Fake design. Il caso Kimura&Fushimi

Chi si nasconde dietro il misterioso collettivo giapponese che ha scelto di operare nel campo del design conservando il proprio anonimato?

Kimura&Fushimi, dettaglio

Lo scorso 27 settembre al Riot Studio di Napoli è andata in scena la presentazione di un progetto che mette in questione il concetto di autore e curatore nell’ambito del design.
Appare una strana coincidenza che nella città di Liberato, il misterioso musicista, si presenti un progetto che prova a demolire l’idea stessa di autore lasciando parlare gli oggetti e creando un alone di mistero attorno a un’operazione che parte dal Giappone. Dietro il nome Kimura&Fushimi opera un collettivo di designer giapponesi che hanno deciso di mantenere un completo anonimato mediatico gravitando al di fuori del marketing ufficiale, per preservare “la libertà di espressione e di creazione, svincolandola dai limiti imposti dal sistema culturale ed economico che si nutre d’individualismo”. La sigla è apparsa per la prima volta nel 2012 con il lancio di una serie di lampade insieme a uno slogan di denuncia verso la forte pressione che la loro cultura impone alle persone: “Un po’ di luce sulle persone evaporate (johatsu) e le vittime del superlavoro (karoshi)”.
L’immaginario del collettivo giapponese si alimenta di riferimenti all’“evaporazione”, una pratica di tabula rasa amministrativa che vede i johatsu cambiare i loro nomi, indirizzi e legami professionali. In Giappone questa fuga può essere sorprendentemente facile perché le leggi sulla privacy danno ai cittadini una grande libertà nel mantenere segreti i loro movimenti e la gente può sparire perché c’è un’altra società sotto la società ufficiale, una sorta di mondo parallelo che può essere paragonato al deep web. Quando qualcuno evapora sa che può trovare un modo per sopravvivere. Proprio questa considerazione, ovvero la possibilità di sperimentare strade alternative per promuovere il proprio lavoro a partire da un’analisi anche politica, fa di questo progetto uno specchio delle implicazioni che il contesto economico e sociale esercita sulla cultura artistica in generale e del design in particolare, e su come quest’ultima sia una cartina al tornasole per le aspettative che le diverse generazioni hanno sul futuro. Può una collezione di lampade attivare questo ragionamento e con quali sviluppi?

NESSUNA ALTERNATIVA

Nel video che accompagna i lavori del misterioso collettivo giapponese si vede una figura femminile di spalle, probabilmente si tratta della curatrice, che in un inglese neutro, senza un particolare accento, declina i principi operativi e ideologici dell’operazione. Tutto comincia con la consapevolezza che il sistema del design in particolare e il capitalismo più in generale ci hanno privati di prospettive, assorbendo e riempiendo il nostro immaginario nella loro ideologia del there is no alternative/non ci sono alternative, al punto che non sappiamo inventarci un’alternativa che non vi sia immersa. Contro l’individualismo Kimura&Fushimi propongono una modalità lavorativa basata sulla cooperazione in un mondo che ci educa e spinge alla competizione scaricando il fallimento o la riuscita del progetto non direttamente sull’individuo, ma su una dimensione collettiva.

Kimura&Fushimi
Kimura&Fushimi

OLTRE L’AUTORE

La decisione di lavorare nell’anonimato è segno della volontà del collettivo di usufruire delle possibilità di autoproduzione e promozione offerte dall’era digitale, sottraendosi alle relazioni gerarchiche e clientelari dell’industria creativa. In un momento, oggi, in cui l’assetto politico ed economico è sì cambiato, dall’impero del mercato finanziario passando per la governance neoliberale alla tecnocrazia, ma in cui sono quanto mai vivi i dibattiti e la non ancora formalizzata tutela sulla proprietà intellettuale, l’appropriazione illecita del patrimonio immateriale, del diritto alla privacy, e il dilagare dei brand plurimilionari che racchiudono centinaia di lavoratori sotto un unico, impersonale, nome o logo. Ritorna attuale l’affermazione di Michel Foucault, secondo il quale “l’opera il cui dovere era di conferire l’immortalità ha ormai acquisito il diritto di uccidere, di essere l’assassina del suo autore”. Parafrasando ciò che scrisse in Qu’est-ce qu’un auteur ? (1969), è opportuno chiedersi: “Che importa chi parla (oggi)?” Qui a parlare sono gli oggetti, il dibattito che si vuole aprire va al di là dell’autore, al di là del design.

Marco Petroni

www.kimuraandfushimi.com

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marco Petroni
Marco Petroni, teorico e critico del design. Ha collaborato con La Repubblica Bari, ha diretto le riviste Design Plaza, Casamiadecor, ha curato la rubrica Sud su Abitare.it, è stato redattore di FlashArt. Collabora con l'edizione online di Domus. Curatore senior presso il centro di ricerca museale Plart di Napoli. Sviluppa progetti curatoriali innovativi ed eventi legati ai temi della cultura del progetto con un approccio transdisciplinare come Botanica di Studio Formafantasma, Naturally combined di Mischer'Traxler, The future of Plastic di Officina Corpuscoli e altri. Ha pubblicato vari saggi tra cui Mondi Possibili, appunti di teoria del design (Edizioni Temporale), Going real, il valore del progetto nell'epoca del postcapitalismo (Planar Books). Ha tenuto lezioni presso Naba Milano, Design Academy Eindhoven, London Design Museum. Attualmente insegna Storia del design presso l'Accademia Belle Arti di Napoli e Communication for fashion al Politecnico di Milano.