Uli Aigner. Un milione di oggetti contro l’angoscia della “fine”

È raro, ma accade ancora che semplici oggetti quotidiani ci si mostrino come pervasi da un’aura messianica in quanto lasciano intravvedere, oltre l’immediatezza della loro nuda apparenza, una tensione vitale per mezzo di sottili allusioni e appropriate riflessioni.

Uli Aigner, One Million © Michal Kosakovski
Uli Aigner, One Million © Michal Kosakovski

Uli Aigner (1965) è un’artista multidisciplinare d’origine austriaca trapiantata in Germania. Laureata con lode all’Università delle Arti applicate di Vienna sotto la direzione del poliedrico architetto e designer Matteo Thun (a suo tempo uno dei componenti del Gruppo Memphis di Ettore Sottsass), vive e lavora a Berlino, sostenendo una buona attività espositiva in campo internazionale. Qualche tempo fa ha ideato un piano di lavoro che consiste nella realizzazione di uno sterminato repertorio di vasellame domestico in porcellana: tazze, bicchieri, ciotole, vassoi, eccetera. Oggetti bianchi, o piuttosto incolori, di modeste dimensioni, lavorati nella maniera più artigianale che si possa immaginare. C’è, però, qualcosa di eccessivo e inaudito a caratterizzare il suo progetto: fabbricare a mano, uno a uno, un milione di esemplari, ovviamente differenti tra loro anche se talvolta in maniera poco percettibile. Distinguibili, inoltre, per mezzo di una vistosa numerazione a graffio sulla superficie prima della cottura al forno come sigla permanente di autenticità e verifica di una promessa che non ha scappatoie. Al tempo stesso, lei considera ogni singolo esemplare la testimonianza di un’opera unitaria, ovvero la parte di una totalità in fieri. Per realizzare l’intero ciclo produttivo, l’artista, oggi cinquantatreenne, ha calcolato di doverci lavorare cinque giorni alla settimana per trent’anni. Salvo – è il caso di dire – non improbabili contrattempi, imprevisti, distrazioni, o trasferte temporanee. In ogni caso, buon lavoro Uli!

UN’UTOPIA AL RITMO DELLA VITA

Coerente quanto tautologico il titolo che l’artista berlinese ha dato all’intera serie di manufatti, chiamandola per l’appunto “Un Milione” (One Million), quindi concepita nella forma ideale e simbolica di un’utopia, seppure di un genere particolare, giacché ancorata al ritmo corrente della vita. Recentemente lei ha presentato a Vienna uno spaccato del proprio progetto, rendendolo però visibile solo per un breve periodo. Sarà riproposto, dovutamente analizzato, discusso e confrontato da più punti di vista, in settembre a New York all’Austrian Cultural Forum, l’istituto austriaco di cultura sulla 52esima Strada. Intanto, i pezzi del “Milione”, ormai avviati al successo artistico e commerciale, sono acquistabili negli shop di alcuni punti cardinali dell’arte e del design, come il Whitney Museum di New York, l’Hamburger Bahnhof Museum of Contemporary di Berlino, il Mak di Vienna, ma sono pianificate anche modalità dirette di ordinazione e acquisto da parte di privati, di collezionisti e di istituzioni.

Uli Aigner, One Million © Michal Kosakovski
Uli Aigner, One Million © Michal Kosakovski

DIVENTARE PARTE DELL’OPERA

Nonostante la relativa semplicità delle forme, questo intenso programma – per l’appunto, finalizzato a una abnorme realizzazione di pezzi – sembra portare una sfida alla robotizzazione del lavoro industriale. L’artista berlinese, dunque, mira a liberare la spontaneità dell’istinto creativo. “Questo significa” – chiarisce Uli – “che quotidianamente imparo qualcosa, perché quello che faccio sarà ogni giorno un po’ diverso. Non si tratta di cercare il design perfetto, si tratta piuttosto di sperimentare l’abilità di fare quello che si vuole. In questo gioco tra il fare e lo spazio temporale entro cui le è dato vivere, l’artista scommette sulla potenziale illimitatezza della creatività, lasciando che l’esperienza artistica apra dimensioni impreviste. Portando infine a risolvere – o a dissolvere? – la propria esistenza in uno scambio simbolico con il “prodotto” della sua creatività: un escamotage, o uno scacco, al sentimento di angoscia della “fine” che costantemente assilla l’esistenza.
Uli Aigner pare non essere isolata nel voler superare una tale oppressione esistenziale attraverso una sorta di trasmutazione di sé nell’opera. Per esempio, l’ampia miscellanea Dancing with Myself, in corso a Venezia negli spazi di Punta della Dogana, nelle sue varie sfaccettature visive si presenta al pubblico con un esergo didascalico che impersona la soggettività dell’artista tra presenza, assenza e trasformazione del corpo: “Come posso sfuggire alla fatalità della morte diventando parte della mia opera?”. Nonostante l’incomparabilità di superficie, tra i due ambiti sembra evidente la corrispondenza tematica di fondo.

Uli Aigner, One Million © Michal Kosakovski
Uli Aigner, One Million © Michal Kosakovski

LA NECESSITÀ DEL PROPRIO TEMPO

In una personale conversazione con l’artista, le abbiamo chiesto come fosse arrivata a sviluppare questo progetto che occuperà, a dir poco, la maggior parte della sua vita futura. La risposta? Una confessione lucida e pungente: “Ho sentito il desiderio di fare qualcosa che fosse per sempre! Che fosse anche una controproposta anarchica, un netto superamento della cultura del progetto a breve termine, eccessivamente regolamentata nel mondo dell’arte. In effetti,Un Milione” è anche una configurazione sperimentale”. Ma l’artista rivela di essere stata stimolata anche dalla lettura del saggio La forma del tempo (The Shape of Time, 1962), dello storico e teorico americano George Kubler. In esso l’autore parla di storia dell’arte come storia di tutti i manufatti umani, riuniti sotto l’etichetta di “forme visive”, arrivando poi ad affermare che ogni oggetto creato dall’uomo “ha la necessità del proprio tempo”. In effetti, date certe eclatanti coincidenze dei fenomeni artistici manifestatisi nella storia, che Kubler stesso ben sottolinea, come sottrarsi al credere che l’emergere dal nulla delle forme non sia l’esito di una “necessità” – logica – che sempre irrompe a tempo debito?

Franco Veremondi

www.eine-million.com

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.