“Ecco come abbiamo restituito un teatro a Firenze”. Intervista all’architetto Marco Casamonti
Si può sfidare l’overtourism con l’architettura? Marco Casamonti ripercorre l’esperienza del restauro del Teatro Nazionale: il progetto, curato con il suo studio Archea Associati, offre l’occasione per una riflessione a tutto campo su memoria storica, innovazione, cultura e futuro della città
Nel centro storico di Firenze, a pochi passi da Piazza della Signoria, il Teatro Nazionale è tornato a vivere dopo un importante intervento di restauro e rifunzionalizzazione promosso da Marco Casamonti e dallo studio Archea Associati. Un progetto che non riguarda soltanto il recupero di un edificio storico, ma solleva questioni più ampie: il rapporto tra patrimonio e contemporaneità, la trasformazione delle città d’arte sotto la pressione del turismo globale, il ruolo degli spazi culturali come presidi identitari. Temi sui quali ragiona, in questa lunga intervista, lo stesso Casamonti.

Intervista all’architetto Marco Casamonti
Il Teatro Nazionale è stato per decenni un luogo dimenticato di Firenze. Cosa l’ha spinta ad acquisirlo e a intraprendere un intervento tanto complesso?
Le motivazioni sono molteplici. La prima, molto concretamente, è stata il bassissimo costo di acquisto, dovuto alle condizioni dell’edificio, in gravissimo stato di degrado. E poi la straordinarietà del luogo, che ci aveva colpito: un teatro nel cuore di Firenze, bellissimo e tuttavia abbandonato da cinquant’anni, una sorta di necrosi all’interno del corpo vivo della città. C’era una terza ragione, legata alla vita del nostro studio.
Ovvero?
Archea Associati è oggi una realtà di oltre 230 persone: non disponevamo di uno spazio nel quale poterci ritrovare tutti insieme. Inizialmente abbiamo quindi immaginato che sarebbe stato straordinario recuperare il Teatro Nazionale anche come luogo capace di accogliere, alcune volte durante l’anno, l’intero studio. Ma fin dall’inizio il progetto è andato oltre questa esigenza: volevamo creare uno spazio aperto all’incontro e alla città, nel quale sviluppare quell’attività culturale che consideriamo parte integrante del nostro lavoro, attraverso incontri con artisti, musicisti, attori, architetti e designer, lecture, conferenze e occasioni di confronto. Siamo stati certamente mossi da una buona dose di ottimismo. Pur essendo l’architettura il nostro mestiere, non avevamo immaginato fino in fondo quanto l’intervento sarebbe stato complesso.
Cosa intende?
Le condizioni dell’edificio apparivano già molto compromesse, ma durante i lavori si sono rivelate assai peggiori di quanto fosse possibile percepire inizialmente. È stato necessario, per esempio, rifare integralmente la copertura, che interessa quasi un intero isolato, perché le strutture lignee, apparentemente recuperabili, erano in realtà ormai compromesse dal punto di vista strutturale. Anche molti dei solai interni non erano più compatibili con gli attuali requisiti statici e di sicurezza. Di fatto, il teatro è stato in larga parte smontato e ricostruito. Proprio per questo l’intervento si è trasformato anche in una straordinaria esperienza professionale: una sorta di palestra attraverso cui misurarsi concretamente con ciò che significa, oggi, intervenire sul patrimonio storico e praticare il restauro. Il risultato ci rende particolarmente felici perché restituisce alla città non soltanto un edificio recuperato, ma un luogo nuovamente vivo e capace di accogliere persone, relazioni e cultura.
Marco Casamonti e il complesso progetto di restauro del Teatro Nazionale di Firenze
Il progetto combina un restauro rigoroso con l’introduzione di tecnologie avanzate: sistemi acustici, ledwall, nuove attrezzature sceniche. Come avete affrontato il “connubio” conservazione e innovazione?
