Biennale di Porto. Le nuove tendenze del design dall’Estremo Occidente d’Europa

Cantiere creativo in ascesa, il Portogallo ha lanciato anche una Biennale di Design che ha come paese ospite l’Italia e durerà fino all’8 dicembre. L’abbiamo visitata e ve la raccontiamo

Millennials, installation view. Courtesy Porto Biennale Design 2019. Photo Inês D'Orey
Millennials, installation view. Courtesy Porto Biennale Design 2019. Photo Inês D'Orey

Fino all’8 dicembre, Porto è la capitale del design lusitano e non solo lusitano. La prima biennale del settore organizzata in un paese che ha sempre più il vento in poppa in tutti i settori creativi cerca di fare il punto sulle possibili evoluzioni della progettazione, fra emergenza economica e ambientale. Non manca però anche un’analisi storica del design, adottando il punto di vista del Paese che dagli anni Sessanta a tutti i Novanta ha fatto scuola nel mondo: l’Italia. Organizzata da Esad, la scuola di design di Porto, con la curatela generale di José Bartolo (che abbiamo intervistato qui), la Biennale guarda al passato e al futuro, suggerendo le strade per un possibile equilibrio fra tradizione e ricerca. Eccone gli aspetti principali.

IL FUTURO CHE INCOMBE

Come ha più volte affermato l’architetto e designer Paolo Deganello, tra i fondatori di Archizoom Associati e curatore di una mostra sull’Italia qui alla Biennale, il concetto di design al quale eravamo abituati a pensare fino a quindici anni fa è ormai finito. Il Terzo Millennio scorre rapido, la società è fluida, flessibile, connessa, sulla carta anche più informata e sensibile alle problematiche globali. Curata da José Bartolo, Millennials. New Millennium Design propone 19 progetti innovativi da tutto il mondo, dove il design si contamina con la video arte, l’istallazione, la moda, e assume precise posizioni in merito all’agenda sociale. I giovani creativi, diversamente dalle generazioni precedenti, sono socialmente esposti, cercano di far sentire la loro concreta presenza nella società, e in opposizione alla grande industria propongono progetti originali da sviluppare in proprio o su scala locale, contribuendo alla microeconomia e alla sostenibilità. Lontane dal design dei servizi o dalla pubblicità, emergono esperienze vicine alla realtà quotidiana: i kimono con stampati i diritti universali dell’uomo ideati dallo studio ARK.Amsterdam; l’istallazione video di Formafantasma sulla questione della produzione sostenibile e del riciclo; l’ambigua copertura mediatica dei bombardamenti chimici sui civili in Siria nel 2018, nell’istallazione video di Foundland Collective. Nel bene o nel male, il design interessa ormai ogni ambito dell’esistenza, e se da un lato si trova onestà intellettuale, a volte media troppo “patinati” non rispecchiano la realtà. C’è un design buono e uno cattivo? No, come sempre è la pulizia della coscienza umana a dirigere il corso delle cose. Da un altro punto di vista, si osservano anche eccessive invasioni della tecnologia – dalle stampe in 3D ai codici QR che espandono il vecchio concetti di poster; l’immagine diventa più importante dell’oggetto reale e si rischia un’eccessiva esposizione al design che potrebbe andare incontro alla banalizzazione della creatività, svilendola alla stregua di un parco giochi. La sfida principale sarà appunto quella di mantenere la dignità del progettista e del progetto, offrendo contenuti all’altezza senza pagare pegno al manierismo che sta interessando tanta arte contemporanea. Allestita in maniera informale, con i tre percorsi tematici (Facts for fiction, Real world e Playground attraction) che si intersecano in maniera osmotica, a ribadire la permeabilità della società contemporanea, la mostra è una finestra assai ampia sulle nuove frontiere di quel design che già programma il futuro.

