Dopo il successo ottenuto al Barbican Centre di Londra, dal quale è stata commissionata, la mostra “The Vulgar: Fashion Redefined” è da poco approdata al Belvedere di Vienna, negli ambienti del Winterpalais. Ci siamo fatti raccontare i dettagli dalla curatrice Judith Clark.

The Vulgar: Fashion Redefined è più di una straordinaria raccolta di abiti, copricapi, manoscritti, footage e accessori, dal Rinascimento fino ai nostri giorni. Come suggerisce il titolo, essa cerca di ridefinire la moda stessa e lo fa disturbando un potente tabù linguistico ed estetico: il volgare. La mostra è concettualmente densa, complessa nella sua struttura rizomatica e stratificazione di significati. È multipla anche nelle collaborazioni, avendo coinvolto già in fase gestionale la curatrice Judith Clark e lo psicoterapeuta Adam Phillips.
Abbiamo chiesto alla curatrice di parlarci dell’origine di questo progetto, del suo posto all’interno del quadro più ampio della disciplina di fashion curation, e delle eventuali resistenze nei confronti di un concetto scomodo come quello del “volgare” nella moda.

The Vulgar presenta delle affinità, perlomeno strutturali, a una mostra che hai precedentemente curato nel 2010, sempre assieme ad Adam Phillips, presso la Blythe House del V&A di Londra. Mi riferisco a The Concise Dictionary of Dress. Quali sono le affinità e differenze?
Sì, sotto molti punti di vista posso dire che The Vulgar ha avuto origine da questo precedente progetto. È in The Concise Dictionary of Dress che Adam e io pensammo di collaborare professionalmente per la prima volta. Fu importante che questa prima commissione fosse giunta da Artangel, il quale ci concesse tempi piuttosto lunghi, ma necessari per poter trovare il nostro modo di lavorare assieme, e la libertà di distanziarci da quello che avevamo fatto fino a quel momento. Sarebbe sicuramente stato diverso se avessimo lavorato inizialmente per un museo molto più strutturato.

Come è nato il nuovo progetto?
Questo nuovo progetto esprime il desiderio di approfondire una sola idea, il “volgare”, mentre in The Concise Dictionary prendevamo in causa più aggettivi come “misurato”, “conformista”, “vuoto”, “pretenzioso” e così via, esplorandone le possibilità concettuali. Si tratta sempre e comunque di una parola con implicazioni spaziali, sartoriali, psicologiche, retoriche, ecc. come lo erano i termini che guidarono il progetto per Artangel. Inoltre, in entrambi i casi le definizioni sono state scritte da Adam, alle quali io ho risposto con un’installazione.

Prada, Spring/Summer 2014 Collection. Courtesy of Prada
Prada, Spring/Summer 2014 Collection. Courtesy of Prada

Dovendo stabilire un punto di partenza della mostra, la scelta è caduta sulla classicità – le scanalature e pieghe trompe-l’oeil di Karl Lagerfeld per Chloé e i drappeggi di Madame Grès. Questo inizio mi sembra molto legato sia alla storia occidentale sia alla tua storia personale.
Ci sono molte possibili risposte a questa affermazione, sia personali che curatoriali. Tradizionalmente le mostre iniziano con l’oggetto più antico per poi procedere cronologicamente in avanti, in analogia con un’idea di progresso. Il termine volgare viene spesso usato “contro” le copie: una brutta copia, una copia che aspira a qualcosa che non è. Ho cercato di polarizzare una serie di questioni: cosa si intende per origine? E per originale? Se gli abiti rappresentano la statuaria classica, che cosa rappresentano i manichini – il corpo o una statua? Inoltre, a cosa aspira la moda? Alla cultura alta? Esporre la moda commerciale nei musei è volgare? Ho scelto intenzionalmente degli abiti che avevo già mostrato in precedenti esposizioni, così da mettere in discussione ulteriormente l’idea di originalità.

