Eccellenza significa responsabilità. Per un sistema moda più trasparente 

Nella filiera della moda e del lusso, eccellenza significa oggi responsabilità. Dal controllo della qualità al controllo della responsabilità il Made in Italy dev’essere tutelato non solo nel prodotto finito, ma nell’intero processo

Per decenni il sistema moda italiano ha costruito la propria legittimità su un paradigma preciso: prossimità territoriale, eccellenza artigianale, controllo qualitativo capillare. Il Made in Italy non è stato soltanto un marchio di origine, ma una promessa di perfezione materiale, oltre che un sinonimo di stile ed eleganza. Eppure, mentre il controllo del prodotto diventava sempre più sofisticato — standard tecnici, auditing, certificazioni, tracciabilità —, il controllo delle condizioni in cui nasceva quel prodotto rimaneva più oscuro, meno visibile e strutturato. 

I controlli sui brand di lusso 

Le vicende che coinvolgono Tod’s e che recentemente avevano già riguardato Armani, Valentino, Christian Dior, Loro Piana non rappresentano anomalie isolate, ma segnali che fanno emergere una tensione sistemica. Non è solo il singolo marchio a indebolire il sistema, ma la complessità della filiera su cui opera: una rete produttiva su cui si fonda l’intero sistema italiano, composta da laboratori, micro-imprese e subfornitori organizzati su più livelli, che richiede assetti di controllo e strumenti di governance complessi, adeguati alla sua articolazione. A dicembre 2025, la Procura di Milano ha esteso le verifiche a 13 grandi marchi del lusso — tra cui Dolce & Gabbana, Versace, Gucci, Prada, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia e Off-White Operating — richiedendo documenti e informazioni sui controlli lungo la filiera. Questi sviluppi mostrano come il tema del controllo sociale e della trasparenza produttiva riguardi ormai l’intero sistema del lusso e del Made in Italy. Il lusso contemporaneo è ossessionato dal controllo della qualità, dell’immagine e della distribuzione. Ma questo controllo, nella sua dimensione culturale, è sempre selettivo: valorizza ciò che consolida il valore e marginalizza ciò che lo complica. Così per lungo tempo, la filiera è rimasta uno spazio tecnico, invisibile nel racconto del brand ma centrale nella sua operatività. Oggi l’equilibrio sta cambiando grazie alle nuove normative. L’Unione Europea ha ridefinito la responsabilità d’impresa: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD, entrata in vigore 2023) riguarda la rendicontazione societaria di sostenibilità e impone trasparenza sugli impatti sociali e ambientali delle imprese, mentre la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD, entrata in vigore 2024) estende gli obblighi alla catena del valore per tutelare diritti umani e ambiente. La responsabilità non è opzionale e la trasparenza non è accessoria. 

Il cambio di paradigma e la responsabilità dei brand 

In Italia, il Disegno di legge annuale a sostegno delle piccole e medie imprese, approvato in prima lettura dal Senato nell’ottobre 2025, prevedeva l’introduzione di una certificazione unica di conformità della filiera della moda: un sistema volontario pensato per attestare il rispetto di determinati standard lungo la catena produttiva. Una volta ottenuta, tra le disposizioni del testo figurava, per le aziende, la possibilità di utilizzare la dicitura “filiera della moda certificata” nelle attività promozionali e commerciali. Il meccanismo prevedeva possibili effetti attenuativi sulla responsabilità delle aziende committenti in caso di irregolarità lungo la filiera. Infatti la norma ha suscitato forti critiche e l’opposizione dei sindacati, temendo che potesse diventare uno “scudo” per i grandi marchi, riducendo la loro responsabilità sulle violazioni nei livelli inferiori della filiera. Nel passaggio alla Camera, nel febbraio 2026, quegli articoli sono stati soppressi e il disegno di legge ha proseguito l’iter senza la certificazione; da questa settimana è legge

Gli strumenti dello stilista
Gli strumenti dello stilista

Il disegno di legge annuale sulle PMI per il settore moda 

Il 4 marzo 2026 il Senato ha approvato definitivamente il testo modificato ed elaborato dalla Camera dei deputati privo degli articoli contestati. Non ancora pubblicato, il testo non interviene sul caporalato nella moda, la misura per il settore moda riguarda l’istituzione di un fondo dedicato alla filiera tessile-moda, con una dotazione fino a 100 milioni di euro per sostenere la transizione verso un’economia ecosostenibile del settore. Il provvedimento introduce, inoltre, strumenti per favorire progetti presentati in forma aggregata. Agevolazioni, valide fino al periodo d’imposta 2028, sosteranno iniziative sviluppate da più imprese, attraverso reti o partnership di filiera, per rafforzare la collaborazione tra aziende e aumentare così la competitività della produzione. 
In attesa della delega volta all’aggiornamento della legge sull’artigianato è stata approvata una norma che rafforza la tutela del settore: aumentano le sanzioni, per i casi di utilizzo improprio del riferimento all’ “artigianato” nella pubblicità.  
Recentemente, l’udienza della Procura di Milano nei confronti di Tod’s è stata nuovamente rinviata, in seguito alla richiesta dell’azienda di disporre del tempo per rafforzare i controlli sulla propria catena di fornitura e introdurre nuovi meccanismi di vigilanza su fornitori e subfornitori. Inizialmente era stata richiesta la sospensione della pubblicità del marchio per sei mesi, ma la decisione è stata posticipata per consentire al gruppo di implementare le misure promesse. 
Il lusso si trova di fronte a un cambio di paradigma. L’eccellenza non può più limitarsi all’indumento o all’accessorio: deve estendersi alla filiera stessa. I casi citati mostrano la fine dell’asimmetria tra il controllo dell’indumento e quello della filiera. La trasparenza diventa un nuovo capitale simbolico. Se il Made in Italy vuole restare un paradigma credibile, la filiera deve trasformarsi da spazio opaco a infrastruttura governata, assicurando in primis il rispetto dei diritti dei lavoratori e ridefinendo l’immagine e la credibilità del lusso italiano. 
La responsabilità della produzione degli indumenti e degli accessori è indiscutibilmente del brand che appone il marchio. Quindi le aziende italiane o che qui producono, hanno il diritto di sentirsi offese da chi tenta di delegare questa responsabilità, anche in nome della difesa del Made in Italy. 

Il futuro del Made in Italy 

In attesa di interventi normativi mirati, i grandi brand hanno una responsabilità molto importante, tanto a livello numerico ed economico quanto a livello culturale: più un’azienda è grande, più persone coinvolge, più è chiamata a rispondere del proprio operato. Il potere ha due lati della medaglia: se da una parte dà opportunità e visibilità, dall’altra impone il dovere di restituire. Il Made in Italy deve eccellere su nuove basi, in modo contemporaneo, senza appoggiarsi sugli allori del passato o su leggi che, pur apparendo protettive, rischiano di mascherare i lati più oscuri della filiera. La politica e la normativa possono invece favorire l’evoluzione del sistema, sostenendo trasparenza e produzione responsabile, senza scorciatoie che riducono la responsabilità e ritardano semplicemente la nostra crescita culturale e civile. 

Margherita Cuccia  

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Margherita Cuccia

Margherita Cuccia

Responsabile dei Progetti Speciali di Artribune S.r.l. Margherita cura la rubrica sulla sostenibilità della Moda sullo Speciale Moda & Fragranze | Artribune e sulla piattaforma multimediale. Ha insegnato Design del Tessuto, all’Università Iuav di Venezia all’interno del triennio in Moda e Arti Multimediali. Ha…

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