Design e giustizia sociale. L’architetta Maria Alessandra Segantini incontra la moda per HIGH The Journal
La pubblicazione “HIGH The Journal” è stata il pretesto per far incontrare Segantini con l’omonimo brand di moda Made in Italy. Il risultato è stato uno scambio di ideali, filtrato dalla lente di Artribune
L’architettura dialoga con l’arte e la moda nel progetto editoriale cartaceo HIGH The Journal, curato da Artribune. Lo fa da sempre, come testimoniano le sfilate dei grandi marchi del lusso e le collaborazioni fra artisti, e specialmente in questo caso, nel segno di una visione condivisa: celebrare la creatività come linguaggio trasversale, capace di attraversare moda, arte e cultura visiva. Da tale unione nasce un progetto editoriale che ribadisce un principio chiave per entrambi: l’estetica non è superficie, ma pensiero, ricerca, identità.
Chi è Maria Alessandra Segantini
E da qui deriva l’interesse di confrontarsi con Maria Alessandra Segantini. Architetta veneziana e cofondatrice di C+S Architects, Architetto Italiano dell’Anno 2022 e prima donna iscritta all’Albo d’Oro dell’Ordine degli Ingegneri e Architetti della Repubblica di San Marino, è celebrata per il visionario progetto LAND-CR.AF.T.ED a Peccioli. Vincitore degli Architizer Vision Awards 2025, ripensa la vita rurale mettendo in relazione agricoltura rigenerativa, housing sociale e spazi comunitari. Sviluppato con il team di C+S durante gli anni di insegnamento di Segantini nel Regno Unito, è nato come ricerca ed è diventato realtà dopo un incontro con il sindaco di Peccioli, che ha commissionato 12 unità di edilizia sociale nell’area di Santo Stefano. Il masterplan ridisegna i terreni agricoli con campi circolari adatti all’agricoltura 4.0, dove droni seminano e irrigano, e con case coloniche contemporanee in legno ispirate alle cascine toscane. Grandi coperture a forma di foglia, pareti in terra cruda, orti e pixel farming danno forma a un paesaggio produttivo in cui il casale esistente diventa un hub condiviso per cucinare, vendere e ridistribuire il cibo locale.
LAND-CR.AF.T.ED (Community Reinvent Affordable Food Through Ecologic Design), a Peccioli, è stato premiato agli Architizer Vision Awards 2025. Lei è stata proprio premiata per un approccio visionario, ce lo racconta?
LAND-CR.AF.T.ED nasce, come tutti i nostri progetti, da un filone di ricerca. Ci lavoravo sia con il team di C+S in accademia nel Regno Unito (ho servito 10 anni da professore ordinario di progettazione architettonica e urbana). La ricerca ha preso consistenza grazie all’incontro fortuito – eravamo entrambi a ritirare un premio di architettura- con il sindaco di Peccioli in provincia di Pisa, in Toscana, che ci invitò a ‘testare il nostro modello’ su un’area del Comune. Il brief dell’amministrazione era la costruzione di 12 residenze sociali, sull’area di Santo Stefano, alle pendici delborgo di Peccioli. Il fatto che LAND-CR.AF.T.ED potesse avere valore di ‘nuovo paesaggio goduto dall’alto’ è stato per noi un primo elemento importante del progetto: rappresenta la restituzione di bellezza a territori di pianura spesso saccheggiati nell’Italia degli ultimi 30 anni e diventa la possibilità ridare forma a una ‘bellezza dell’innovazione che si nutre di radici contestuali’. Mi spiego meglio: nel progetto LAND-CR.AF.T.ED il lotto è stato ridisegnato con l’arboricoltura, che era già parte del modus operandi locale per rendere produttivo il territorio con piantumazioni a ciclo continuo che permettono alla terra di rigenerarsi ogni volta in modo sostenibile. Ma, al posto di disegnare elementi geometrici ortogonali che derivavano, storicamente, dai solchi dell’aratro e dal cammino rettilineo degli animali che li tracciavano, proponiamo una struttura di suolo agricolo circolare. Perché oggi, con l’agricoltura 4.0 a navigare, seminare e irrigare in circolo ci sono e saranno sempre di più i droni.
Ci dici qualcosa per immaginare il progetto?
