Debutti nella moda. Il brand di Valentina Ilardi

La stylist e creative director romana debutta con la sua prima collezione “VI MMXX”, in cui porta con sé il mondo della fotografia che da sempre accompagna il suo percorso professionale. Nella sua prima avventura da designer accenti street, contaminazioni newyorkesi, suggestioni poetiche e avanguardie nipponiche per un guardaroba fatto di capi interscambiabili che non rinunciano al fascino della couture, come insegna la tradizione capitolina.

Dalla fotografa Sarah Moon ha imparato che tutto è possibile e che l’arte ha la capacità di portare in vita l’inanimato, mentre l’assenza di gravità è solo un punto di vista. Dopo aver studiato al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra e allo IED di Roma, la fashion stylist e creative director Valentina Ilardi, che vanta prestigiose collaborazioni internazionali ed è editor del magazine Grey da lei fondato, lancia la sua prima collezione con il brand VI MMXX. L’idea è quella di un guardaroba che unisce pezzi interscambiabili, che si trasformano in ogni momento della quotidianità. Le subculture underground newyorkesi, i rave degli Anni Novanta, fino al rap e alle avanguardie giapponesi, con accenni e riferimenti estetici all’universo della couture romana. Suggestioni streetwear, contaminazioni cosmopolite e una sensibilità sartoriale tutta italiana per il debutto del suo progetto stilistico in cui atmosfere oniriche e poetiche diventano creazioni da indossare. Volumi morbidi, la salopette in pizzo e la gonna a balze doppiata in tulle si accostano al bomber e alla tuta scomponibile grazie alla commistione di lane tartan, tessuti tecnici, rete e ciniglia. Intarsi e materiali riflettenti in un gioco di layer e contrasti visivi. Declinata al maschile e al femminile, la collezione camaleontica di Ilardi si lascia contaminare dall’arte attraverso capi sportivi rivisitati nelle forme e nelle nuance in versione “bathrobe” con velluti operati, stampe bronzee e inaspettati effetti ottici. Tra tocchi urban e puro romanticismo trasformato in contemporanei versi di stile.

Valentina Ilardi, VI MMXX lookbook man. Photo credit Peppe Tortora
Valentina Ilardi, VI MMXX lookbook man. Photo credit Peppe Tortora

L’INTERVISTA A VALENTINA ILARDI

Qual è il segno riconoscibile della sua prima collezione e da dove nasce l’esigenza percepibile di innovare e rinnovare?
Credo che lo stile sia il tratto fondamentale della collezione e del brand VI MMXX. Il mix di influenze derivato dal mio percorso personale caratterizza fortemente i look. La street-culture di ispirazione newyorkese, i rave europei Anni Novanta, la parte funzionale e tecnica dei dettagli che provengono dalle necessità tipiche di chi viaggia. Il tutto è cucito insieme da quel romanticismo tipicamente romano che definisce da sempre l’immaginario al quale sono legata e che è spesso sfocato, mosso, dinamico e suggestivo. Questa collezione va a introdursi nel panorama contemporaneo con la volontà di semplificare delle scelte di styling. I capi reversibili cambiano completamente aspetto se indossati al contrario e lo stesso pezzo si adatta a più interpreti e occasioni. È un guardaroba completo, attuale e fluido.

Insegna fotografia all’Università La Sapienza di Roma: secondo lei la moda regala sempre un’immagine veritiera della realtà o spesso la distorce?
L’immagine che viene creata in una fotografia di moda ritrae una situazione distorta in ogni caso. Il fatto di “creare” un’immagine determina in sé l’alterazione della realtà. Alcuni fotografi o direttori creativi preferiscono costruire immagini più realistiche rispetto alla percezione della vita quotidiana, anch’essa puramente personale. Altri, invece, scelgono di inventare mondi fantastici e completamente inverosimili nei quali allestire uno scatto di moda. Solamente la fotografia di reportage pura documenta una situazione senza distorcerla, perché cattura un momento esistente privo di “direzione artistica”.

Quanto conta oggi, a suo avviso, essere originali sulle passerelle?
I fashion show sono eventi riservati agli addetti ai lavori. Nonostante l’apertura allo streaming online, ormai consueto per la maggioranza dei brand, si tratta di spettacoli dedicati a un pubblico molto limitato. In qualità di direttore di Grey ho assistito a molte sfilate, essere presenti è fondamentale per comprendere la collezione nella sua essenza. Vederla in foto oppure in showroom è completamente diverso. In passerella c’è il fattore “live”: è la stessa differenza che esiste tra andare a un concerto e sentire l’album da uno speaker. C’è un abisso tra le due cose. L’originalità è fondamentale per trasportare il fruitore nel mondo del designer, del marchio. Essere riconoscibili è tutto. Per essere autentici occorre ispirarsi a se stessi, alle esperienze vissute e al proprio percorso in modo da individuare uno stile e un gusto proprio, unico.

La moda è anche estetica. È un guardaroba perfetto quello in cui materiali e forme diverse si incontrano attraverso ricerca e sperimentazione in un métissage visivo?
La contaminazione per me è primaria. L’assenza di frontiere virtuali determina lo smembramento di alcune culture e ne crea altre derivate dalla fusione di una moltitudine di elementi preesistenti con l’apporto di nuovi. La moda è sempre stata uno specchio dell’attualità. Il guardaroba ideale è certamente aderente alla realtà, muta e si adatta alle esigenze di ogni individuo.

