Intervista ad Alba Cappellieri, ambasciatrice del design

Oggi, 2 marzo, si celebra l’Italian Design Day, l’iniziativa che vede protagonisti cento designer nostrani inviati nel mondo come ambasciatori della disciplina progettuale e dell’eccellenza del Belpaese. Abbiamo intervistato una di loro, l’esperta in design del gioiello Alba Cappellieri.

Stefania Lucchetta, Vibrations 03, 2014, titanio anodizzato
Stefania Lucchetta, Vibrations 03, 2014, titanio anodizzato

Cento sedi internazionali accolgono altrettanti ambasciatori della cultura del design italiano per testimoniare l’eccellenza del loro lavoro e raccontare un progetto, nell’ambito dell’iniziativa Italian Design Day, organizzata dalla Triennale di Milano assieme al Ministero degli Affari Esteri.
Uno fra gli inviati del design italiano nel mondo è Alba Cappellieri, in missione a Osaka. La designer è professore ordinario al Politecnico di Milano dove insegna Design del Gioiello e dell’Accessorio. Dal 2014 è direttore del Museo del Gioiello di Vicenza e dal 2015 è presidente della Women Jewellery Association Italy. È direttore del Master in Fashion Accessories, del Corso di Alto Perfezionamento di Design del Gioiello e presidente del Corso di Laurea in Design della Moda. Con gli studenti ha fondato il blog www.jewelleryscape.it, punto di riferimento per il gioiello online. Oggi, 2 marzo, Italian Design Day, la designer presenta il suo lavoro all’ambasciata italiana di Osaka, in Giappone.

In quale punto della tua vita si è manifestata la precisa volontà di approfondire il disegno applicato all’ornamento di design?
È stato il design del gioiello a scegliere me. Ho studiato architettura a Napoli e dopo la laurea sono andata a New York per specializzarmi sui grattacieli. Tornata in Italia sono approdata al Politecnico di Milano dove avevano bisogno di un’esperta non di grattacieli ma di gioielli. Il gioiello è comparso nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, inatteso e imprevisto, ma, come tutte le sliding door, riservava delle sorprese. Era un momento molto propizio, alla fine degli Anni Novanta non esisteva alcun legame strutturato tra il design e il gioiello e c’era molto da dire e da fare. Mi ci sono dedicata completamente. Il gioiello, pur essendo stato – e lo è tuttora – uno dei più importanti ambiti della manifattura e della creatività italiana, è sempre appartenuto a una realtà chiusa, sfuggente e criptata. Ho cercato di aprire i confini, contaminare le discipline, connettere gli ambiti e le persone, fino a proporre una rilettura del panorama orafo.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento tra i maestri del design, del gioiello e non? Potresti citare tre nomi su tutti?
Considero maestri coloro che, come affermava Peter Oud “hanno avuto il coraggio di guardare avanti fino a farsi scoppiare le orbite”, coloro che hanno proposto nuove visioni e nuovi linguaggi senza inseguire i consensi, quelli che hanno guardato all’ordinario con occhi straordinari, che non sono stati inventori ma creatori di idee, verità e bellezza e che con tenacia hanno catturato lo spirito del tempo. Il mio punto di riferimento nel gioiello è senza esitazione Gijs Bakker, maestro perché ha creato idee, aperto prospettive e nuovi linguaggi. Gijs è uno dei padri fondatori del gioiello contemporaneo, con la poliedrica capacità di essere contemporaneamente designer, imprenditore e intellettuale, perseguendo con ostinata determinazione l’innovazione.

Riccardo Dalisi, prototipo ciondolo, 1998, rame e ferro
Riccardo Dalisi, prototipo ciondolo, 1998, rame e ferro

E sul fronte di maison e aziende?
Tra le grandi maison del gioiello trovo che le più innovative siano state, nel passato come nel presente, Van Cleef e Arpels e Cartier, mentre le principali aziende orafe italiane come Vhernier, Giampiero Bodino, Roberto Coin, Chantecler, Crivelli, Mattioli, Sharra Pagano, Bozart, Ornella nel gioiello moda, hanno saputo interpretare la bellezza in chiave contemporanea e contribuiscono al mito italiano nel mondo. I maestri sanno poi scorgere la verità anche nei meandri più nascosti ed è per questo che un posto speciale tra i miei riferimenti spetta a Riccardo Dalisi, icona del design e dell’arte ma anche silenzioso creatore di candidi e delicati gioielli ultrapoverissimi che non temono di rivelare forme infantili generate da materiali poveri come latta, ottone o stagnola. Abbiamo bisogno di maestri, di esempi, ed è per questo che invito sempre i miei studenti a scegliere bene i propri maestri.