E il legame con la tua storia personale?
Sono cresciuta nel quartiere dell’EUR a Roma, di fronte al Museo della Civiltà Romana, dove c’è un’enorme collezione di plastici. Mio fratello più grande aveva l’abitudine di portare mia sorella e me li in visita, ripetutamente. Questo è un altro inizio. È sempre difficile trovare un punto di avvio di una mostra.

I due spazi espositivi non potevano essere più divergenti – dal simbolo dell’architettura brutalista di Londra, il Barbican Centre, al Winterpalais barocco di Vienna. Quanto è stata intenzionale questa scelta?
Parto sempre dallo spazio come importante fonte di ispirazione in ogni progetto che mi viene commissionato – non lo tengo mai in secondo piano, né lo nascondo. Il Barbican è stato il committente della mostra, e fu questo il mio punto di partenza. Uno spazio scabro, brutale, ma con quelle sue bellissime e lunghe vedute, vedute dall’alto, giochi di trasparenza – e da qui il richiamo a “guardare dall’alto in basso” o “giudicare prima di conoscere” o ancora la sfacciataggine dell’oggetto svelato – espressioni che si accompagnano al volgare. Inoltre, quando ho saputo che il Belvedere Museum avrebbe ospitato la mostra ho incluso le vedute delle stanze barocche nelle sezioni barocche della mostra del Barbican, in una prospettiva che guarda simultaneamente al passato e al futuro.

Walter Van Beirendonck, Hat by Stephen Jones, Autumn/Winter 2010-2011 © Ronald Stoops
Walter Van Beirendonck, Hat by Stephen Jones, Autumn/Winter 2010-2011 © Ronald Stoops

In generale, si tende a pronunciare sottovoce la parola volgare. Penso per esempio a quando si prova un abito in negozio e poi lo si scarta perché “volgare”. Pensi che uno dei contributi della mostra sia invece quello di aiutare a far percepire la moda al di fuori delle sue dinamiche meramente commerciali?
Questo è stata una delle aspirazioni fondamentali del progetto. Come dici tu, usiamo il termine sottovoce ma con un certo grado di sicurezza. Sappiamo sempre a cosa ci riferiamo con questa parola (e con chi siamo d’accordo), ma è un’esperienza interamente soggettiva – ha sempre a che fare con lo spettatore e la sua storia personale. La moda con le sue equazioni incerte ha sempre controllato i limiti del gusto.

Immagino la perplessità di alcuni stilisti verso il fatto di essere associati apertamente a questo tema. Come li avete convinti a partecipare?
È stato un grande sforzo convincere i designer a partecipare, indietreggiavano dinanzi ad un termine così violento. È una parola cosi controversa e capisco perfettamente la loro resistenza. La nostra intenzione è stata quella di aprire le possibilità di interpretazione del temine, ridefinendolo per undici volte. Mostrare degli abiti culturalmente apprezzati di fianco a delle categorie tradizionalmente considerate peggiorative ci ha richiesto di guardare ancora oltre.

Proprio perché si supera l’equazione volgare=oltraggioso, la moda emerge sotto una nuova luce, più concettuale e forse anche politica?
Politicamente parlando, è stato un compito piuttosto duro, perché ovviamente abiti molto preziosi sono anche costosissimi. Non è volgare pagare una tale somma di denaro ai nostri giorni per un vestito? Dipende da quale aspetto si vuole mettere in risalto. La moda ha una straordinaria capacità di sovvertire i codici e questo è quello che abbiamo voluto celebrare in mostra.