DESIGN LUSITANO

Paese organizzatore, il Portogallo ha una lunga e fertile storia di design: mobili, utensili, attrezzatura sportiva, calzature, elementi d’arredo urbano. Tuttavia, da gente pratica e frugale quali sono, i lusitani non hanno spesso considerato il lato creativo di questa vasta produzione industriale. Portugal Industrial si assume il compito di cambiare il punto di vista sul rapporto design/industria, documentandone lo stretto legame e la dignità estetica che ne deriva. In un allestimento quasi white box la mostra presenta le varie produzioni della città di Porto – dalla cartoleria alle matite, dai tessuti alle ceramiche -, accanto a quelle del resto del Paese. A predominare sono la semplicità della linea, l’uso frequente di un solo materiale, la durabilità e la praticità d’uso che subordina l’estetica. A fianco del design, c’è anche anche la grafica, un settore delicato da cui si può manipolare la società. A força da forma è una mostra documentaria sul graphic design e sul suo cruciale rapporto con la situazione politica portoghese del Novecento, dalla dittatura alla democrazia. Il ruolo sottile ma strategico del design emerge nell’intelligente allestimento pensato dal curatore Mario Moura, dove libri e riviste dagli anni Venti ai giorni nostri, sono esposti fianco a fianco, in modo da poter apprezzare le variazioni del design nel corso del tempo e della situazione politica. E si resta sorpresi nel constatare come il confine fra democrazia e dittatura, anche nell’immagine, sia spesso assai labile. Se certa grafica ispirata a Leni Riefenstahl rimarca da subito chiari intenti di propaganda nazionalista, non sempre la si avverte a prima vista. Ad esempio, Sebastian Rodrigues, maestro del design lusitano, collaborò a lungo con il regime (anche se non per convinzione quanto per necessità), ma dispiegò nel suo lavoro di grafico una raffinatezza che compensava le debolezze delle varie pubblicazioni governative; e al contempo, finché la sua pubblicazione fu autorizzata, illustrò anche Almanaque, magazine dell’intellighenzia antiregime ispirato all’americano Perspectives. L’impostazione delle illustrazioni è quasi la medesima così come quella dei testi. Per citare i Sex Pistols, “don’t judge a book just by the cover, unless you cover just another”.

ITALIA: LA STORIA E I NUOVI LINGUAGGI

L’Italia non ha fatto scuola nel mondo soltanto nel Rinascimento. Negli anni della ricostruzione e del boom industriale, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e fino a tutti gli anni Novanta, la creatività è stata sinonimo di Bel Paese: lo racconta Paolo Deganello in Abitare Italia, curata selezionando pezzi iconici del design nostrano dagli anni Quaranta ai Novanta. Dal minimalismo di Munari al radicalismo di Sottsass, UFO e Superstudio, alla raffinatezza delle creazioni di Philippe Starck per alcuni brand italiani; rivoluzionando il concetto di oggetto-opera d’arte si è costruito un Paese e una società sulla scia del miracolo economico. La mostra racconta la funzione sociale del design, la sua capacità di accompagnare la crescita di un Paese attraverso competenze tecniche e immaginazione, riuscendo a migliorare la qualità della vita di un’alta percentuale della popolazione. Ricchezza e società crescevano in sincronia, con una discreta eguaglianza sociale. Condizioni economiche non più vigenti, ma la crisi è solo una delle sfide che deve affrontare il design; appendice della mostra, una panoramica sui giovani creativi, alle prese con la ricerca di un equilibrio produttivo sostenibile. Da qui, la sperimentazione di materiali naturali di riciclo o di recupero, come la fibra d’arancia, il cotone riciclato o altri tessuti biodegradabili. In questo campo, con il Detox Project, la Toscana gioca un ruolo d’avanguardia. Ideale seconda parte di Abitare Italia, Frontiere è stata voluta dai curatori Maria Milano e Lucio Magri per indagare come i giovani creativi italiani lavorano al tempo della crisi e delle tante emergenze sociali del III Millennio. Emerge un design sincretico, che si nutre del rapporto con le altre culture, ci sono contaminazioni di pratiche e materiali, combinazioni di pensieri per aggiornare quell’universo creativo dell’ultimo mezzo secolo che è patrimonio del Paese. Creativi, scuole, associazioni: il design italiano da un lato restringe la produzione alla nicchia di eccellente qualità, ai piccoli numeri dell’economia locale, dall’altro allarga la ricerca tecnica che guarda al riciclo, al riuso, alla rigenerazione di fibre e plastiche, in un’ottica di risparmio economico e di rispetto dell’ambiente. La perizia tecnica di Giacomo Moor nel combinare legno, bambù e vetro per mobili dal gusto architettonico, gli studi sul cemento iniziati da Crea, che ha introdotto questo materiale nel design ed è all’avanguardia nell’applicazione. Ma il design, oggi, si sviluppa anche fuori dalla fabbrica o dallo studio: dalla falegnameria sociale K_Alma a Talking Hands, i report delle esperienze di lavoro con migranti e persone svantaggiate, dove il design è possibilità di riscatto sociale e creatività multiculturale. Da questa contaminazione culturale nascono prodotti semplici ma etici, con ricadute non trascurabili sul territorio che vanno oltre quelli economici. Il design del III Millennio ha anche implicazioni sociali, a tutto vantaggio dell’originalità dei prodotti, che però diventano anche ponti di dialogo fra culture.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.