Inclusione, transgender e mainstream. L’editoriale di Aldo Premoli

L’universo transgender e la moda. Un binomio che sta prendendo sempre più forma, dalle passerelle alle campagne pubblicitarie.

Indya Moore in Pose
Indya Moore in Pose

Un gigantesco schermo è stato sistemato il 1° ottobre scorso all’interno della Cour Carrée del Louvre per la sfilata che ha chiuso la fashion week parigina. Nicolas Ghesquière, il direttore artistico di Louis Vuitton, lo ha utilizzato per proiettare il viso della cantante Sophie che si cimenta nella sua hit It’s Okay to Cry: capelli rossi, sopracciglia nere, rossetto brillante e spalle nude. Sin dall’inizio della sua carriera l’identità di Sophie è stata oggetto di speculazioni. Nel 2015, all’epoca del suo primo album, Product, le agenzie di stampa iniziarono a riferire che dietro un nome d’arte al femminile si celava il produttore musicale londinese Samuel Long. Ma solo nell’ottobre 2017 Sophie ha confermato la sua identità trans. Anche per la sua ultima campagna pubblicitaria Louis Vuitton ha schierato la trans Indya Moore, che vi appare insieme alle attrici Michelle Williams, Thandie Newton e Chloë Grace Moretz.

POSE

24enne “non-binary”, Indyaa Moore è divenuta celebre grazie alla serie televisiva POSE, giunta alla sue seconda serie, vincitrice di un Emmy e ambientata nella ballroom community newyorkese degli anni Ottanta e Novanta. Il regista Ryan Murphy, per costruirla, ha attinto a piene mani dall’influenza avuta da Madonna sulla comunità LGBT con il singolo Vogue che ‒ grazie soprattutto al mirabolante video diretto da David Fincher – ha venduto più di 6 milioni di copie. Con questo brano Madonna portò in auge un ballo divenuto un vero e proprio fenomeno di costume nei locali gay degli Stati Uniti: mimava le pose plastiche delle modelle e dei modelli che apparivano su Vogue America in quel periodo. A partire da questo spunto, Murphy ha dato vita a una sorta di Sex and the City transgender, meno cretino però dell’archetipo e con evidenti ambizioni sociali: evocare lo spaventoso numero di decessi per Aids e rammentare anche ai più sinceri sostenitori dei diritti civili che integrazione e inclusione sono due termini non sovrapponibili. Mi si perdonerà una citazione così alta in questo contesto, ma nessuno meglio di Jürgen Habermas (L’inclusione dell’altro, Feltrinelli 2013) ha spiegato: “Inclusione non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche, e soprattutto, a coloro che sono reciprocamente estranei o che estranei vogliono rimanere“. Il concetto d’inclusione, da noi ancora poco oggetto di attenzione, ma negli Usa molto presente nel mainstream attuale, consiste nell’esercizio dei propri diritti a prescindere dal sesso e dallo stato di salute mentale o forma fisica.

INCLUSIONE E MODA

Anche il fashion si adatta. Valentina Sampaio, 23 anni, è stata la prima trans a essere utilizzata per la copertina di Vogue Paris nel 2017. A seguire è arrivato il contratto con Victoria’s Secret, che ha assunto il suo primo modello transgender per una campagna pubblicitaria. Le foto della Sampaio che indossa la lingerie di Victoria’s Secret ora sono ovunque, sia online che nei negozi del brand. Insieme a quelle della modella transgender May Simón Lifschitz, della modella plus-size Ali Tate Cutler, di Olivia Sang e Laura Rakhman-Kidd. A fianco di Vuitton e Victoria’s Secret c’è pure Chanel, che ha arruolato il suo primo modello apertamente transgender, Teddy Quinlivan, per la campagna fotografica del suo Rossetto Rouge Coco. Già presente su passerelle come quelle di Gucci e Chloé, Quinlivan ha annunciato le entusiasmanti notizie su Instagram. “Sono la prima persona apertamente trans a lavorare per Chanel, e sono orgogliosa di rappresentare la mia comunità“, ha dichiarato la modella in un post con un video della campagna. “Tutta la mia vita è stata una lotta. Dall’essere vittima di bullismo a scuola, mio ​​padre mi picchiava e mi chiamava frocio, ho sperimentato l’ostracismo dopo aver rivelato di essere stato aggredito sessualmente sul posto di lavoro”. E ancora: “Il mondo può prenderti a calci, sputarti addosso e dirti che sei inutile. Il tuo compito è avere la forza di alzarti e continuare a combattere: se ti arrendi non sperimenterai mai le lacrime del trionfo”.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Onlus Mediterraneo Sicilia Europa che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà.