Un’agenzia per il sistema design. Intervista a Emilio Genovesi

Il presidente del pool di esperti riunito dal Ministero dei Beni Culturali nei mesi scorsi ci ha spiegato come sarà il nuovo organismo istituzionale pensato per promuovere il design italiano e coordinarne le diverse anime

Emilio Genovesi
Emilio Genovesi

È dei giorni scorsi la notizia della presentazione al pubblico del documento programmatico sul design redatto da dieci consulenti, scelti dal ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli in modo da coprire, per curriculum ed esperienza, diversi fronti della tematica. L’obiettivo? Studiare nuovi modi per consentire all’industria del design di fare rete, in particolare valutando la necessità di un intervento governativo per coordinare le attività legate alla promozione. Tra i suggerimenti emersi, la creazione di un’agenzia sul modello di quelle esistenti in altri paesi europei, che avrebbe come scopo principale quello di coordinare le diverse realtà nate “dal basso” e già da molto tempo attive sul territorio. Alla nascita di questa struttura si arriverebbe, secondo le raccomandazioni del pool di esperti, per gradi, passando per una serie di tappe intermedie: il coordinamento delle eccellenze attraverso una piattaforma web, per esempio, l’istituzione di un evento annuale che permetta al sistema design di condividere contenuti e spazi di riflessione, o ancora il potenziamento delle giornate del design italiano nel mondo attualmente in capo al Ministero degli Esteri. Ci siamo fatti spiegare più nel dettaglio compiti e caratteristiche di questa nuova agenzia da Emilio Genovesi, amministratore delegato di Material Connexion Italia e presidente del gruppo di lavoro.

La nuova agenzia nazionale per la promozione del design di cui si parla andrebbe a riempire un vuoto…

Il sistema design italiano ha già un’interfaccia non piccola con il mondo. La formazione è importantissima, ci sono ottime scuole – private, ma negli ultimi anni anche università pubbliche – che offrono percorsi formativi di design e molti degli studenti che passano per questi istituti vengono da altri paesi. Inoltre la maggior parte dei nostri studi lavora anche per realtà straniere. Per quanto riguarda la promozione, invece, ogni realtà lavora per sé. L’attività governativa è poco rivolta al sistema design ma è più un’attività di sostegno alla commercializzazione del Made in Italy. In assenza di una struttura dedicata sono sorti molti organismi suppletivi – associazioni, enti culturali, l’ADI con il suo Compasso d’Oro, il sistema dei musei che vede nella Triennale il suo centro, le scuole e altri ancora – un patrimonio assoluto che necessita però di una regia.

Su quali dossier dovrebbe lavorare la nuova agenzia? Con quali tempistiche?

Il compito principale non deve essere quello di sostituirsi alle realtà già esistenti ma piuttosto di mettere a sistema favorendo scambi di idee e confronti, e permettendo di valorizzare le eccellenze. La prima cosa che abbiamo suggerito è che ci sia un punto di riferimento stabile per il design a livello governativo, che si occupi anche di far interagire e coordinare i ministeri interessati. L’idea è di aprire un ufficio con un dirigente nell’ambito della ristrutturazione del Ministero della Cultura, questo dovrebbe accadere già nell’arco di qualche mese. Per quanto riguarda gli altri suggerimenti che abbiamo espresso all’interno del nostro documento, non possiamo parlare di tempi: si tratta di suggerimenti di lavoro che il Ministro potrà recepire oppure no, o anche soltanto in parte. Tra le funzioni del nuovo organismo ci sarebbe, comunque, senz’altro la rappresentanza in tutti quei luoghi internazionali dove si confrontano i sistemi design dei vari paesi del mondo. Un altro aspetto sul quale bisognerebbe lavorare è la messa a fuoco di argomenti che non sono automaticamente al centro del sistema.

Quali sono?

Il design italiano lavora tradizionalmente molto bene su tutta una serie di cose legate anche alla nostra esperienza di sapere artigiana, al fatto bene, ma siamo molto meno attenti ad altri aspetti. Il salto di tecnologia, per esempio, che dovrà necessariamente essere affrontato, oppure il design for all, soprattutto applicato alla salute.

Nel mondo quasi tutti i paesi hanno una direzione governativa di indirizzo allo sviluppo del sistema design. Vi siete ispirati a modelli internazionali?

Fondamentalmente ci sono due tipi di strutture: in Europa prevalgono le agenzie, che godono del supporto governativo ma sono autonome, mentre in Oriente, dove il tema è molto sviluppato, questi organismi sono direttamente controllati dai ministeri. In Corea si tratta di un dipartimento del Ministero delle Attività Produttive, in Giappone queste agenzie sono invece più legate al trade. Noi abbiamo indicato come modello più adatto quello europeo, che prevede la costituzione di un’agenzia, però lasciamo la definizione dei termini giuridici ai tecnici del Ministero.

È ipotizzabile un coordinamento istituzionale delle tante design week sparse sul territorio?

Certo, è uno degli ambiti nei quali si sente l’esigenza di un coordinamento. Siccome siamo ben consci  che non si possa costruire un’agenzia in pochi mesi, abbiamo suggerito di arrivare in una fase intermedia alla costituzione di una piattaforma informatica che sia costituita su sollecitazione del Ministero ma magari portata avanti da consorzi di soggetti già attivi e che abbia alcuni compiti di base nella messa a sistema. Oggi nascono tante design week, tutte producono contenuti interessanti che poi si perdono. Se questi contenuti fossero consultabili sulla piattaforma, per esempio, tutta la produzione del sistema ne uscirebbe arricchita. Gli organizzatori si potrebbero scambiare informazioni anche su come si accede ai finanziamenti, o sulle diverse forme di collaborazione possibili tra design e impresa. Tra le iniziative ci potrebbe essere anche una due giorni sui temi del design da organizzare in una città attorno a un tema centrale. Un momento per fare sharing di contenuto, occupando quegli spazi di riflessione e dibattito che in passato erano occupati dalle riviste.

E per quanto riguarda la “regina” delle design week, quella milanese? Anche qui negli ultimi anni abbiamo visto una proliferazione di distretti e di proposte, non sempre all’altezza dal punto di vista qualitativo.

Qui entriamo in un terreno un po’ più complicato. L’amministrazione milanese ha già messo tutti gli attori intorno a un tavolo e tentato un minimo di coordinamento. Sicuramente però bisognerebbe favorire l’aggregazione di eccellenze a tutti i livelli.

Si parla anche della possibilità di modificare il format delle giornate del design italiano nel mondo, che cosa cambierà?

Noi abbiamo dato una valutazione molto positiva dell’esperienza, pensiamo però che questo strumento possa essere ottimizzato ulteriormente. In questo momento ci si muove con gli “Ambasciatori del design italiano”, però – per lo meno secondo il feedback che abbiamo avuto da chi ha partecipato – il format viene sviluppato in maniera diversa in ogni paese a seconda dell’impostazione data dai singoli Istituti Italiani di Cultura o Ambasciatori. Si potrebbe fare un salto di qualità e cercare di portare un messaggio più unitario.

Giulia Marani

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.