Un edificio storico è, per sua natura, privo di gran parte degli spazi necessari alla complessità impiantistica contemporanea. Nel caso del Teatro Nazionale, le principali trasformazioni storiche risalgono a un’epoca nella quale evidentemente non esistevano impianti antincendio, climatizzazione, sistemi acustici, apparati tecnologici e scenici paragonabili a quelli richiesti oggi. Anche i quadri elettrici, introdotti successivamente, erano stati ricavati in ambienti del tutto inadeguati. La difficoltà consiste quindi nell’inserire tutto ciò che è indispensabile al funzionamento di un teatro contemporaneo all’interno di un corpo architettonico che non era stato concepito per accoglierlo. È un’operazione estremamente complessa: bisogna trovare gli spazi all’interno di murature che non possono essere stravolte, attraversare solai, individuare cavedi e percorsi tecnici senza alterare la struttura e la forma dell’edificio. È quasi come introdurre in un corpo antico un nuovo sistema vitale, senza modificarne la fisionomia. È inoltre un processo che non può essere progettato interamente a priori.
In concreto, come avete lavorato?
Anche attraverso la scoperta: togliendo un solaio, aprendo una muratura, entrando progressivamente nel corpo dell’edificio, emergono condizioni che non erano visibili e che obbligano continuamente a verificare e talvolta a ripensare le soluzioni progettuali. Per questo un intervento di tale complessità richiede tempo, attenzione e numerose revisioni in corso d’opera. Il principio che abbiamo seguito è stato molto chiaro: l’innovazione tecnologica non deve mai stravolgere l’identità dell’edificio, né la sua storia, la sua morfologia, la sua tipologia o i suoi caratteri architettonici. Deve piuttosto inserirsi al suo interno con discrezione, quasi rendendosi invisibile. Ma rinunciare all’innovazione non sarebbe possibile. Abbiamo il dovere di rendere confortevoli, sicuri e pienamente utilizzabili anche gli edifici antichi. Altrimenti il paradosso è che, nel tentativo di conservarli, finiremmo per comprometterne l’abitabilità e dunque la possibilità stessa di continuare a vivere. Conservazione e innovazione, quindi, non sono termini contrapposti: l’innovazione, quando è introdotta con intelligenza e misura, è precisamente ciò che consente a un edificio storico di continuare ad appartenere al presente.
L’attuale Teatro Nazionale nasce come riformatorio nel Seicento, attraversa secoli di trasformazioni e oggi si apre a una nuova fase. Quali sono stati gli elementi storici che avete ritenuto imprescindibili conservare e quali, invece, quelli che avete scelto di reinterpretare?
Abbiamo avuto con la Soprintendenza un dialogo molto serrato e intenso, ma anche di grande qualità e, direi, di vera complicità progettuale. Non si è instaurato il rapporto tradizionale tra un architetto che propone un progetto e un soprintendente chiamato successivamente a giudicarlo. Abbiamo lavorato insieme, quasi a quattro mani, perché condividevamo un obiettivo fondamentale: riportare in vita un edificio straordinario che era rimasto abbandonato per molti anni. Gli elementi imprescindibili da conservare erano naturalmente la struttura e la morfologia della sala teatrale, insieme al suo apparato decorativo, che è stato restaurato e in alcuni casi ulteriormente arricchito. Trattandosi di un edificio sottoposto a vincolo monumentale, non sarebbe stato né possibile né, soprattutto, culturalmente corretto, alterarne i caratteri architettonici fondamentali. Questo non significa, tuttavia, che il progetto abbia rinunciato alla trasformazione. Al contrario, proprio in accordo con la Soprintendenza abbiamo potuto compiere alcune scelte importanti.
Per esempio?