Ha collaborato con numerosi artisti e fotografi internazionali. Tra i tanti quali sono quelli a cui si è ispirata nella sua capsule collection?
Ho “rubato” i fotografi all’arte e li ho convinti a prestare il loro talento alla moda. Nan Goldin è stata fondamentale. Ogni progetto realizzato con lei rappresenta un momento di introspezione personale e di crescita. Sarah Moon è stata la prima grande fotografa con cui ho collaborato. Con lei ho imparato che tutto è possibile, che l’assenza di gravità è un punto di vista e che con l’arte si può portare in vita anche l’inanimato. Deborah Turbeville, Nobuyoshi Araki, Sheila Metzner, Martin Parr, Robert Polidori, Jean-François Lepage, Alex Prager, Peppe Tortora, sono molti gli artisti che hanno contribuito alla definizione dello stile che ho fatto mio e che oggi si riflette in tutto ciò che faccio.

Valentina Ilardi, VI MMXX lookbook woman. Photo credit Peppe Tortora
Valentina Ilardi, VI MMXX lookbook woman. Photo credit Peppe Tortora

L’estro creativo nel fashion system conta poco se non è supportato dal marketing, dalle logiche commerciali e anche dai social. Per lei è così?
Senza dubbio. Oggi è più importante la strategia di lancio e di vendita che il design della collezione. Si preferisce seguire piuttosto che condurre. Si cerca la strada più semplice invece di capire cosa veramente ci piace, compito troppo difficile per molti.

Un ottimo lavoro di styling, come dimostrano alcuni stilisti, spesso può sostituire il savoir faire sartoriale e far gridare al miracolo i critici e la stampa di settore. La sua linea come si orienta in tal senso?
La collezione è stata assemblata pensando al look completo: nasco professionalmente come stylist quindi trovo difficile pensare al “pezzo” in sé, alla giacca per esempio, o ai pantaloni. Non riesco a prescindere dall’outfit nella sua interezza, dall’abbinamento, dall’immagine finale. Penso sempre a come il look si muove, come “camminerà” in strada. Io tendo a creare degli outfit che potrebbero uscire dalle pagine della rivista e sarebbero capaci di “camminare” a Roma o a New York. Ed essere meravigliosi e sorprendenti, ma sempre con una dose importante di realismo di “gravità” che tende verso la strada, la terra e, allo stesso tempo, racchiude una leggerezza tale da assecondare il vento. Creazioni che si adattano alle necessità dell’individuo e ai suoi movimenti. Lo stylist competente può “salvare” una collezione oppure esaltarla, ma non è una cosa su cui bisogna fare affidamento in fase di costruzione. Nelle immagini di lookbook ho evitato virtuosismi di styling per lasciare spazio alla forza dei capi.

Arte e moda si intrecciano volentieri. Crede che esista un confine tra i due universi o tutto è concesso?
La moda è arte quando, per mano del designer, fotografo o stylist, la creazione e l’immagine diventano un’opera.

Come considera l’eccesso creativo? Un vezzo o qualcosa di cui magari si può fare a meno proprio perché “less is more”?
Privarsi dell’eccesso è un esercizio di stile per potenziare ciò che è importante. È facile aggiungere, rimanere sobri invece è difficile. Trovo bellezza nello studiare proporzioni e pesi per sublimare la figura, evitando l’uso di elementi futili che andrebbero a sottolineare la debolezza della base: il virtuosismo sta nel riuscire in questo intento senza diminuire l’impatto finale.

La pandemia non ferma la creatività italiana e alcune celebri maison del made in Italy hanno pensato alla riconversione produttiva impegnandosi a favore dell’emergenza sanitaria. Cosa ne pensa?
Un’emergenza simile ha determinato la necessità di attingere da tutte le risorse disponibili. La volontà di questi marchi di trasformare la produzione per far fronte alle necessità attuali e contribuire con i mezzi a loro disposizione è ammirevole.

Gustavo Marco P. Cipolla

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Gustavo Marco P. Cipolla
Classe 1984, calabrese di origini, romano di adozione, Gustavo Marco P. Cipolla è un cittadino del mondo. Ama viaggiare, quando gli è possibile, e confrontarsi con realtà e culture sempre differenti. Le sue esperienze formative e professionali sono diverse: dalla Laurea in Relazioni Internazionali ai Master in Marketing e Comunicazione degli Eventi artistici, culturali e dello spettacolo e in Comunicazione e Giornalismo di Moda. Collabora con alcune testate dove scrive, senza la pretesa di essere un critico, di moda, arte e cultura. È stato stagiaire nelle Organizzazioni Internazionali e ha svolto, e svolge, l’attività di press officer nel mondo della musica, nell’universo della moda e ha anche curato l’ufficio stampa di alcune compagnie teatrali indipendenti. Crede fermamente nel talento (degli altri) e sostiene che i giovani di oggi, grazie alle giuste opportunità, diventeranno gli adulti di domani.