Abbiamo disegnato i tetti degli edifici come grandi ‘foglie fuori scala’ che restituivano la magia del nuovo bosco. Il risultato è un microcosmo di case in terra cruda e orti dove viene praticato il cosiddetto pixel-farming, un’agricoltura basata sulla biodiversità che, secondo i dati della ricerca, è molto più produttiva della monocoltura estensiva. Case e campi, bacini irrigui e foreste rinaturalizzate: tutto è organizzato in un masterplan circolare dove ecologia e comunità convivono in equilibrio. La cascina preesistente, infine, diventa uno spazio condiviso dove vendere o re-impiegare i prodotti in eccesso grazie a una grande cucina comune e spazi ibridi: uno spazio comunitario per creare coesione e partecipazione. Ma il progetto ha anche il valore di prototipo capace di sfidare lo spopolamento delle campagne italiane da un lato e lo spread dei bed andbreakfast, dall’altro, dovuto all’esplosione di un turismo che consuma i territori, e non produce cultura, che non è locale, un turismo che si mangia ogni volta un po’ il territorio, dove i giovani che ci lavorano, finita la stagione, devono migrare, tendenzialmente nelle grandi città o all’estero.
Qual è l’obiettivo?
Far ritornare produttivo il paesaggio e in questo senso amplia lo sguardo per trasformarsi in un prototipo di trasformazione delle aree rurali, perché la cascina toscana non è poi così diversa dalle fattorie venete o brianzole: tutte sorgono in territori che abbiamo saccheggiato, territori depredati dai capannoni industriali (oggi spesso dismessi), e che potrebbero essere invece rinaturalizzati e restituiti alle comunità. Nel progetto ho innestato i semi culturali che mi ha trasmesso mio padre, che lavorava da un capo all’altro del mondo e poi si ritirava a Brisighella, in una casa di campagna al confine tra Emilia-Romagna e Toscana. Ci raccontava la freschezza del verde, i colori dei fiori e il sapore dei frutti di Paesi che neppure sapevamo riconoscere sulla mappa, piantando nella sua collina/orto i semi che in quei Paesi aveva raccolto. Ora che è mancato, a maggior ragione, provo in ogni progetto a comportarmi come il protagonista che piantava alberi di Jean Giono.
Cos’è per te l’architettura?
L’architettura per me nasce come servizio, come soluzione di un problema specifico, ma è anche e soprattutto un sogno, che va oltre la soluzione contingente. È una prospettiva su qualcosa che non esiste, che apre potenzialità. E l’architetto è un mago la cui bacchetta magica (la matita) dà forma e sostanza a quel sogno per costruire un mondo più equo e in equilibrio tra natura e costruito.
Se la ricerca è la radice del vostro lavoro, come scegliete i progetti su cui lavorare? Riprendo la metafora del traduttore. TranslationArchitetture è la parola che abbiamo coniato per descrivere il nostro approccio. Da giovani abbiamo letto Hemingway tradotto da Fernanda Pivano, Queneau tradotto da Calvino, Al Dio Sconosciuto di Steinbeck tradotto da Eugenio Montale. Abbiamo letto in lingua originale quegli stessi autori ed è proprio in questo doppio binario che abbiamo deciso di innestare il nostro lavoro. Ogni traduttore è anche autore. Edouard Glissant considera la traduzione come un processo di relazione, in cui l’originale e la sua versione tradotta non sono uno l’immagine speculare dell’altro, ma piuttosto esistono in relazione l’uno con l’altro, influenzandosi e plasmandosi l’uno con l’altro. Glissant dice che il traduttore è capace di traghettare il senso in un altro tempo e in un’altra forma, di creare un dialogo in continuo mutamento tra culture e lingue. Così intendiamo il nostro lavoro, un innesto continuo che costruisce dialoghi con i contesti (fisici, umani e produttivi) che scegliamo di tradurre. In questo modo scegliamo i contesti e le culture da tradurre, partecipando a concorsi (molti dei nostri lavori sono il risultato della vittoria di concorsi di progettazione nazionali ed internazionali).
Voi parlate di design come uno strumento capace di generare ‘giustizia sociale’ ed equilibrio ambientale’.
