La start up Depop e il futuro della moda

La storia (e il domani) della start up internazionale, nata da un trevigiano, che è già diventata un caso. È stata acquisita da Etsy per qualcosa come un miliardo e seicento milioni di dollari

Photo credits Depop
Photo credits Depop

Il fondatore di Depop Simon Beckerman a dispetto del nome è nato e cresciuto a Treviso. Start up fondata in Italia nel 2011, Depop si è però presto trasferita a Londra, da dove ha poi aperto sedi a Manchester, Los Angeles, New York, Milano e Sydney. Questo marketplace moda, specializzato in aftermarket, sta ottenendo un gradimento inaspettato tra Millennial e GenZ (ben presto oltre il 52 per cento dei consumatori nel mondo) ma pure tra i più attenti ai problemi (giganteschi) di sostenibilità che pone la produzione di abbigliamento. Qualche giorno fa Etsy, colosso dell’e-commerce statunitense, ne ha annunciato l’acquisizione per 1,63 miliardi di dollari: Depop così è diventa la seconda startup “italiana” – dopo Yoox – ad aver raggiunto un valore superiore al miliardo. Un autentico unicorn.

IL MERCATO DELLA MODA ONLINE

L’operazione ha preso corpo durante la pandemia che stravolgendo molte delle precedenti consuetudini e accelerando il mercato online ha fatto drizzare le antenne degli investitori: questi ultimi hanno preso atto di come il modo in cui pensiamo ai vestiti stia prendendo una nuova direzione. Certamente la strabiliante cifra sborsata da Etsy si giustifica così: Depop oggi conta 30 milioni di utenti distribuiti in più di 150 paesi, su questa piattaforma ogni mezzo secondo viene caricato un prodotto e ogni 3 secondi viene venduto un capo. Nel 2020 Depop ha transato un miliardo di articoli solo online, senza negozi o magazzini fisici, semplicemente mettendo in contatto venditore e compratore. Ma non è affatto irrilevante poi che Depop sia l’online principe di un segmento di mercato in crescita prodigiosa. L’aftermarket di abbigliamento, calzature e accessori, attualmente valutabile intorno ai 40 miliardi di dollari, è previsto crescerà al ritmo del 20 per cento nei prossimi cinque anni. La crescita online ha già raggiunto il 69% tra il 2019 e i primi due mesi del 2021. E così l’attenzione della finanza si è accesa non solo su Depop, ma anche sulla francese Vestiaire Collective o le californiane Thredup Poshmark. StockX, che ha sede a Detroit, ha raccolto investimenti per 275 milioni di dollari nel dicembre del 2020, Goat ha ricevuto un investimento dal Groupe Artémis, (azionista di controllo di Kering) a gennaio del 2021.

Depop
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I COMPETITOR DI DEPOP

The RealReal fondato in California nel 2011 è un altro e-commerce che si occupa esclusivamente di resale. Di e-commerce specializzati nel resale dunque ne esistono ormai parecchi, ma The RealReal nel 2019 è stata la prima start up di questo genere ad aggiudicarsi una Ipo (da 300 milioni di dollari. Di recente The RealReal ha dato vita a ReCollection un programma che invita le maison a trasformare i capi danneggiati o consumati in nuovi capi di lusso. Qui i criteri stabiliti per mantenere lo spirito di sostenibilità in cui è radicato l’upcycling escludono la possibilità di utilizzare materiali vergini, l’assemblaggio deve prevedere rifiuti zero, devono essere pagati salari equi e la produzione non deve essere delocalizzata verso Paesi il cui unico pregio è il basso costo della mano d’opera. Non è un caso. La produzione di abbigliamento è aumentata vertiginosamente negli ultimi decenni: 100 milioni di tonnellate all’anno secondo alcune stime. In Occidente è guidata non solo dalla crescita della popolazione, ma pure dallo slancio del fast fashion, colpevole di immettere sul mercato una massa di oggetti di bassa qualità intrinseca, per questo poco durevoli e nel loro insieme capaci di produrre quantità impressionante di rifiuti che nessuno sa bene come smaltire.

MODA: LA QUESTIONE AMBIENTALE

Sono sempre di più a ritenere questo non sia tollerabile. Le informazioni circa la spazzatura che galleggia negli oceani (che si tratti di sneakers, prodotti tessili o sacchetti di plastica poco importa) sono ormai alla portata di tutti il che esercita una pressione crescente per la creazione di modelli di business differenti. Lavorare con cose già esistenti senza buttare sempre tutto, reinventarle, utilizzando tecnologia e design, apre nuovi orizzonti intellettuali ed estetici. Business is business: ma di certo siamo innanzi a cambiamenti tra i più radicali occorsi al fashion da molti anni a questa parte

 Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. In questo periodo ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualemnte è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiuesta”, direttore della piattaforma super local SudStyle.it. Senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide. A Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Nel 2021 ha fondato La Cernobbina Artstudio. Svolge la sua attività di visiting professor per Accademie del nord come del Sud della penisola.