Abbiamo eliminato l’ultimo ordine di palchi, che presentava condizioni di visibilità non adeguate alle esigenze di un teatro contemporaneo, e recuperato il grande spazio del sottotetto, rendendolo abitabile e restituendo così al complesso una superficie importante per nuove attività. Abbiamo inoltre ripensato l’organizzazione dei camerini e introdotto tutto il sistema tecnologico e impiantistico necessario alla vita contemporanea del teatro. La trasformazione, dunque, è avvenuta soprattutto attraverso l’adeguamento funzionale e tecnologico, mentre sono rimaste sostanzialmente intatte la straordinaria morfologia dell’edificio, la sua struttura spaziale e la ricchezza dei suoi elementi decorativi. Credo che il restauro trovi proprio qui il suo equilibrio: conservare ciò che definisce l’identità profonda dell’edificio e trasformare ciò che è necessario affinché quell’identità possa continuare a vivere nel presente.
Per Forma Edizioni è uscito un volume dedicato al restauro del teatro, nel quale l’opera emerge come risultato di una rete di competenze artigianali locali. Quanto è importante, in un lavoro come questo, il dialogo con il saper fare del territorio?
Un intervento di questo tipo può essere realizzato soltanto attraverso un dialogo serrato e continuo con gli artigiani e con il saper fare del territorio. Restaurare un capitello, recuperare le dorature di una modanatura o ricostruire determinati dettagli architettonici significa confrontarsi con lavorazioni che non possono essere affidate soltanto al disegno o alla tecnologia: richiedono esperienza, sensibilità, conoscenza della materia e soprattutto una straordinaria capacità manuale. Da questo punto di vista Firenze conserva una ricchezza particolare. La cultura delle botteghe artigiane è ancora molto viva e, nonostante un processo che progressivamente tende a ridurre la presenza e la trasmissione di questi mestieri, esistono ancora artigiani capaci di comprendere immediatamente come intervenire su un manufatto storico, dove mettere le mani e, soprattutto, come metterle. Il Teatro Nazionale è anche la testimonianza concreta di quanto Firenze e, più in generale, il territorio toscano siano ancora capaci di esprimere in termini di cultura materiale, sapienza artigianale e maestria.
Firenze tra overtourism e rischio di esclusione dei cittadini dal centro storico
Oggi molti edifici storici dei centri urbani italiani vengono trasformati in strutture ricettive, spazi commerciali o destinazioni legate all’economia turistica. Il Teatro Nazionale rappresenta invece una scelta controcorrente.
Firenze è una città fortemente tutelata e il Teatro Nazionale, essendo un monumento vincolato, non avrebbe potuto essere trasformato liberamente in una struttura ricettiva senza comprometterne profondamente l’identità e la struttura. Diverso sarebbe stato, almeno in parte, il caso di una destinazione commerciale. Esisteva infatti un precedente progetto che prevedeva di trasformarlo in SPA, arrivando a immaginare la platea come una grande piscina. Anche questa prospettiva ha contribuito alla nostra decisione di intervenire, perché credo che un teatro debba, per quanto possibile, continuare a essere un teatro. Un teatro è una risorsa per la città: è un luogo di incontro, narrazione e rappresentazione, uno spazio nel quale la musica, l’arte e più in generale la cultura possono entrare in relazione con la vita di una comunità. Può essere considerata una scelta controcorrente, ma personalmente la considero soprattutto una scelta giusta e importante per Firenze.
Dunque un gesto culturale, oltre che architettonico?
La città possiede molti teatri e questa presenza costituisce una parte significativa della sua identità culturale. Non possiamo permetterci di perdere progressivamente questi luoghi o di ridurli a semplici contenitori per funzioni economicamente più redditizie. In questo senso il recupero del Teatro Nazionale è certamente un gesto culturale oltre che architettonico. Per noi, tuttavia, rappresentava anche una straordinaria occasione per affrontare uno dei temi centrali del progetto contemporaneo: coniugare tradizione e innovazione. Significava rispettare la storia e la materia di un monumento senza trasformarlo in una testimonianza immobile del passato, ma facendo in modo che potesse tornare a essere un luogo utile alla contemporaneità e, soprattutto, alla vita quotidiana.
Firenze è spesso citata come uno dei casi emblematici di overtourism in Europa. Quale ruolo possono svolgere gli spazi culturali nella difesa dell’identità urbana e nella costruzione di una città che non sia soltanto una destinazione turistica?
