“La moda non è standardizzare, ma creare”. Intervista a Snap, il progetto inclusivo  

Un progetto tutto italiano focalizzato su un'etica lavorativa sostenibile per il pianeta e per le persone. Valorizzando l'artigianato nella moda e celebrando l'unicità attraverso la versatilità della camiceria. Qui l’intervista alle fondatrici

Snap è un progetto tutto italiano nato da Gloria Bellardi e Wilma Maurelli, il cui obiettivo è preservare una dimensione del lavoro sostenibile sia per il pianeta che per le persone. Al tempo stesso, vuole valorizzare un approccio artigianale nella moda, quindi l’unicità. E le founder hanno trovato nella camiceria un capo d’abbigliamento che può adattarsi a qualunque corpo, in ogni occasione. Le parole chiave alla base del progetto? Sostenibilità, inclusività e cura nel sistema di produzione. Infatti, le collezioni di Snap sono sostenibili in tutta la filiera, poiché prodotte in Italia e realizzate in cotone 100% biologico. La cura verso l’ambiente si nota anche dai dettagli, come le etichette stampate con colori a base di acqua per evitare sostanze chimiche e i cartellini in carta riciclata. Infine, il packaging dei capi è biodegradabile, compostabile e utilizza colla naturale e inchiostro a base solvente. Proseguendo con la consapevolezza del grande impatto della moda sull’ambiente, Snap propone e sostiene una produzione lenta e consapevole; per questo motivo non vengono seguiti i tradizionali processi di produzione per i capi. Il brand non ha un e-commerce per evitare lo spreco di magazzino e i capi vengono prodotti esclusivamente su richiesta. Ancora, i materiali della filiera produttiva di Snap sono completamente tracciabili grazie ad un QR code che riporta i fornitori di tessuti e tutte le informazioni sulla produzione del capo. Ma ciò che colpisce è la filosofia di Snap: l’equità al centro di tutte le attività del progetto; infatti le fondatrici ambiscono a garantire pari opportunità a tutti i collaboratori e a tutti i clienti, indipendentemente da orientamento sessuale, identità di genere, età o background. In esclusiva per Artribune, Gloria Bellardi e Wilma Maurelli raccontano del progetto e del loro punto di vista sulla situazione italiana di brand sostenibili quanto inclusivi. 

Intervista alle fondatrici di Snap 

Qual è il vostro background di studi e professionale? 
G: Abbiamo entrambe frequentato Istituto Marangoni nel 2005 dove ci siamo laureate insieme, anche se poi abbiamo seguito due percorsi molto diversi. Io ho vissuto per un periodo a Firenze e a Roma, dopodichè mi sono trasferita a Londra dove ho lavorato come fashion designer per sei anni. Sia nel Regno Unito sia in Italia, ho gestito una mia linea. Una volta rientrata a Milano ho continuato diverse collaborazioni, in particolare per la parte progettuale, quindi tutto ciò che è ricerca e concept.  

W: Una volta laureata, sono rimasta a Milano dove ho lavorato per Consorzio Italiano del Commercio Equo Solidale; quindi fin da subito mi sono affacciata agli aspetti legati alla sostenibilità, quando ancora in Italia non se ne parlava per nulla. Nel frattempo, collaboravo anche con delle sartorie, seguendo principalmente la parte di modellistica e di confezione. Con la nascita del progetto Snap la parte della sostenibilità era un pilastro che non poteva mancare, in particolare per la ricerca dei tessuti. 

SNAP
SNAP

Il manifesto di Snap parla chiaro: sostenibilità, artigianalità, inclusività e parità di genere. Quali sono le sfide che avete vissuto e quali pensate ci siano in Italia in questo momento? 
Per quella che è la nostra esperienza ci rendiamo conto che forse la sfida più grande è cercare di portare il concetto di gender equality e inclusività per alcune generazioni. Vediamo infatti che i giovani hanno un approccio molto più predisposto ad abbracciare questo genere di situazioni. La sfida più grande è cercare di far capire che l’identità è un valore, che tutte le persone possono esprimersi come vogliono, anche alle generazioni che non sono abituate a questo tipo di messaggio. Noi ci rivolgiamo ad un pubblico ampio, dato che il nostro prodotto ha un target di riferimento che può arrivare ovunque e a chiunque. E facciamo del nostro meglio per interpretarlo ed “educare” le generazioni che non sono abituate a questo concetto. Le nostre camicie sono tutte completamente personalizzabili, e questa trasformabilità fa in modo che il cliente la possa utilizzare come espressione di sé. Possiamo anche modificare e adattare i capi in base a body type, desideri e necessità dei nostri clienti.  

