attiva a livello nazionale e internazionale. Maria De Falco, oggi dottoranda a Durham, in Inghilterra, e Maria Laura Nappi, tutor in corsi di stampa 3D e non solo, spiegano in che modo riescono a “far convergere passato e futuro” nella loro attività imprenditoriale.

Come nasce la vostra azienda?
Maria De Falco: Ci siamo conosciute all’università e abbiamo avuto l’idea di fondare una startup dopo alcune esperienze all’estero, con l’intento di rendere accessibile la conoscenza archeologica attraverso le tecnologie innovative.
Maria Laura Nappi: Il sapere scientifico spesso rimane ancorato ai dipartimenti universitari e i risultati non sono resi totalmente fruibili alla comunità. Così abbiamo sfruttato la capacità di adattamento, tipica dell’archeologo, per applicare nuovi strumenti al mondo dei beni culturali.

Tra le vostre attività ci sono i rilievi 3D dei reperti archeologici, a cosa sono finalizzati?
M.L.N.: In ambito museale risultano utili, ad esempio, quando un reperto si trova altrove per una mostra: per non lasciare la teca vuota si può utilizzare una copia molto simile all’originale. All’inizio della nostra attività l’Università La Sapienza ci ha affidato il modello digitale di un fossile di Homo Erectus, rinvenuto in Eritrea, impossibile da trasportare altrove. Per esporlo a Milano alla mostra Homo Sapiens, ne abbiamo ricavato una riproduzione digitale.
M.D.F.: Un’altra applicazione riguarda le attività di ricerca. In diverse missioni estere ci è capitato di trovarci nell’impossibilità di trasportare reperti dal luogo di scavo. Tramite scansione o fotogrammetria, è possibile ottenere sia il modello digitale, inviabile ovunque, sia procedere alla riproduzione fisica. Così si musealizza qualcosa che altrimenti non sarebbe accessibile.

Maria De Falco
Maria De Falco

Di quali materiali vi servite per la stampa dei prototipi?
M.L.N.: Per le tecnologie classiche abbiamo macchinari e competenze specializzate, in altri casi ci avvaliamo di una rete di partner. Noi preferiamo le stampanti a resina e gesso e quelle a tecnologia ICC. In quest’ultimo caso il modello 3D è ricavato dalla risma di carta, attraverso un particolare procedimento di incollaggio dei fogli, sui quali sono stampate le sezioni dell’oggetto. Entrambe le modalità permettono di avere risultati molto simili al vero, sia nei colori che nella dimensione.

Vi occupate anche di digitalizzazione del patrimonio culturale. In che cosa consiste questo lavoro?
M.L.N.: Vogliamo valorizzare distretti culturali minori, esclusi dai circuiti importanti. A tal fine abbiamo sviluppato una piattaforma per immagazzinare beni storico-artistici, ma anche tradizioni, detti e saperi antichi. A breve lanceremo un’app attraverso la quale il turista potrà avere il proprio itinerario personalizzato. Tale progetto si articola attraverso partnership con le istituzioni locali, come nel caso dell’ecomuseo dei comuni picentini, in provincia di Salerno, tra cui Giffoni Valle Piana.
M.D.F.:  L’idea è quella di un “museo diffuso” comprendente il patrimonio materiale e immateriale di un territorio e in cui la comunità risulti parte attiva. Con la nostra applicazione chiunque potrà mettersi direttamente in contatto con le eccellenze locali per farsi accompagnare nell’esperienza e a sua volta segnalare altri punti di interesse.

Quali sono i vostri principali competitor e in cosa vi distinguete?
M.D.F.: In Italia un’azienda simile alla nostra è la 3D Archeolab: si occupano di rilievi e stampe di reperti, ma con strumenti diversi. Oltre a loro sono attivi, in tali ambiti, vari spin-off universitari, nati in seno ai relativi dipartimenti. La nostra mission caratterizzante rimane quella degli ecomusei, un concetto diffuso al nord, mai giunto finora alla digitalizzazione.

Mnemosyne 3D
Mnemosyne 3D

Il vostro “approccio umanistico” ha dato origine anche a un progetto formativo…
M.D.F.: Dopo il percorso universitario abbiamo preso certificazioni di vario tipo e cerchiamo di diffondere le competenze acquisite ad altri professionisti. L’archeologia sta evolvendo tanto e metodi come quello del rilievo tridimensionale stanno prendendo sempre più piede.
M.L.N.: Alcuni corsi sono pensati insieme ad altre aziende o a musei e dipartimenti universitari di informatica e archeologia, sia italiani che esteri. Vogliamo creare un ponte con altri Paesi, in particolare il Regno Unito, dove Maria sta svolgendo il dottorato. La nostra formazione ci permette un approccio diverso rispetto a chi ha solamente conoscenze tecniche o informatiche.

Emanuele La Veglia

www.mnemo3d.com

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Emanuele La Veglia
Nato a Napoli nel 1992, è giornalista professionista dal 2018. Si laurea in Filosofia all'Università Federico II con una tesi sulla circolazione orale delle notizie tra '400 e '500, e pochi mesi dopo si iscrive alla Scuola di Giornalismo della sua città. Sin dal liceo inizia a collaborare con siti, web tv, riviste e uffici stampa fino a lavorare per Adnkronos e Sky Sport. Attualmente scrive di cultura, innovazione e sociale per diverse testate e studia Editoria a Milano. Ha vinto tre premi: “Giovani Giornalisti per Napoli”, indetto dal Rotary Club; “Enzo Rossi”, organizzato dalla redazione “L'altrapagina”; e il concorso per under35 indetto dal Festival del Giornalismo Culturale. Oltre ad articoli e servizi video, ha pubblicato alcune poesie nell'antologia “Haiku tra Meridiani e paralleli” e un racconto nella raccolta “Arcipelago” del Comune di La Spezia. Ha contribuito al libro “Misericordia, esperienza di solidarietà rivolte ai giovani per vivere insieme”, voluto dalla Caritas, e al catalogo “D.A.B. Design per Artshop e Bookshop”, promosso dal Mibact.