Anche nella moda la profilazione del pubblico è un’arma a doppio taglio, che evoca le ben note vicende legate a Cambridge Analytica.

L’asinello e l’elefante negli Stati Uniti sono i simboli dal partito democratico e di quello repubblicano. Ora che la profilazione moda è diventata un’arma politica, vestirsi di rosso, di blu o di grigio potrebbe essere interpretato da un algoritmo come una dichiarazione ideologica.
Cambridge Analytica, durante le scorse presidenziali americane, ha usato anche delle preferenza espresse nell’abbigliamento per identificare l’ala destra dell’elettorato americano. Lo ha fatto su istigazione del solito Steve Bannon.
All’origine di tutto thisisyourdigitallife, una app creata dal moldavo Alexandr Kogan e offerta in rete per partecipare a test sulla personalità. Per accedervi bastava loggarsi con il proprio account Facebook: da quel momento, la società collegata, la Strategic Communication Laboratories, ha avuto accesso ai dati del richiedente e a quelli dei suoi amici. Li salvava, li catalogava, per poi cederli poi a terzi come appunto Cambridge Analytica. Una pratica illegale e non ammessa dai termini stessi di servizio di Facebook.
Cambridge Analytica ha trasformato il tutto in un’arma politica tra le mani di Bannon. Sui dati raccolti sono state infatti costruite pubblicità mirate a veicolare messaggi agli elettori a favore della campagna per le presidenziali di Donald Trump e del referendum sulla Brexit.
Che c’entra la moda? Durante una conferenza organizzata dal sito The Business of Fashion, Christopher Wylie ha spiegato che le preferenze di abbigliamento sono state considerate da Cambridge Analytica come un parametro chiave: “I dati raccolti sulle preferenza moda sono stati usati per costruire modelli di intelligenza artificiale che hanno aiutato  sin dall’inizio Bannon a costruire il suo Alt-right”.
Christoper Wylie, oggi ventinovenne, dislessico, appassionato di politica e big data, ha abbandonato la scuola a 16 anni ed è stato assunto a 24 dalla Cambridge Analytica di Bannon. L’ha poi abbandonata nel 2014, ma è stato proprio lui a ideare e sovraintendere al sistema ideale per “utilizzare i tratti psicologici per veicolare il comportamento degli elettori”.
Wylie ha spiegato come le narrazioni veicolate dai grandi marchi americani, che giocano su mitologie come quelle della frontiera (per lo più al maschile), sono sovrapponibili alla narrativa della destra repubblicana. Ha menzionato ad esempio Wrangler e L.L. Bean come marchi dai tratti conservativi. Kenzo, disegnato da Humberto Leon e Carol Lim, duo che progetta anche lo store online Opening Ceremony, ha invece tratti liberal.

La copertina dell'Economist del 10 novembre 2018
La copertina dell’Economist del 10 novembre 2018

PREFERENZE CHE CONTANO

Le preferenze che esprimiamo nell’abbigliamento, nella musica, ma anche nell’acquisto delle automobili sono dunque indicatori della nostra tendenza politica. Optare per un capo Levi’s piuttosto che Rag & Bone è ritenuto un elemento valido per costruire il mosaico di una identificazione personale.
Cambridge Analytica lo scorso maggio ha dichiarato bancarotta proprio a causa dello scandalo in cui è stata implicata insieme a Facebook. Nel 2014, era coinvolta in 44 campagne elettorali statunitensi. Nel marzo scorso, The New York Times e The Observer, proprio su indicazione del whistleblower Wylie, avevano riferito sull’uso illegale da parte dell’azienda di informazioni personali poi utilizzate tramite algoritmo e acquisite senza autorizzazione su cinquanta milioni di profili Facebook statunitensi. In risposta, Facebook ha bandito Cambridge Analytica dalla pubblicità sulla sua piattaforma. Ma The Guardian ha poi riferito che Zuckerberg conosceva questa violazione della sicurezza da almeno due anni, ma non ha fatto nulla per proteggere i suoi utenti.
La profilazione è, del resto, una pratica consueta proprio tra i big della moda: utilizza l’analisi dei dati per identificare il modo in cui i marchi vengono percepiti. Ma anche per valutare i sistemi di valori, gli obiettivi e le priorità, attraverso i vestiti che le persone indossano. Con il provvedimento n. 227 dell’11 maggio 2017, il Garante per la protezione dei dati personali ha dato riscontro all’istanza di verifica preliminare con cui una nota azienda italiana dichiarava di essere intenzionata a trattare i dati personali della propria clientela, raccolti su scala globale, per finalità promozionali attraverso un sistema di customer relationship management (crm) per un periodo di tempo superiore a quello previsto dal Provvedimento generale già adottato dal Garante nel 2005.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Catania e Cernobbio. E poi New York e Londra, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post e Artribune, ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige inoltre la piattaforma on line SudStyle.it.