Dalla moda sostenibile di Stella McCartney al flop, in ottica ambientalista, di Silvia Venturini Fendi. Ecco le considerazioni di Aldo Premoli sulla recente Milano Fashion Week.

Fuori calendario ormai da diverse stagioni, Dolce & Gabbana hanno presentato la loro collezione uomo 2020 lo scorso 9 giugno con una settimana di anticipo rispetto a quanto previsto dalla Camera Nazionale della Moda Italiana. Non è una novità, da tempo il duo ha deciso di non far parte del drappello ‒ sempre più esiguo ‒ di marchi che seguono il calendario delle sfilate compilato dalla CNMI.
La novità arriva invece da Prada. Dove è finita la sfilata di Miuccia? Il calendario della fashion week milanese sta diventando preoccupante. Quattro giorni (14-17 giugno) per 27 sfilate di cui 8 di debuttanti o supportati direttamente dalla CNMI. Pure Prada ha questa volta abbandonato Milano per sfilare addirittura otto giorni prima e a Shanghai. Motivo ufficiale: celebrare il 40esimo anniversario del gemellaggio tra Milano e Shanghai. Motivo reale: il mercato di riferimento per il marchio meneghino oggi sta a Oriente. Il gruppo Prada, infatti, si è quotato dal 2009 in borsa a Hong Kong, non a Milano.
In ogni caso è stato il mood ambientalista a prevalere in questa tornata di presentazioni tenute a Milano. A tal proposito la polarizzazione più significativa è quella che ha visto da una parte Stella McCartney, che ha scelto come location il giardino di un antico palazzo milanese, e dall’altra Silvia Venturini Fendi, che ha sfilato nei giardini di Villa Reale. Due i giardini, due le filosofie di prodotto, del tutto differenti.

STELLA MCCARTNEY E JONATHAN SAFRAN FOER

Stella McCartney da tempo è la capofila di un drappello di designer internazionali che hanno cominciato a prendere in considerazione seriamente i problemi legati alla difficile sostenibilità delle produzioni nel comparto tessile-abbigliamento. Ha sfilato fuori dal calendario CNMI la sera di venerdì 14, lo ha fatto presentando contemporaneamente le collezioni Resort e Uomo, alla presenza di un testimonial che è intervenuto direttamente sulla collezione della designer inglese. McCartney vanta una lunga amicizia con Jonathan Safran Foer, autore, tra l’altro, del best seller Everything Is Illuminated e Eating Animals. La lettura dei testi di Safran Foer ha fortemente influenzato le scelte ambientaliste della McCartney, spingendola al vegetarianismo prima e al veganismo poi. Safran Foer ha in uscita un nuovo libro, We Are The Weather, e insieme hanno inventato l’immagine di un sole rotondo, divenuto motivo ricorrente tanto nella collezione Resort che in quella UomoÈ il tempo circolare, sono le nuvole, è la pioggia; il sole respira, soffia il vento“, ha detto McCartney. “Ma è anche segno trippy, un po’ Anni Novanta, emana intorno a sé un’atmosfera trance dance.”
We Are The Weather“, insieme ad altre scritte a mano di Safran Foer, “Siamo completamente liberi di vivere diversamente” o “Lasciare, credere, essere vivi“, è stato stampato, lavorato a maglia o ricamato in tutta la collezione, che è al 60% costruita utilizzando tessuti sostenibili come il cotone organico, il nylon rigenerato, il poliestere riciclato o l’eco nappa. Nella sua presentazione Stella McCartney ha inserito un côté provocatorio: ai modelli si sono mescolati giovani attivisti, che hanno inscenato una protesta pacifica, scandendo slogan sulla consapevolezza dei cambiamenti climatici. “Se hai voglia di comprare qualcosa, compra qualcosa che non stia uccidendo il tuo pianeta!“. Stella McCartney si è espressa senza mezzi termini a questo proposito: “Se hai una piccola o grande platea, assumiti la responsabilità di fare qualcosa di più di un bel colore o un orlatura carina… e fallo ora”.

Fendi, collezione Uomo, primavera 2020
Fendi, collezione Uomo, primavera 2020

SILVIA VENTURINI FENDI

Faticosissima risulta invece l’operazione attuata da Silvia Venturini Fendi per rimanere fedele agli asset fondamentali della maison che porta il suo nome (ma è di proprietà LVMH). Grande artigianato, lavorazione straordinaria di pelo e pelle sono caratteristiche da cui per Fendi è impossibile prescindere. Silvia Venturini Fendi ha provato a dare una confezione green al suo prodotto: ha scelto per la location i giardini di Villa Reale, ha proposto un’“ispirazione giardinaggio” e coinvolto nella preparazione della collezione persino Luca Guadagnino. Ma il risultato non poteva essere, e difatti non è stato, credibile. Stuart travestiti da giardinieri in tuta da lavoro color kaki Fendi hanno accolto gli ospiti della presentazione guidandoli ai loro posti. Ma a partire dalla prima uscita ‒ un completo verde da giardiniere con tanto di guanti, scarponcini e borsa porta attrezzi ‒, la messa in scena si è ripiegata su se stessa. Qualcuno si chinerebbe mai nel fango con toppe in morbidissima pelle scamosciata verde pisello che percorrono la parte anteriore del pantalone dal ginocchio alla caviglia? Bella la musica di Ryuichi Sakamoto suggerita da Guadagnino per sottolineare la precisione, quasi formale, dell’abbigliamento ispirato a quello da lavoro giapponese. Ma a chi dovrebbero piacere e per quale utilizzo, nell’ordine: gilet realizzati con strisce di shearling e stampe di ispirazione botanica in organza abbinati a borse multiuso in pelle; spolverini con interno di pelo rasato a toppe; sahariane con sei tasconi porta oggetti realizzati in nappa estiva ultrasottile; cardigan nude look costruiti a griglia con strisce di pelle scamosciata, in variante monocolore nero o tricolore ton sur ton; ma anche il denim workwear lavato con toppe in pelle da abbinare e camicie a fiori con stampa floreale in seta o organza. Belli i cappelli ispirati a Bruce Chatwin, a tesa larga: realizzati con la prodigiosa lavorazione ‒ tipica di Fendi ‒ che la rende simile alla fibra intrecciata di un cestino di paglia.
Qualche commentatore scioccherello ha scritto che i giardinieri amanti del lusso sono un mercato di nicchia, ma evidentemente non ha mai imbracciato una zappa o un paio di cesoie. Il giardinaggio è un’arte o ‒ nella maggior parte dei casi ‒ un passatempo meraviglioso, ma presuppone di impolverarsi, pungersi e, protratto nel tempo, pure di sudare, almeno un po’: shearling, nappe e scamosciati appartengono a una sfera a cui tutto ciò è completamente estraneo.
L’inquinamento prodotto sul pianeta dalla produzione di abbigliamento particolarmente intenso nella lavorazione di pelli e pellicce è una cosa serissima. Operazioni di distrazione come queste sono controproducenti anche per chi le inscena. Spiace: tanto per le straordinario know-how che la maison Fendi custodisce, che per Luca Guadagnino. Del resto non è il primo outsider di genio a essere rimasto irretito dal fascino di un settore complesso, ma spesso insidioso, come questo.

Aldo Premoli

www.cameramoda.it/it/

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.