Ho vissuto a Londra per 10 anni in un quartiere con 40 mq di spazio pubblico (parchi ben manutenuti, musei gratuiti, ecc.) per cittadino. In un mondo dove assistiamo alla costante erosione del potere di acquisto dei cittadini sugli spazi da abitare (siano essi in affitto o di proprietà) è lo spazio pubblico lo strumento che permette di riequilibrare la giustizia sociale. E questo spazio cui abbiamo dedicato la nostra attenzione facendolo diventare la spina dorsale dei nostri progetti. Abbiamo capovolto il punto di vista: non più solo edifici su cui concentrare l’attenzione. Siamo partiti dallo spazio pubblico come elemento capace di istituire relazioni, di riaccogliere il verde all’interno della città, di essere trasformabile e attivabile dalle comunità. Abbiamo esteso la nozione di spazio pubblico anche alle scuole che abbiamo sognato aperte alla comunità oltre l’orario scolastico, delle vere nuove piazze, nodi di quella grande periferia che occupa tutta la pianura Padana. Siamo molto fieri che i nostri progetti di scuole siano diventati le Linee Guida Ministeriali: oggi tutti gli architetti che lavorano sulle scuole italiane hanno questo ‘ethos’ che abbiamo iniziato nel lontano 1998.
Qualche altro esempio?
I progetti di rigenerazione urbana e paesaggistica di Sant’Erasmo, Tervuren, Piazzale Roma, Aarshot, Lovanio, Bergamo e Pordenone restituiscono nuovi spazi di connessione urbana ai cittadini, vengono nuovamente attraversati, abitati, non solo dagli esseri umani, i loro bellissimi spazi verdi sono abitati da animali e gli specchi d’acqua dai pesci… A Pordenone innestiamo un ponte pubblico che si sporge in acqua e collega due parti della città a livelli diversi. A Venezia, la Ex Manifattura Tabacchi diventa ‘cittadella’ non Palazzo di giustizia, aprendo a percorsi porosi l’attraversamento urbano. Ad Aarshot, lo Snake Building viene manipolato per lasciare più spazio alla piazza pubblica con il suo bellissimo albero. Nella piazza del Museo GAMeC a Bergamo una grande ‘fioriera fuori scala’ inaccessibile agli uomini, innesta biodiversità e diventa cibo e casa per piccoli animali. Alla piazza del Cinema al Lido di Venezia, invece che disegnare un luogo per le sole 3 settimane della Mostra del Cinema, disegniamo un tappeto bianco, che è una infrastruttura nascosta per attivare eventi diversi durante tutto l’anno e quando è libera e silenziosa diventa la piazza mancante per i cittadini dell’isola dove le mamme con le carrozzine si fermano a far giocare i figli più grandi tra le divertenti panchine circolari, dove gli anziani stanno seduti al tramonto a vedere il mare e dove skaters e gli adolescenti giocano con i piccoli dislivelli di uno spazio al cento per cento accessibile a tutti, compresi i non vedenti.
Il suo lavoro intreccia biografia e progetto: Venezia, la campagna romagnola, il Belgio, Londra, e più recentemente i progetti in Arabia Saudita. Qual è oggi la responsabilità culturale dell’architetto che si trova a lavorare in contesti così diversi?
Porto sempre Venezia con me. Porto con me Venezia come città-macchina. Città senza acqua che si inventa un sistema di raccolta dell’acqua piovana all’interno di grandi cisterne al di sotto dei campi, trasformando un bisogno (bere, lavarsi, …) in bellezza. Sono quei disegni della pietra d’Istria nei campi veneziani che indicano i limiti delle cisterne sottrarne, bellezza che nasconde l’invisibile utilità. Un’utilità che costruisce comunità dove l’ombra viene cercata per ripararsi dalla calura estiva, ma dove l’ombra è anche un calice di vino che ristora i cuori al tramonto. Venezia è anche la costante manutenzione di un paesaggio strappato all’acqua, è un’artigianalità ancora viva per poter continuare a costruire in un equilibrio instabile. E quella artigianalità ho trovato in modi diversi nella sapienza costruttiva delle tessiture di mattoni belghe o dei mattoni a mano intonacati in terra a Riyadh. Venezia guida le mie immersioni in ogni nuova avventura.
Cosa pensi del marchio HIGH?
Di HIGH avevo apprezzato Remake Responsibly, che rilanciava una selezione di nove modelli iconici di HIGH realizzati utilizzando materiali Candiani, leader nella produzione di denim sostenibile e prima azienda ad essere certificata dallo standard Regenagri ‘Chain of Custody’ che la missione di un approvvigionamento rinnovabile e un processo produttivo finalizzato alla salvaguardia dell’ambiente. Con lo stesso ethos Sport Smart lanciato quest’anno mi sarà utile nel fitness quotidiano delle cinque di mattina.
Alessia Caliendo
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati