Astrazione e concretezza: un’analisi tra arte e architettura  

Con questo primo intervento, prende il via sulle nostre colonne un nuovo ciclo a cura dello storico e critico dell’architettura Luigi Prestinenza Puglisi. Cinque saggi brevi a partire da altrettanti vocaboli: si comincia con “astrazione”

A partire dai primi anni del Novecento l’arte intraprende un percorso di progressiva astrazione che la conduce a rinnegare uno dei suoi principi fondativi: la mimesi. Per secoli l’opera d’arte era stata una finestra sul mondo. Il suo senso emergeva dal confronto con la realtà, dal modo in cui la interpretava, la trasfigurava, la deformava. Botticelli, Michelangelo e Caravaggio, per esempio, adottano tre modalità differenti di rapportarsi al reale: il primo lo idealizza secondo una visione platonica, il secondo lo rende plastico, corporeo, potente, il terzo lo drammatizza attraverso la luce e l’ombra. In tutti e tre i casi, però, la realtà rimane il termine di paragone imprescindibile. Senza il confronto con la quale non si capirebbe il loro discorso. 

La rivoluzione artistica del XX Secolo 

Con il Novecento il rapporto si incrina. L’opera d’arte non vuole più somigliare a nulla che non sia sé stessa. Diventa il risultato di un processo di distillazione che elimina progressivamente ogni riferimento riconoscibile al mondo fenomenico. I celebri studi di Mondrian sull’albero mostrano con chiarezza questo percorso: ciò che all’inizio è ancora leggibile come figura naturale si trasforma, passo dopo passo, in una griglia di linee sempre più ortogonali. L’obiettivo non è più rappresentare l’albero, ma coglierne l’essenza formale, che può essere lontanissima dalla sua apparenza empirica. Con Malevič questo processo raggiunge un punto estremo: il quadrato nero o bianco non rimanda più a uno spazio percepibile, ma pretende di evocare l’infinito, l’assoluto, il grado zero della rappresentazione. Kandinskij, dal canto suo, costruisce un lessico di punti, linee e superfici che diventano elementi autonomi, note di una composizione musicale ormai definitivamente sganciata dal principio mimetico.  

Ludwig Mies van der Rohe, Neue Nationalgalerie, Berlino. Photo Huân Lê
Ludwig Mies van der Rohe, Neue Nationalgalerie, Berlino. Photo Huân Lê

Architettura e astrazione 

Questo impulso astrattivo investe l’architettura. I tetti diventano piani astratti, le finestre semplici bucature, l’ornamento scompare o si riduce a pattern geometrico. Rietveld, Loos, Le Corbusier, Mies van der Rohe procedono con decisione lungo questa direzione, spingendo l’architettura verso un minimalismo sempre più radicale. L’edificio tende a perdere peso, spessore, corporeità, per avvicinarsi a una purezza matematica. Non è un caso che tutto ciò avvenga in un’epoca segnata dal trionfo delle scienze esatte. Nel 1905 Einstein formula la teoria della relatività e il mondo comincia a essere pensato come un sistema di relazioni astratte, traducibili in formule. L’eleganza diventa sinonimo di essenzialità: più una formula è concisa, più sembra avvicinarsi alla verità ultima del cosmo. È una riedizione moderna dell’ossessione parmenidea per l’uno, per l’immutabile. “Dio non gioca ai dadi”, dirà Einstein, riaffermando una visione profondamente teologica della conoscenza. 

Potenzialità e risorse dell’astrazione in architettura… 

In architettura questo atteggiamento si traduce nel minimalismo quasi religioso di Mies e nel purismo di Le Corbusier. Per Mies l’astrazione è il mezzo attraverso cui l’architettura può esprimere l’essenza del proprio tempo. Le Corbusier, invece, teorizza la casa come macchina per abitare, salvo poi ritrovare i principi di questa macchina nella perfezione geometrica del tempio greco. Il Partenone diventa così una macchina immobile, fondata su rapporti matematici eterni. C’è una buona dose di ideologia, se non di fede, nel sostenere che un’epoca dominata dal movimento e dalla trasformazione debba trovare il proprio fondamento in una forma sostanzialmente immobile. 

… ma anche i suoi limiti 

L’astrazione ha dato un impulso straordinario all’arte e all’architettura moderne, ma ne ha anche mostrato i limiti. Portata alle estreme conseguenze, conduce all’autodistruzione, o quantomeno alla scomparsa dell’opera. Se in matematica e in fisica il grado zero è una conquista, nell’arte produce spaesamento e afasia. Davanti a un quadrato bianco su fondo bianco si resta interdetti, e il passo successivo è la perdita stessa dell’oggetto artistico. Con Duchamp l’arte esce dalla cornice, diventa concettuale, ambientale, corporea. L’architettura non può spingersi fino a questo punto, ma spesso si rifugia in un concettualismo esasperato, in giochi linguistici che pochi comprendono. In certi casi – penso a Eisenman – si ha l’impressione di trovarsi di fronte a esercizi cerebrali raffinati e insieme sterili: masturbatori. 

Le Corbusier, Cappella di Notre-Dame du Haut. Photo Richard Hedrick
Le Corbusier, Cappella di Notre-Dame du Haut. Photo Richard Hedrick

Se l’astrazione trasforma la realtà in teoria 

Guardando ai maestri del Novecento, emergono due percorsi distinti. Da un lato Mies, che procede verso un laconismo sempre più estremo: opere apparentemente mute che, proprio per questo, parlano con una forza quasi tragica. Dall’altro Le Corbusier, che con lavori come Ronchamp mette in crisi l’astrattismo purista e recupera la densità del mondo sensibile. Mi piace pensare che questa svolta sia maturata durante un viaggio in nave, nel 1929, quando Le Corbusier incontrò Josephine Baker. Forse è stato il corpo della danzatrice, la sua presenza fisica e sensuale, a fargli intuire che l’astrazione conduceva a un vicolo cieco. L’astrazione, in cambio della promessa di una visione più chiara e razionale del mondo, sacrifica la materia, i colori, i fenomeni. Trasforma la realtà in un problema teorico, in una teologia dell’assenza. Il problema è come reintrodurre il corpo, con tutta la sua intensità fenomenica, nell’architettura. 

La versione italiana 

In Italia alcuni progettisti hanno affrontato questa sfida con particolare lucidità: Carlo Scarpa, Giovanni Michelucci, Luigi Moretti. Accanto a loro potremmo citare Carlo Mollino, Maurizio Sacripanti, Luigi Pellegrin, Leonardo Ricci. Ma nei primi tre il rifiuto dell’astrazione purista è più radicale e convincente. I risultati più affascinanti. Le loro opere mostrano che il presunto rigore geometrico della disciplina deve essere messo in crisi attraverso la ricchezza delle materie, delle stratificazioni, delle esperienze sensibili. In fondo, è solo restituendo all’architettura l’abbondanza dell’esistenza che possiamo sottrarla al rischio di diventare un elegante, ma sterile, esercizio di stile. 

Luigi Prestinenza Puglisi 

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Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica…

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