Va innanzitutto ricordato che Firenze deve moltissimo al turismo. La parola overtourism è certamente importante, perché ci obbliga a riflettere sul rischio che il consumo di un luogo possa determinarne progressivamente la perdita di identità. Ma Firenze rappresenta un caso particolare: è stata per secoli una delle tappe fondamentali del Grand Tour, la meta di artisti, poeti, scrittori e intellettuali che attraverso il viaggio cercavano conoscenza, esperienza e formazione. La visita, il viaggio e dunque anche il turismo appartengono, in qualche modo, alla storia e all’identità stessa di Firenze. Il problema nasce quando il turismo smette di essere un’esperienza di conoscenza, capace di generare incontri e relazioni con la città, e diventa prevalentemente consumo dello spazio urbano. Quando arriva a espellere, o comunque tende a escludere gli abitanti dal centro storico, assume una dimensione invasiva e finisce per compromettere proprio ciò che rende quella città desiderabile.
E sta succedendo?
Firenze non può perdere la propria natura di città, cioè di luogo abitato e vissuto quotidianamente. E invece il numero dei residenti nel centro storico sta progressivamente diminuendo. Abbiamo davanti agli occhi l’esempio estremo di Venezia: una città straordinaria che ha visto ridursi drasticamente la propria popolazione residente mentre la presenza turistica è diventata preponderante. Il rischio è che una città viva si trasformi progressivamente in un meraviglioso museo a cielo aperto, perdendo però quella dimensione di comunità e di vita collettiva che costituisce l’essenza stessa della città. A Firenze questo processo non ha ancora assunto quelle proporzioni, ma alcuni segnali sono evidenti. E credo che una parte del problema derivi anche da un’idea troppo rigida della conservazione.
Cosa intende?
Pensare che tutelare una città storica significhi impedire qualsiasi trasformazione, quasi cristallizzandola o mummificandola, è a mio avviso un errore. La città è un corpo vivo e, come ogni corpo, cambia; sta a noi prendercene cura, governarne le trasformazioni. Perché una città continui a essere abitata, deve infatti essere consentito anche al suo patrimonio di adattarsi, con intelligenza e rispetto, alle esigenze della vita contemporanea. Nel centro di Firenze esistono, per esempio, edifici nei quali scale molto strette e ripide sono considerate invarianti strutturali e tipologiche. Ma se non è possibile introdurre un ascensore, un anziano difficilmente potrà continuare ad abitare al terzo o al quarto piano. Se contemporaneamente diventa sempre più difficile parcheggiare e diminuiscono i servizi destinati ai residenti, inevitabilmente il centro storico tenderà a espellere i propri abitanti. A tutto questo si aggiunge il tema della rendita immobiliare: il valore economico degli spazi cresce anche in funzione delle attività legate al turismo e rende progressivamente più difficile per molte persone continuare a vivere nel centro storico.
Scenari possibili per il futuro di Firenze: dal rilancio del social housing al ritorno dei servizi nel centro storico
A suo avviso cosa andrebbe fatto?
Occorre intervenire contemporaneamente su questi due fronti: governare gli effetti economici del turismo e consentire alla città storica di evolvere, senza naturalmente comprometterne il patrimonio. È un equilibrio difficile, ma necessario. In questo quadro gli spazi culturali hanno un ruolo fondamentale. Dobbiamo preservare tutti quei luoghi che sono innanzitutto luoghi d’incontro, capaci di mettere in relazione cittadini e visitatori e, attraverso questa relazione, di costruire una vita di comunità. Il turismo “mordi e fuggi” tende inevitabilmente a cercare soprattutto camere dove dormire, luoghi dove mangiare e servizi da consumare; una città, invece, ha bisogno anche di spazi nei quali produrre cultura, incontrarsi, ascoltare, discutere e condividere esperienze. Per questo ogni spazio culturale preservato nel centro storico rappresenta un presidio importante della vita urbana. E non vedo alcuna contraddizione nel fatto che questi luoghi possano essere frequentati anche dai turisti.
