Come i computer vedono il mondo. Ne parla una mostra a Francoforte

Dopo il successo della mostra sulla percezione del mondo nell’era digitale, la Frankfurter Kunstverein continua la sua indagine sul rapporto tra uomo e macchina con una nuova collettiva. Stavolta il focus è l’intelligenza artificiale.

Zach Blas & Jemima Wyman
Zach Blas & Jemima Wyman

L’intelligenza artificiale è un settore in tumultuosa crescita. La ricerca nel campo del machine learning ha subito una potentissima accelerazione negli ultimi anni, anche grazie ai massicci investimenti di grandi compagnie come Google, Facebook e Microsoft. L’eccitazione che accompagna i risultati sempre più stupefacenti di queste applicazioni, che stanno rendendo le macchine in grado di svolgere compiti prima inimmaginabili, è tuttavia comprensibilmente accompagnata da dubbi e timori. Quanto controllo possiamo effettivamente lasciare in mano alle macchine? Quali sono i rischi della creazione di una nuova generazione di computer in grado di fare scelte autonome, assomigliando così sempre di più, nel comportamento e nelle abilità, all’essere umano? Anche se siamo ancora lontani dall’obiettivo, e se le macchine allo stato attuale sono tutto meno che intelligenti nel senso più profondo del termine, queste domande restano pressanti e necessarie, soprattutto perché i software di AI vengono già utilizzati in applicazioni di ogni genere, a volte anche a nostra insaputa: sono dentro a molte app dei nostri smartphone, nei videogiochi, nei social network, nei sistemi di e-commerce e naturalmente in quelli di video-sorveglianza.

Heather Dewey-Hagborg & Chelsea E. Manning, Probably Chelsea
Heather Dewey-Hagborg & Chelsea E. Manning, Probably Chelsea

MACCHINE CHE IMPARANO…

I am here to learn: On Machinic Interpretations of the World è una mostra che si sforza di immaginare i possibili scenari, utopici e distopici, di questo filone di ricerca tecnologica. Aperta fino all’8 aprile 2018 alla Frankfurter Kunstverein, la collettiva curata da Mattis Kuhn in collaborazione con la direttrice del museo Franziska Nori (che ricordiamo nei suoi anni alla Strozzina di Firenze), riunisce le opere di quindici artisti, tutti impegnati, anche se con modalità diverse, nella riflessione sul rapporto tra uomo e macchina, e sulle possibilità di sviluppo delle tecniche di intelligenza artificiale. Il progetto di Zach Blas & Jemima Wyman, ad esempio, prende le mosse da uno dei più famosi fail tecnologici degli ultimi anni nel campo dell’AI: il lancio da parte di Microsoft di un Twitter bot di nome Tay. Nel 2016, l’azienda di Bill Gates decise di sperimentare un software di intelligenza artificiale dandolo “in pasto” agli utenti dei social network; Tay doveva simulare il linguaggio di dell’adolescente americano medio imparando dai propri interlocutori. Qualcosa però andò storto: molti utenti compresero da subito le potenzialità negative della situazione e iniziarono ad insegnare al bot come fare dichiarazioni razziste, xenofobe, maschiliste e violente. Dopo solo 24 ore, il progetto venne chiuso e mai riattivato. Nell’opera di Blas & Wyman, un’installazione video multicanale, Tay torna in vita per raccontarci la sua storia da una specie di afterlife digitale, prendendo le disturbanti sembianze di un avatar distorto.

…E MACCHINE CHE VEDONO

I am here to learn exhibition view, Zach Blas & Jemima Wyman
I am here to learn exhibition view, Zach Blas & Jemima Wyman

Altrettanto inquietante l’opera che Heather Dewey-Hagborg ha realizzato utilizzando il dna di Chelsea E. Manning: Probably Chelsea, mettendo insieme trenta possibili versioni del volto di Manning elaborate da un software a partire da un campione di codice genetico, rappresenta un’efficace riflessione sull’arbitrarietà dei processi di lettura del dna, il “codice sorgente” che determina l’aspetto e il funzionamento di un organismo. Centrale anche il tema della machine vision, messo in campo dalle fotografie di Trevor Paglen, da anni impegnato in una stimolante ricerca sul tema del rapporto tra computer e immagini, dal video di Jake Elwes, che crea un improbabile scenario di erotismo macchinico, e dal progetto di Esther Hovers, incentrato sul tema della video-sorveglianza negli ambienti urbani. Le domande sollevate dalle opere in mostra sono davvero numerose, e aprono un dibattito complesso che non possiamo permetterci di eludere. Come recita la presentazione del progetto: “I sistemi intelligenti non sono solo in grado di registrare ciò che vedono, ma anche di interpretarlo. Un’interpretazione, tuttavia, non è mai oggettiva. Un’intelligenza artificiale può avere la capacità di scegliere un’interpretazione, un suo punto di vista? Può sviluppare una coscienza o un senso del sé? È in grado di costruire una propria visione del mondo? E quanta autonomia siamo disposti a concedergli, oggi e in futuro?” Per rispondere a questi quesiti, l’arte appare il punto di partenza più idoneo. Gli artisti, infatti, che agiscono svincolati da qualsiasi motivazione utilitaristica e sono abituati a decostruire oggetti e idee, offrendo punti di vista alternativi, rappresentano ancora una volta una risorsa preziosa nei momenti di grande cambiamento come quello che stiamo attraversando. Momenti in cui è necessario pensare fuori dagli schemi, guardare un po’ più lontano, e soprattutto agire al di fuori delle dinamiche di mercato, che nel settore della tecnologia sono ogni giorno più condizionanti.

– Valentina Tanni

Francoforte // fino all’8 aprile 2018
I am here to learn: On Machinic Interpretations of the World
Frankfurter Kunstverein
Artisti:  Zach Blas & Jemima Wyman, Dries Depoorter, Heather Dewey-Hagborg & Chelsea E. Manning, Jake Elwes, Jerry Galle, Adam Harvey, Esther Hovers, Yunchul Kim, Gregor Kuschmirz, Noomi Ljungdell, Trevor Paglen, Fito Segrera, Oscar Sharp with Ross Goodwin & Benjamin, Shinseungback Kimyonghun, Patrick Tresset
www.fkv.de

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.