Parola ai designer #2: Tommaso Monaldi, il pensatore

Nella seconda puntata di questa serie di interviste dedicate al design italiano intervistiamo il progettista ed esperto di comunicazione visiva marchigiano Tommaso Monaldi. Tra i temi principali ci sono il rapporto tra design e amministrazioni pubbliche, in particolare nel post-pandemia, e l’importanza dell’analogico in tempi di digitalizzazione forzata

Magazine per le carceri italiane, design partecipativo e sociale
Magazine per le carceri italiane, design partecipativo e sociale

Classe 1985, Tommaso Monaldi è un industrial designer marchigiano, attualmente impegnato nei settori della direzione creativa, della comunicazione d’ impresa e del visual design. Tre gli asset che caratterizzano il suo lavoro e le sue ricerche: innovazione, co-progettazione e visione sistemica. Libero professionista appassionato di viaggi (ancor meglio se lunghi e in solitaria) nonché docente universitario, da tempo collabora con l’ISIA di Urbinoe con l’Università di Design di San Marino. Dal 2017 è Esperto dell’Osservatorio Permanente del Design ADI, dal 2018 socio Professionista Senior AIAP e, dal 2019, nella lista degli Innovation Manager MiSE. Le sue parole chiave per affrontare il futuro sono “Meno e Meglio”. Lo abbiamo contattato qualche tempo fa, dopo aver letto una sua lunga riflessione su questi argomenti, per avere il suo punto di vista sulle ripercussioni e le opportunità che questo lockdown appena trascorso ha portato a lui e alla professione.

Ritratto di Tommaso Molnaldi; sullo sfondo Cerith Wyn Evans “....the Illuminating Gas” A cura di Roberta Tenconi e Vicente Todolí Hangar Bicocca / 31 Ottobre 2019 - 26 Luglio 2020
Ritratto di Tommaso Molnaldi; sullo sfondo: Cerith Wyn Evans
“….the Illuminating Gas”
A cura di Roberta Tenconi e Vicente Todolí
Hangar Bicocca / 31 Ottobre 2019 – 26 Luglio 2020

Tre parole o aggettivi per descrivere il tuo lavoro di designer, prima, durante e dopo la Pandemia

Compromesso, Evoluzione, Sostanza. 

Che cosa ti resterà di questo lockdown? Cosa butti e cosa tieni?

Chi fa il mio mestiere sa bene che noi lavoriamo in rete e da remoto da molto prima che il Virus costringesse tutti gli altri a farlo. Il lockdown ha determinato un’alfabetizzazione forzata verso il digitale che a mio avviso ha spostato molte persone fuori dalla propria area di comfort, facendole crescere. Per me, ha liberato qualcosa, permettendomi di riflettere maggiormente. Credo che l’eccessivo correre impedisse a valori veri di sedimentarsi e distribuirsi, ora serve attenzione per le cose ricche di sostanza. Stavamo diventando dei maratoneti senza traguardo. Personalmente non accetterò più questo modo di vivere e affrontare il quotidiano. Spero sia così per molte altre persone: insieme si farà la differenza, non avremo tante altre possibilità. Infine vorrei sottolineare un altro aspetto molto importante, ovvero il consolidamento delle reti, soprattutto personali. 

Pensi che dopo questo momento sospeso il tuo lavoro subirà variazioni ( nei tempi, nell’approccio, nei contenuti ) o ritornerà identico a prima?

Ho sempre creduto nell’innovazione. Non so come sarà il futuro, ma penso senz’altro che serva maggior coraggio e minor compromesso. Le parole per affrontare il futuro infatti sono fiducia, umanità e coraggio. Questo sarà possibile grazie a tanto confronto e apertura. La comunicazione sarà essenziale.

Progetto di comunicazione per l’intervento di riqualificazione 2km of Future, ADI INDEX sezione Innovazione Sociale
Progetto di comunicazione per l’intervento di riqualificazione 2km of Future, ADI INDEX sezione Innovazione Sociale

I designer hanno l’opportunità di riacquistare un ruolo centrale per la società post Covid, mettendosi al servizio dei tavoli di dibattito che guidano le strategie per il rilancio. Quali sono gli strumenti secondo te più utili per ripensare i sistemi relazionali e culturali da questo momento in poi?

Lo spero, con tutto il cuore. Forse sarò in controtendenza, ma credo che mai come prima abbiamo bisogno di strumenti analogici e approccio umano. Un nuovo umanesimo “aumentato” dalle piattaforme digitali, ma di profonda radice analogica. Servono spazi pubblici, luoghi concreti. Molto si gioca sull’appartenenza, e la comunicazione assieme ai metodi del design può fare tanto in tal senso. Questo lo intendo sia per le organizzazioni che per il pubblico. Allo stesso modo molte aziende, persino in questo periodo, si rifiutano di investire in comunicazione interna. Ecco, questi sono alcuni dei temi importanti che il design dovrebbe avere l’opportunità di affrontare, ora come mai. 

Su cosa indirizzerai – o vorresti indirizzare – la tua ricerca futura?

Sul rapporto tra design e comunità locali. Credo che la figura del designer possa portare un contributo enorme all’interno delle amministrazioni pubbliche. Parlo di comunicazione, identità, servizi, innovazione e ricerca.  Anche in questo caso la gestione di tavoli multidisciplinari coordinati sarà la soluzione. Ho già delineato la mia filosofia di lavoro: credo fermamente che il mestiere del designer consista oggi nella gestione di processi culturali volti a connettere le varie realtà, imprenditoriali e non. Ora si deve lavorare insieme, senza mai dimenticarci che la comunicazione è quella rivolta alle persone, che possono essere ripetitori potentissimi, corde che vibrano. Ricordiamoci che sono le emozioni che permettono i comportamenti. Nell’era dei big data bisogna rendersi conto di nuovo che le persone non sono numeri. 

Giulia Mura 

www.tommasomonaldi.it

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.