Negli ultimi anni nei centri di molte città storiche è diminuito il numero dei residenti. Crede che la cultura possa ancora rappresentare uno strumento di riequilibrio rispetto ai processi di “turistificazione”?
Come dicevo, credo che la progressiva perdita di abitanti nei centri storici dipenda principalmente da due fenomeni. Il primo riguarda la qualità dell’abitare: spesso chi vive nel centro antico non dispone delle condizioni di comfort, accessibilità, mobilità e servizi che la vita contemporanea richiede. Il secondo è quello della rendita immobiliare, che rende gli immobili dei centri storici economicamente molto più onerosi rispetto a quelli delle aree esterne della città. Per invertire questa tendenza occorre quindi una politica capace di favorire concretamente chi decide di abitare nel centro, sia dal punto di vista della qualità della vita sia da quello economico. La cultura è certamente uno degli strumenti necessari per mantenere vivo un centro storico, ma da sola non è sufficiente.
Su cos’altro si potrebbe agire?
Una città rimane tale soltanto se continua a essere abitata. Per questo credo che anche il tema del social housing debba essere ripensato. Siamo abituati a immaginare l’edilizia sociale prevalentemente nelle aree periferiche, dove il costo dei terreni e degli immobili è inferiore. Al contrario, le amministrazioni dovrebbero poter recuperare anche edifici all’interno dei centri storici e destinarne una parte alla residenza sociale e accessibile. Riportare nel centro persone che oggi, per ragioni economiche, sono costrette a vivere nelle aree più esterne significa infatti riattivare un circuito virtuoso. Dove tornano gli abitanti tornano a essere necessari i servizi per gli abitanti: negozi di prossimità, scuole, attività quotidiane, luoghi d’incontro e spazi culturali. È un processo che si autoalimenta. Il riequilibrio rispetto alla turistificazione passa dunque certamente attraverso la cultura, ma anche attraverso una politica dell’abitare. Cultura e residenza devono procedere insieme: la prima restituisce significato e vita collettiva ai luoghi, la seconda garantisce che quella vita non sia soltanto temporanea, ma appartenga realmente alla città.
Il futuro del Teatro Nazionale di Firenze e la gestione a Human Company
Quali attività e quali pubblici immagina per il Teatro Nazionale nei prossimi anni?
Siamo uno studio di architettura, siamo architetti, e non abbiamo la presunzione di sapere come si gestisce un teatro, una programmazione o quali spettacoli debbano esservi rappresentati. Svolgiamo però, parallelamente al nostro mestiere, un’intensa attività di promozione culturale legata all’architettura, all’arte e al design, discipline che appartengono naturalmente al nostro mondo. Ci auguriamo quindi che il Teatro Nazionale possa tornare a essere un luogo aperto e molteplice: capace di accogliere spettacoli teatrali e musicali, ma anche incontri, dibattiti, eventi, lecture, presentazioni di libri e occasioni di confronto con architetti, artisti e personalità italiane e internazionali. La gestione del teatro non sarà affidata direttamente a noi, ma a Human Company, una realtà che possiede le competenze necessarie per occuparsi della vita quotidiana e della programmazione di un luogo di questo tipo.
Quali sono le sue aspettative?
Come Archea Associati ci siamo riservati alcuni momenti dell’anno nei quali utilizzare il teatro per le nostre attività culturali: per riunire le molte persone che lavorano nello studio, invitare architetti e artisti, organizzare conferenze, presentazioni e occasioni di dialogo. Lavorando insieme al gestore, vorremmo contribuire a farne un nuovo polo culturale della città. E vorremmo che fosse un luogo rivolto ai cittadini senza essere affatto precluso ai visitatori. Al contrario, credo che un teatro possa offrire anche al turista un modo diverso e più profondo di conoscere Firenze, facendo emergere storie della città che spesso rimangono meno visibili rispetto al suo patrimonio monumentale più celebre. Penso, per esempio, alla straordinaria storia musicale fiorentina e all’esperienza della Camerata de’ Bardi, nata proprio a Firenze alla fine del Cinquecento e fondamentale per lo sviluppo del melodramma e dell’opera. Sarebbe bello che il Teatro Nazionale tornasse a raccontare anche questa dimensione della città e a ospitare la musica in una scala più raccolta rispetto ai grandi teatri d’opera. In questo senso immagino il Teatro Nazionale come un luogo nel quale la storia non venga semplicemente ricordata, ma possa tornare a produrre cultura contemporanea.
