Ludovica Amati: moda e cabala

Abiti leggeri e impalpabili come carezze avvolgenti, che cingono come una melodia il corpo femminile che li accoglie. La collezione Kabbalah della giovane e visionaria designer Ludovica Amati si basa sull’idea di un abito ideale, archetipico, una forma pura su cui poter scrivere un messaggio.

Ludovica Amati, Celestial - F/W 2013-14

Per me l’abito è quello che posso indossare sempre, a qualunque ora del giorno e della notte, che è parte di me”, racconta Ludovica Amati. Le ispirazioni si ritrovano nella formazione della designer, fatta di viaggi intorno al mondo alla ricerca di una spiritualità perduta che va da Israele fino al Rio delle Amazzoni, passando per l’isla magica Ibiza.
Camice e fluide sottovesti rimandano al lato più intimo del guardaroba femminile, le forme e le linee sono riprese da capi vintage primi Novecento, che conservano quell’aurea di purezza e compostezza che la moda contemporanea sembra aver dimenticato. Cappotti e cappe rubati al guardaroba del rabbino raccontano il mondo segreto dei grandi cabalisti della storia di Gerusalemme e le mille contaminazioni delle tribù di Israele: così il Tallit, il mantello rituale ebraico, diventa un prezioso ornamento anche della donna.

Ludovica Amati, Celestial - F/W 2013-14
Ludovica Amati, Celestial – F/W 2013-14

Questa grande ricerca estetica e spirituale serve a Ludovica per trasmettere un messaggio segreto, di cui le sue creazioni sono portatrici. Dopo tre anni vissuti in Israele a studiare la cabala e i testi sacri, il suo percorso è stato profondamente segnato dall’incontro con Yoel Kraus, rabbino di Ibiza, da cui l’idea di un progetto di moda che raccontasse la sua esperienza. Le geometrie sacre della Kabbalah diventano così stampe su seta e cachemire, benedizioni e preghiere per chi le indossa.
Arricchiscono la collezione bottoni scultura, realizzati dall’artista Emiliano Maggi, come fusioni in ottone che riportano incisi a mano i settantadue nomi di Dio in ebraico.

Alessio de’ Navasques

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Alessio de'Navasques
Critico e curatore, ha orientato la sua ricerca sulle intersezioni tra moda e arte contemporanea, collaborando con istituzioni locali e straniere, musei e gallerie private. Ha fondato A.I. Artisanal Intelligence - di cui è direttore creativo - concepito come una piattaforma dedicata alle forme innovative di artigianato ed espressione artistica, ai nuovi talenti e alla riflessione e alla riscoperta dell’heritage di realtà storiche italiane. Tra i progetti più recenti: nel 2019, ha curato la mostra personale di di Jeff Bark "Paradise Garage" al Palazzo delle Esposizioni di Roma, la prima esposizione in Italia del fotografo americano e la mostra “Anton Yelchin - Provocative Beauty”, negli spazi rinnovati di Palazzo Brancaccio a Roma. Nel 2020 - 21 ha collaborato alla realizzazione della mostra ROMAISON, dedicata al rapporto tra moda e costume, ospitata negli spazi del Museo dell’Ara Pacis, a Roma e alla realizzazione della performance “Embodying Pasolini” di e con Tilda Swinton e Olivier Saillard. Nel 2021 ha curato la mostra “Il Grande Gioco” dedicata alla riscoperta di Anna Paparatti, artista e figura di raccordo nella Roma degli anni Sessanta e Settanta, tra arte e moda e la mostra “Lazio, Land of Cinema - The Land of Magic Handcraft”, per il Padiglione Italiano di Expo Dubai. Scrive regolarmente per le testate: I-D,Vogue, Dust e Artribune. È docente e visiting lecturer presso: Università La Sapienza, NABA, 24 Ore Business School, Treccani Academy.