HZERO, il nuovo museo di Firenze con un enorme plastico di trenini

Il plastico ferroviario di 280 mq, realizzato dall’imprenditore Giuseppe di San Giuliano a partire dagli anni Settanta, è il fulcro del nuovo “HZERO. L’impresa ferroviaria in miniatura”. In apertura il prossimo 29 maggio, in un ex cinema del centro storico fiorentino, il museo è curato da Alberto Salvadori. Qui la sua intervista.

Courtesy HZERO. L’impresa ferroviaria in miniatura. Ph. Juri Ciani
Courtesy HZERO. L’impresa ferroviaria in miniatura. Ph. Juri Ciani

Anche nell’epoca dell’Alta Velocità ferroviaria, il treno continua a toccare corde emotive profondissime. Alimenta suggestioni e visioni che talvolta rendono marginale la capacità del mezzo di trasportare persone e merci da un luogo all’altro. Questa dimensione “sentimentale” del viaggio su rotaie non poteva che confluire nel nuovo progetto museale curato da Alberto Salvadori a Firenze. In apertura il 29 maggio 2022, il nascente HZERO. L’impresa ferroviaria in miniatura si insedierà a pochi passi dal Museo Novecento e dal Museo dal Museo Marino Marini, guidato fino al 2016 proprio da Salvadori. Oggi direttore della Fondazione ICA Milano, in questa intervista racconta le ragioni che lo hanno convinto ad accettare un’esperienza di curatela fuori dal suo perimetro d’azione, dopo venticinque anni all’insegna dell’arte moderna e contemporanea.

HZERO. APRE A FIRENZE IL MUSEO DEL TRENINO

Più che un museo nel senso tradizionale del termine, HZERO “è un luogo legato al sogno di una persona, il cui grande ‘progetto senza progetto’ mi ha folgorato, perché presenta una dimensione ludica, ma nello stesso tempo è sia altamente tecnologico sia caratterizzato da una forte abilità manuale”. Il sogno (quasi) diventato realtà nella cornice dell’ex cinema Ariston, a due passi da piazza Santa Maria Novella e dall’omonima stazione, è quello nato nel 1972 nella mente dell’eclettico imprenditore Giuseppe Paternò Castello di San Giuliano. È lui, insieme ad alcuni collaboratori, l’artefice dell’imponente plastico ferroviario che troverà casa nello stabile in piazza degli Ottaviani, finalmente risorto dopo anni di abbandono. A quattro anni dalla sua scomparsa, sono i figli Diego, Giulia e Maria a portare a compimento il proposito di rendere l’opera (che in 45 anni di minuziose integrazioni ha raggiunto i 280 mq, divenendo fra gli esemplari più estesi d’Europa) fruibile a un pubblico di tutte le età. Pur inserendosi in un quadrante del capoluogo toscano ad alta densità museale, il nuovo soggetto potrebbe rivelarsi particolarmente attrattivo.
Complice la diffusa passione per il treno, certo, ma anche i contenuti concepiti ad hoc che promettono di rendere l’ambiente “immersivo e sensoriale” e sanare una carenza del centro storico fiorentino. Un dato per riflettere e per tenere d’occhio il HZERO lo fornisce lo stesso Salvadori: “Prima della pandemia” osserva “il museo del plastico ferroviario di Amburgo era visitato da circa un milione e seicentomila persone all’anno. Forse arriviamo alla stessa cifra sommando gli ingressi di tutti i musei d’arte contemporanea d’Italia”.

INTERVISTA AD ALBERTO SALVADORI CURATORE HZERO

Il treno, e più in generale il tema del viaggio, affascinano ed evocano una pluralità di stati
d’animo e immagini. Come trasferire questi input in un museo in grado di rispondere alle
esigenze del pubblico contemporaneo, nel rispetto delle sfide, anche tecniche, dovute alle
dimensioni e alla fragilità del plastico esposto?

Confesso di avere di nuovo incontrato una passione di tanti “ex bambini”, come me, nati fra la fine degli Sessanta e l’inizio degli anni Settanta: quella per il ferromodellismo. I miei giochi erano il mappamondo, l’atlante geografico e, appunto, il plastico ferroviario, con cui costruivo “altri mondi”. Nel tempo, crescendo, ho inquadrato il treno per quello che è: una delle grandi rivoluzioni culturali dell’umanità; un soggetto fondamentale per il modernismo su tutti i fronti, dalla letteratura alla pittura, dal cinema alla musica; un passaggio determinante nello sviluppo della società. A partire da queste premesse, e tenendo conto delle regole del ferromodellismo che ho appreso “sul campo”, mi sono chiesto come allestire un plastico ferroviario. In HZERO fondamentale è il tema del gioco, con tutte le sue implicazioni; un modello come questo, inoltre, possiede un sistema narrativo interno, legato alla fantasia del suo creatore. Per certi aspetti è “un’opera d’arte progressiva”.

Cosa può anticiparci del percorso di visita?

I plastici ferroviari sono la perfetta congiunzione di due elementi. Innanzitutto una capacità
immaginifica, che si traduce attraverso il lavoro manuale: i modellisti sono dei veri e propri creatori, che in questo caso hanno riprodotto a mano e in scala la realtà. È un esemplare quasi tutto costruito, ovvero quasi completamente privo di componenti standardizzate: c’è una manualità esasperata! Dall’altra parte, ci sono iper-tecnologia e iper-ingegneria, con software di gestione delle linee e sistemi elettronici simili a quelli utilizzati dalle Ferrovie dello Stato. Nel percorso contribuiamo con una modalità legata all’intrattenimento, grazie alle collaborazioni con il multimedia design studio milanese Karmachina e con i musicisti di Tempo Reale, che hanno composto delle sonorità, e alle illustrazioni.

Oltre all’esposizione del plastico, cosa accadrà all’interno di HZERO?

Ci sarà un dipartimento educativo, che svilupperà iniziative sia tradizionali che specifiche, ad esempio destinate a bambini autistici. Avremo la possibilità di ospitare delle mostre e incontri sul treno, secondo una programmazione annuale, nel piccolo auditorium interno: l’edificio dell’ex cinema è stato predisposto anche in questo senso. E poi uno degli obiettivi è ricordare l’importanza del gioco, che è in grado di produrre visioni, libertà, immaginazione, effetti positivi. È importante continuare a farlo anche da adulti, quando spesso ci si dimentica dell’atto di giocare.

In chiusura, passando da Firenze a Milano: ICA ha dato poco tagliato il traguardo del primo
triennio di apertura. Un bilancio?

È positivo oltre le nostre aspettative. La città ci ha accolto molto bene, dandoci un segnale di grande complicità. ICA si è accreditato in pochissimo tempo e siede al tavolo delle istituzioni culturali milanesi. Abbiamo un pubblico affezionato, che segue tutte le nostre iniziative. E, nonostante la pandemia, la crisi e tutte le preoccupazioni attuali, abbiamo incrementato il numero di persone che ci aiutano: un aspetto da non sottovalutare, essendo un progetto no-profit. Non da ultimo, ICA piace molto agli artisti, che hanno imparato a conoscerlo e rendono possibile tutto quello che proponiamo.

– Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.