Come gestiamo i nostri peli e i nostri capelli? Ne parla una mostra a Parigi

Al Musée Des Arts Décoratifs di Parigi, chiome e peluria incontrano il costume. Da Carlo V a Maria Antonietta e Mahsa Amini. Ma vengono usate anche dalla moda nel corso dei secoli

Taglio lungo o corto, barba o baffi, acconciature o parrucche? Come per i vestiti, il modo di agghindare i capelli e trattare i peli sul corpo si rivela un forte indicatore sociale ed identitario, in evoluzione o in contrapposizione con gli standard di bellezza. Di questo, e non solo, tratta la mostra Des cheveux et des poils al Musée Des Arts Décoratifs di Parigi. Ripercorrendo come è cambiato l’approccio a lunghezze, forme e colori del capello nella cultura occidentale, il capo curatore del dipartimento moda-tessile del MAD Denis Bruna si propone di spiegarne i significati, a partire dalla predisposizione a “domarlo” come segno di civiltà. Per poi assumere nel corso dei secoli svariate accezioni muovendosi tra le dicotomie di grazia/virilità, convenzione/protesta. Basti pensare allo status symbol del pouf settecentesco, o alla ribellione delle creste punk, fino alle chiome architettoniche sulle passerelle di moda e alle sculture capillifere politicizzate di Laetitia Ky nell’arte contemporanea. Un linguaggio affascinante e sfaccettato, che ieri come oggi traduce lo spirito del tempo.

VELI, PARRUCCHE E PIXIE CUT IN MOSTRA A PARIGI

La mostra si sviluppa in un percorso a sezioni, animate da circa 600 opere tra fotografie, dipinti e strumenti del mestiere, dal medioevo ad oggi. Obbedienti al comandamento di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, le dame medievali celavano le proprie chiome sotto austeri veli, un capo a poco a poco sparito nel costume occidentale per tornare alla ribalta nelle attuali passerelle grazie a marchi come Saint Laurent e Versace, ma con tutt’altri connotati. Anche i cavalieri medievali sposano l’essenzialità, mostrando facce completamente glabre. La moda poi cambia intorno al 1520 per mano dei grandi trendsetter dell’epoca, ovvero l’imperatore Carlo V e i re Francesco I, Enrico VIII che si fanno crescere la barba, da lì in poi sinonimo di virilità e istruzione. Con l’arrivo del Seicento l’estetica barocca fa da padrona e nelle corti si diffondono eccentriche coiffures, come l’hurluberlu, grazioso chignon con ciocche laterali sciolte lungo il viso, caro alla marchesa de Sévigné, e la ben più vistosa «Fontange» con tanto d’impalcatura in fil di ferro per sorreggerla. Sull’esempio del re Sole i cortigiani di Versailles utilizzano voluminose parrucche, mentre simbolo della corte di Maria Antonietta, fashion icon indiscussa delle mode settecentesche, è la celebre acconciatura pouf, elaborata composizione in verticale celebrativa dello status quo: una rincorsa ai centimetri e ai decori più sfarzosi. Nell’Ottocento tornano le barbe, ma soprattutto esplode la mania per i mitici baffi, che rivedranno il loro periodo d’oro negli anni Settanta del Novecento. Con l’industrializzazione e l’ascesa della borghesia, a discapito dell’antica nobiltà, le tendenze nel XX secolo cambiano a ritmo costante, complice anche la diffusione delle riviste di settore, e in generale dello sviluppo dei mass media. Dal taglio alla garçonne di Louise Brooks e Clara Bow ai voluminosi Victory rolls di Ingrid Bergman, passando per il pixie cut di Twiggy e le creste punk fino alle cotonature anni Ottanta. Ma la rassegna punta i riflettori anche sulla scelta di conservare, eliminare, nascondere o mostrare i peli sul nostro corpo e i suoi significati sociali più latenti. Sondando la rappresentazione dei corpi nudi nelle arti visive e nelle testimonianze scritte, la peluria è praticamente assente, idealizzando il corpo depilato – salvo rari accenni di ribellione. Emblematico è il celebre dipinto di Gustave CourbetL’origine del mondo (1866), che mostra in primo piano il sesso di una donna senz’ombra di pudicizia sui peli. Solo oggi questo statement è venuto meno, lasciando ad ognuno la libertà di agire in maniera autonoma sul proprio corpo senza tabù.

IL SAVOIR-FAIRE NEL MONDO DELLE CAPIGLIATURE

Non poteva mancare un capitolo dedicato ai grandi maestri. In prima linea troviamo il parrucchiere prediletto da Maria Antonietta, Léonard Autier detto Autié. Spiccano Antoni Cierplikowski, ovvero il primo hair stylist per celebrità del mondo, a braccetto con Sydney Guilaroff, attivo nel cinema hollywoodiano, per giunta il primo a essere menzionato nei titoli di coda dei film, che vanta nel suo repertorio di chiome quella di Vivien Leigh, quindi l’iconica Rossella O’Hara in Via col vento. Presente anche il guru dell’hairdressing Charlie Le Mindu, nonché alfiere della nuova avanguardia della haute coiffeur, noto per gli abiti realizzati con veri capelli e le sue acconciature artistiche per star come Lady Gaga, Madonna e Lana Del Rey.

MODA, ARTE E POLITICA NELLA CAPIGLIATURA

Guardando alle passerelle, sicuramente chi ha fatto dei capelli un motivo ricorrente nel suo lavoro è lo stilista belga Martin Margiela. Una “passione” ereditata dal padre parrucchiere, che vede la sua massima espressione nei cappotti-parrucca presentati per la collezione primavera/estate 2009. E ripresa nella sua prima mostra in qualità d’artista tenutasi alla Lafayette Anticipations circa due anni fa, con le opere Vanitas, Trittico e Hair portraits. Apparenza, certo, ma anche codice di adesione a movimenti politici e sottoculture. Tagli e acconciature sono stati e sono tutt’oggi un linguaggio estetico tanto quanto ideologico. Prendiamo ad esempio i ricci afro dell’attivista Angela Davis, indissolubilmente associati alle battaglie per i diritti civili, alle mohicane punk che rappresentavano la protesta contro l’establishment e ai lunghi capelli arruffati degli Hippy in opposizione ai tagli curati dei genitori, così come al rigore di quelli militari. Anche diverse personalità in vista hanno veicolato un messaggio tramite essi, come la stilista Vivienne Westwood rasandosi nel 2014 per sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici o l’attrice Meryl Streep agli Oscar del 2018 decorando il suo chignon con una spilletta di #TimesUp, a mostrare il suo sostegno al movimento contro le molestie sessuali. Ma la mostra si conclude con un omaggio alle donne iraniane perché tagliarsi i capelli nei paesi di religione islamica è simbolo di lutto. E dalla brutale morte di Mahsa Amini lo scorso 16 settembre, per mano della cosiddetta polizia morale iraniana, questo gesto è ora un segno di protesta per la libertà.

Aurora Mandelli

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Aurora Mandelli

Aurora Mandelli

Originaria di Vaprio D’Adda, si sposta a Milano e Bordeaux per perseguire gli studi. Da sempre amante della moda in tutte le sue forme, coltiva la passione per l’arte, il cinema e il teatro. Attualmente fashion stylist e redattrice freelance…

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