Nei secoli della storia dell’arte del gioiello ne è mai veramente cambiata la funzione o si è solo modificata la sua portata espressiva, di significato?
I primi gioielli avevano una funzione reale: bottoni, fibbie, châtelaine, fibule o fermagli per capelli avevano una specifica funzione in relazione all’abito, al corpo o al contesto di utilizzo. Nel corso del tempo il gioiello ha perduto il suo valore funzionale fino a essere considerato un oggetto inutile, opulento o con una mera funzione decorativa. Oggi, con il supporto della tecnologia, stiamo assistendo a un riscatto del gioiello utile. Bracciali in grado di controllare gli accessori domestici, anelli o pendenti connessi con gli smart device per rendere più efficace il controllo delle proprie notifiche, gioielli per monitorare e registrare le proprie emozioni. Questa è l’era della tecnologia digitale, e i gioielli ne fanno parte. Al Politecnico di Milano stiamo studiando il gioiello interattivo che cambierà ancora una volta la percezione del gioiello da oggetto inutile a ornamento utile.

Esiste un materiale che hai sempre ritenuto difficile, quasi impossibile da modellare, per poi ritrovarlo fra alcune proposte di gioiello?
Tra le ricerche intorno ai materiali, il titanio e la carta sono stati i più sorprendenti e a entrambi ho dedicato due belle mostre alla Triennale di Milano. La carta mi ha sorpresa per la sua capacità di lasciare spazio all’espressione del progetto senza sovrastarlo con la preziosità del materiale, per la complessità progettuale per cui un materiale povero, estremamente fragile, se vogliamo banale, si trasforma in un ornamento unico, articolato e desiderabile.
Il titanio è stato invece una vera e propria sfida. Leggero e audace, ha sempre popolato l’aereonautica, l’automotive, l’illuminotecnica, ma mai il mercato del gioiello. Da qui, nel 2010, la scelta di far realizzare un gioiello in titanio a trentuno progettisti orafi italiani, coinvolgendo il Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta” del Politecnico di Milano e trentuno progettisti italiani, per confrontarsi con questo meraviglioso ma sconosciuto materiale e con le sue tecnologie.

Alba Cappellieri
Alba Cappellieri

Potresti descrivere il momento in cui un gioiello si trasforma in gesto, in forma d’arte o magari, in scultura? Esistono precisi canoni, dettami di distinzione o si vanno sempre più ibridando?
Se in passato il gioiello era lineare e sequenziale, scandito dal valore del materiale, oggi è frammentato, eterogeneo, molteplice, ibrido. Non solo nella sua capacità di appartenere ad ambiti completamente differenti come l’arte, la moda, il design o l’artigianato, ma anche per le forme che esso assume e per la sua relazione con il corpo. Il gioiello è sempre più a contatto con la pelle e con essa interagisce riscaldandola, monitorandola, modificandola in modo permanente o temporaneo e non è più assimilabile a un piccolo oggetto prezioso da indossare sul collo, sul polso o sul dito. Le dimensioni sono cambiate, alcuni gioielli sono a metà tra l’abito e l’accessorio, così come anche la loro indossabilità. Mi vengono in mente le filigrane dorate di Olga Noronha che avvolgono completamente il busto e il collo con una funzione medicale o le maschere di Akiko Shinzato, da indossare intorno al volto e sulla bocca per ornare il corpo assumendo una nuova identità.

A tuo modo di vedere, si potrà sviluppare, ben oltre la prototipazione 3D e 4D, il gioiello virtuale? E quali parti del corpo potrà valorizzare?
Il gioiello è già virtuale. Viene venduto e comunicato online, può essere indossato attraverso le piattaforme di virtual try on, già utilizzate da noti brand di alta gioielleria per avvicinare i propri gioielli a un pubblico più ampio. Le nuove frontiere che si prospettano sono quelle della realtà virtuale in cui sono i nostri avatar, immateriali, a interagire al posto nostro, a costruire mondi virtuali in cui avvengono scambi reali. E anche in questo mondo intangibile il gioiello ha un suo spazio.

Quale valore ha, per te, essere tra i cento ambasciatori del design italiano nel mondo?
Sono stata nominata dal Ministero degli Esteri tra i cento Ambassador che il 2 marzo celebrano l’Italian Design Day nel mondo. È un grande onore per me ma anche il riconoscimento che il design del gioiello è finalmente parte dell’eccellenza progettuale italiana. Andrò a Osaka e sarà interessante confrontare le esperienze di una grande cultura, quale è quella giapponese, con quella italiana.

Quali sono i tuoi programmi futuri?
Nel mio presente, come nel mio futuro, ci sono i miei adorati studenti del Politecnico di Milano, aiutarli a costruire il loro futuro è il mio programma più avvincente e appassionante.

Ginevra Bria

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.