Dopo quarant’anni di chiusura, cosa spera che un visitatore — o meglio, un cittadino — percepisca entrando oggi nel Teatro Nazionale?
Spero innanzitutto che chiunque entri nel Teatro Nazionale percepisca la cura, la passione e l’attenzione con cui è stato restaurato. Vorrei che si comprendesse che questo intervento è stato, prima di tutto, un atto di affetto collettivo: il desiderio di restituire alla città e alla sua vita culturale un luogo che le appartiene profondamente. Mi auguro inoltre che il teatro dimostri come l’architettura, intesa come arte e come disciplina, sia ancora capace di tenere insieme la vita contemporanea e la memoria. Conservare non significa rinunciare al presente, così come innovare non significa cancellare ciò che ci ha preceduto. In fondo, è un principio profondamente legato allo spirito rinascimentale di Firenze: tradizione e innovazione non sono termini contrapposti, ma due aspetti dello stesso sentire. Se entrando nel Teatro Nazionale un cittadino riuscirà a percepire contemporaneamente la profondità della sua storia e la vitalità del suo presente, credo che il nostro lavoro avrà raggiunto il suo obiettivo.

Città contemporanee e integrazione tra pubblico e privato nella visione dell’architetto Marco Casamonti
Guardando oltre Firenze, pensa che il recupero del Teatro Nazionale possa diventare un modello per altre città italiane alle prese con il difficile equilibrio tra valorizzazione culturale e pressione turistica?
Non dobbiamo avere la presunzione di pensare che ogni opera di architettura debba necessariamente diventare un modello o un manifesto. Tuttavia, credo che l’esperienza del Teatro Nazionale possa rappresentare un esempio utile, sia per il modo in cui è stato affrontato il restauro di un edificio teatrale storico, sia, soprattutto, per la scelta di non abbandonare un luogo di cultura profondamente legato alla memoria e alla vita della città. Questa esperienza dimostra anche quanto, nella gestione della città contemporanea, sia necessaria una forte integrazione tra pubblico e privato, soggetti da non considerare necessariamente portatori di interessi contrapposti: possono e devono riconoscersi in un interesse comune, che è quello di preservare la qualità urbana e i valori identitari della città. È necessario, in questo senso, anche un cambiamento culturale.
Ovvero?
Da una parte riguarda i cittadini e la loro capacità di sentirsi responsabili dei luoghi nei quali vivono; dall’altra riguarda le amministrazioni e la loro disponibilità a costruire un dialogo con i soggetti privati. Non possiamo immaginare che la tutela e la cura della città siano affidate esclusivamente all’amministrazione pubblica, anche perché una parte molto rilevante del patrimonio edilizio urbano appartiene a soggetti privati. Il punto, allora, è superare una logica oppositiva. I privati sono cittadini e coloro che amministrano la città sono, a loro volta, cittadini. È attraverso il dialogo tra queste responsabilità diverse che può nascere una consapevolezza comune: la città, indipendentemente dalla proprietà dei singoli edifici, è un patrimonio collettivo. Se il Teatro Nazionale può rappresentare un modello, mi auguro che lo sia soprattutto in questo senso: dimostrare che un luogo appartenente alla memoria della città può essere recuperato attraverso l’iniziativa privata, il confronto con le istituzioni e una responsabilità culturale condivisa, tornando infine a essere parte della vita di tutti.
Alessandra Coppa
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