È bello vedere che ci sono ancora brand come voi che resistono al mercato della fast fashion e che hanno approccio più slow, con una cura artigianale al prodotto e alle richieste dei clienti. 
Vogliamo essere in totale opposizione alla fast fashion, producendo un prodotto unico, pensato e ragionato. In Snap c’è una cura importante anche nella scelta dei materiali come il cotone biologico; oppure utilizziamo bottoni provenienti dal riciclo di scarti. Anche i processi di produzione sono un tema importante per noi: abbiamo una produzione lenta e, grazie alla cura e ai materiali, il prodotto finale potrà resistere all’usura per un tempo maggiore. Inoltre, in Snap non abbiamo magazzino e nemmeno un tradizionale e-commerce per evitare qualunque spreco di capi e materiali. 

Secondo la vostra esperienza, qual è l’atteggiamento dei clienti italiani a questo tipo di approccio, ovvero la inclusività del vostro brand e il fatto che i capi siano applicabili a più generi e più corpi? 
Quando si tratta di parlare e confrontarci con i nostri clienti, magari con messaggi su Instagram, non vediamo grandi difficoltà nella ricezione del messaggio di Snap. Questo perché chi ci contatta su Instagram è un pubblico giovane e tendenzialmente più propenso ai temi di Snap. Dall’altra parte, una problematica che abbiamo riscontrato è il confronto con i wholesales, perché i negozi propongono una divisione distinta tra abbigliamento maschile o femminile. Questo è un aspetto particolarmente ostico per noi proprio perché quando parli di collezione genderless, i negozi non sanno in che categoria di abbigliamento inserirci. 

SNAP
SNAP

Parlando invece di prospettive future? 
Sicuramente speriamo in una maggiore consapevolezza sull’identità e gender equality. Ci auguriamo che i retailer siano predisposti ad accettare capi realizzati appositamente per adattarsi sia ad un corpo femminile che ad uno maschile. Speriamo vengano presto compresi gli sforzi di tutti per diffondere questi valori – e ci auguriamo che tutti prima o poi capiscano che la moda non è standardizzare ma creare. Siamo molto fiduciose dato che vediamo che dall’altra parte c’è un pubblico che dà quasi sempre riscontri positivi. 

Come si inserisce Snap nel panorama della moda milanese? 
Milano è una città particolare, dove puoi trovare sia una moda più “mainstream” ma anche brand che si muovono in un “sottobosco” underground – intesa come una moda meno conosciuta. E noi ci muoviamo in questo sottobosco: siamo un brand di nicchia, però siamo molto ambiziosi e vogliamo crescere senza sacrificare i nostri valori. Crediamo molto nel nostro progetto, dando rilevanza ad una dimensione della moda più umana, lenta e attenta alla persona. La nostra sede è a Milano, e quando possibile cerchiamo anche di prendere parte ad eventi culturali e creare collaborazioni. Durante la Design Week, abbiamo collaborato con alcuni designer e performer per aggiungere anche qualcosa di artistico e poetico a Snap. 

Ricollegandomi all’artigianalità e alla slow fashion di Snap, secondo voi Milano è pronta per questo tipo di approccio nella moda?
Noi facciamo parte di quella che si può definire a tutti gli effetti una nicchia. Milano è forse la città più veloce d’Italia, dove le persone vogliono tutto subito. Quando si è parlato di un grande cambiamento post Covid-19, ci si aspettava che le cose cambiassero davvero, invece notiamo che è molto facile dimenticare e tornare ai ritmi precedenti alla pandemia. Eppure diversi marchi del lusso stanno abbracciando un approccio più lento e che segue i mestieri dell’artigianato; quindi immagino una futura evoluzione della moda, dove troveremo proposte “fast” in opposizione a realtà come Snap, slow e artigianale. 

Lara Gastaldi 

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Lara Gastaldi

Lara Gastaldi

Laureata in Comunicazione, Media e Pubblicità, ha proseguito i suoi studi in Svizzera, presso l’Università di Berna, specializzandosi in Sociolinguistica e World Literature. Parla inglese, tedesco, francese. Ama viaggiare e immergersi nelle usanze dei luoghi, soprattutto nei paesi di frontiera,…

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