Generalmente si pensa che la scelta dei manichini risponda a una logica di pura funzionalità, essendo supporti inanimati che si sostituiscono al corpo e ne restituiscono le proporzioni. Eppure hai un occhio di riguardo nella loro scelta e li fai customizzare.
Quando possibile, cerco sempre di personalizzare i manichini, anche se si tratta solo di modificarne un piccolo dettaglio, a sostegno della tesi della mostra. I manichini accompagnano la storia di questa disciplina, essendo degli anacronistici surrogati del corpo. Sono messi in posa, imbottiti e anche causa di numerose ansie per quanto riguarda le problematiche della conservazione. In The Vulgar ho scelto i manichini Bonaveri, tradizionalmente associati a vetrine molto glamour, interrogandomi sul rapporto tra moda e commercio, una questione che preoccupa il personale di museo da oltre quarant’anni.

Schiaparelli, Autumn/Winter 2015 – 2016, Haute Couture. Courtesy Schiaparelli Haute Couture
Schiaparelli, Autumn/Winter 2015 – 2016, Haute Couture. Courtesy Schiaparelli Haute Couture

È inevitabile notare che ci sono dei chiari rimandi ai pionieri della disciplina della moda, penso a Cesare Vecellio per quanto riguarda la storia della moda e a Cecil Beaton per la curatela. Qual è il tuo debito nei loro confronti?
Totale. Io lavoro come exhibition-maker e il mio approccio è olistico, ovvero il materiale esibito contribuisce sempre a come viene esibito. Pertanto la rappresentazione della moda è tanto importante quanto la moda stessa. Le didascalie descrittive di Cesare Vecellio sono importanti quanto le sue incisioni. Le amicizie di Cecil Beaton sono importanti quanto il suo occhio. Le lettere di resistenza scritte dai curatori del dipartimento tessile del V&A alla Beaton nel 1971 sono importanti quanto la bellissima mostra di moda che ne è emersa.

Mi piacerebbe fare una riflessione sulla tua professione di fashion curator, in Italia così pioneristica da non meritarsi ancora una traduzione. A mio parere è perché l’abito fatica ancora a entrare in accademia. Sei d’accordo?
Esiste, ma passa attraverso altre discipline quali l’antropologia, la semiotica, la storia, la museologia e la material culture. Probabilmente non ha ancora il suo spazio definito, eppure è insegnata e la sua strada è ora in salita. Da quel che mi risulta, l’unico corso più specifico in merito è Design della Moda e Arti Multimediali allo IUAV di Venezia, il quale beneficia dei numerosi ruoli di Maria Luisa Frisa, in qualità di direttrice, curatrice, editrice di moda.

Per concludere, la mostra in cifre: 2 visionari, 2 sedi, 11 sezioni e 500 anni di moda… Quali altri numeri daresti?
Mi fai venire in mente un muro che installai all’entrata della mostra che dedicai all’archivio di Anna Piaggi. Mi diede una lista che si basava sul contenuto della sua casa: 932 cappelli, 6 biglietti di Natale di Manolo Blahnik, 1 macchina da scrivere Olivetti, 24 grembiuli, 86 paia di guanti, 6347 riviste… Erano numeri inventanti, ma ebbero un risultato molto più profondo.

Nadia Saccardi

Vienna // fino al 25 giugno 2017
The Vulgar: Fashion Redefined
a cura di Judith Clark
WINTERPALAIS
Himmelpfortgasse 8
www.belvedere.at

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Nadia Saccardi
Laureata in Cultura e Tecnologia della Moda presso l’Università degli Studi di Padova, ha poi conseguito la Laurea Specialistica presso il London College of Fashion in Fashion Curation. Ha lavorato come curatrice freelance in archivi e mostre di moda e costume di scena, spostandosi tra Italia, Russia, Hong Kong e Regno Unito. La sua ricerca è relativa alla storia della moda e del costume, approfondendo in particolare il rapporto tra moda e gender studies. È docente di Storia del costume presso Re Art Fashion Institute e Verona Accademia per l’Opera Italiana. Ha inoltre collaborato come assistente personale di Donatella Barbieri, Senior Research Fellow presso London College of Fashion, per la pubblicazione del volume accademico “Costume in Performance”, in uscita a giugno 2017.