Design del mobile. Un settore in crisi?

Il settore dell’arredo si è trasformato in una vera e propria chimera per i suoi progettisti. Saturazione, sovraffollamento e introiti sempre più bassi sono solo alcune cause-effetto di un fenomeno che merita soluzioni.

Hella Jongerius & Louise Schouwenberg, A Search Behind Appearances - La Rinascente, Milano 2016
Hella Jongerius & Louise Schouwenberg, A Search Behind Appearances - La Rinascente, Milano 2016

UN SETTORE IN DIFFICOLTÀ
Il re è nudo. All’ultima conferenza di Design Indaba, tenutasi lo scorso febbraio a Cape Town, il designer Benjamin Hubert ha scosso l’attenzione della platea con un coming out tanto inaspettato quanto, se vogliamo, lucido e prevedibile, che potremmo parafrasare così: “Basta mobili”. Stretto nella morsa di una concorrenza feroce, il settore dell’arredo appare una chimera sempre più irraggiungibile per i suoi progettisti, soffocati da una saturazione che, come il collo di un imbuto, rende di fatto impervio e scarsamente remunerativo l’accesso al mondo della produzione.
Everyone is involved in creating lighting, furniture and accessories… they’re all talented people”, ha detto il fuoriclasse inglese, che ha all’attivo prodotti per grandi marchi quali Cappellini, Fritz Hansen e Moroso, “but everyone seems to be designing the same thing. It’s so saturated”. Una riflessione che, anche alla luce della scarsa redditività che l’arredo poteva garantirgli – “You get paid sometimes in furniture but more often you’re working for a very low royalty on products that don’t sell as well as before”, ha raccontato a Dezeen –, ha portato Hubert a ripensare radicalmente il posizionamento del suo studio, trasformando il proprio marchio personale, Benjamin Hubert Ltd, in un’azienda multidisciplinare, layer design, vocata al design di prodotto e alla metodologia human-centered.

Hella Jongerius & Louise Schouwenberg, A Search Behind Appearances - La Rinascente, Milano 2016
Hella Jongerius & Louise Schouwenberg, A Search Behind Appearances – La Rinascente, Milano 2016

SOVRAFFOLLAMENTO E OCCUPAZIONE
Del resto, che nel design del mobile ci fosse troppo sovraffollamento, ce n’eravamo accorti anche in Italia. Senza incedere nei toni di chi suona la campana a morto, prefigurando imminenti apocalissi e scenari a tinte fosche, la curatrice e giornalista Chiara Alessi è stata la prima a indagare, con Dopo gli anni Zero. Il nuovo design italiano (Laterza, 2014), l’identità, i linguaggi e anche le ombre dell’ultima generazione del design nostrano. Quella che, sebbene nata nella decade ottimista e coraggiosamente radicale degli Anni Ottanta, appare oggi condannata a un presente di crisi continua e di coperte tragicamente troppo corte. Accade così che, se anche i nostri design millennials riescono a coronare il loro rapporto con un’impresa, trasformando le loro proposte in un prodotto, difficilmente potranno pensare alle royalties che ne derivano come a una fonte sostanziale di reddito – “Con le royalties mi ci mangio una pizza”, ci ha raccontato all’ultimo Salone del Mobile un designer che eppure vanta un portfolio significativo e collaborazioni con marchi importanti.
Tra gli operatori di settore è cosa nota: al giorno d’oggi, soprattutto quando a essere coinvolti sono i giovani progettisti con scarso potere contrattuale, le aziende usano spesso gli oggetti come prodotti di comunicazione, presentando mobili, lampade e complementi che, seppure ufficialmente presentati in fiera, non sempre troveranno la via della distribuzione e dell’incontro felice e necessario con il consumatore.

Hella Jongerius & Louise Schouwenberg, A Search Behind Appearances - La Rinascente, Milano 2016
Hella Jongerius & Louise Schouwenberg, A Search Behind Appearances – La Rinascente, Milano 2016

APPARENZE EFFIMERE
Non è però solo il riscontro occupazionale quello che preoccupa e fa sollevare qualche voce critica. Dopo aver lanciato nel 2015 il manifesto Beyond the New – A Search for Ideals in Design, la designer Hella Jongerius e la critica Louise Schouwenberg sono tornate al Salone del Mobile 2016 con un progetto che ha nuovamente messo in discussione il valore e le opportunità create dal sistema-design così come lo conosciamo. Nelle vetrine de La Rinascente in piazza Duomo, sei installazioni raccolte sotto il titolo A Search Behind Appearances – in collaborazione con Serpentine Galleries – hanno sublimato il mito della caverna di Platone: piccole lettere e modellini in movimento proiettano le loro ombre sui variopinti tessuti che fanno da sfondo, modificandone la percezione in un divenire in perpetuo movimento.
La metafora delle apparenze effimere che agitano la superficie delle acque del design si contrappone così alla natura e all’efficacia di una disciplina che, in un modo o in un altro, siamo storicamente abituati a pensare come un agente del cambiamento. “For decades already design is reduced to production of mere style differences, a deceitful play of illusions, and an accompanying marketing verbiage”. Cosa progettare, allora, per un mondo ricco e, in alcuni casi, prossimo alla saturazione completa? Qual è la cultura dell’innovazione che dovremmo promuovere? Quali sono le buone domande che il design dovrebbe farsi e a cui dovrebbe provare a dare una risposta?

Giulia Zappa

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Giulia Zappa
Laureata in comunicazione all’Università di Bologna con una tesi in semiotica su Droog Design, si specializza in multimedia content design e design management a Firenze e New York. Da oltre dieci anni lavora come design&communication strategist, occupandosi di progetti a cavallo tra comunicazione e prodotto. Ha insegnato Comunicazione Multimediale all’Accademia di Belle Arti di Roma. È consulente per programmi internazionali di design per lo sviluppo. Giornalista pubblicista, per Artribune è responsabile editoriale delle pagine dedicate al design.