Ambiente e collettività sono la bussola che orienta i progetti del gruppo paraguaiano Mínimo Común Arquitectura. Abbiamo parlato con loro.

Dal Regno Unito alla Cina, passando per la Colombia, sono sempre più i giovani progettisti che stanno ridefinendo l’architettura come pratica collettiva. Non fa eccezione il Paraguay, dove Mínimo Común Arquitectura fa del dialogo il suo strumento di azione: “Il nostro lavoro si basa su un continuo scambio: parliamo con i clienti e con i nostri insegnanti – mastri muratori, idraulici, elettricisti; parliamo con il sito – analizzando il sole, le ombre, i materiali presenti – e con l’ambiente circostante – fornitori, venditori, trasporti. E così in un numero infinito di andirivieni ci avviciniamo a ogni progetto. Un paziente esercizio di ascolto che Solanito Benítez, Sergei Jermolieff e Verónica Villate traducono poi in soluzioni innovative, economiche e replicabili, nel rispetto dell’ambiente e dei suoi abitanti. Come nella casa María Emilia, in cui pannelli prefabbricati in situ e lasciati a vista tagliano tempi e costi di costruzione. O nelle Oficinas Nordeste, dove originali tessiture di mattoni definiscono l’impianto dell’edificio e creano inaspettati giochi di ombre e luci.

I PROGETTI DI MÍNIMO COMÚN ARQUITECTURA

Ma è negli uffici recentemente ultimati in un’area agricola a 350 chilometri da Asunción che la pratica di Mínimo Común trova piena espressione. In assenza di vie di accesso per mezzi e materiali pesanti, l’intera struttura è realizzata con mattoni in terra, fabbricati sul posto con una pressa. A schermare dal vento le aree di lavoro, una celosia di giunti in malta cementizia; a coprirle, una leggera tensostruttura in cavi d’acciaio e lamiera, la cui curvatura permette di raccogliere l’acqua piovana per raffreddare le superfici cotte dal sole. Una perfetta sintesi fra i vincoli del sito e le sue risorse che, dopo soli quattro anni di attività, porta il trio di trentenni a essere incluso fra le Best Young Practices di Archdaily e shortlisted al Moira Gemmill Prize 2021.

Mínimo Común Arquitectura, Oficinas Nordeste, Mariano Roque Alonso, Paraguay. Photo © Federico Cairoli
Mínimo Común Arquitectura, Oficinas Nordeste, Mariano Roque Alonso, Paraguay. Photo © Federico Cairoli

UN’ARCHITETTURA A IMPRONTA SOCIALE

Oggi Mínimo Común prosegue con entusiasmo le sue sperimentazioni, come racconta ad Artribune: “Stiamo per consegnare la nostra prima casa in terra battuta, tecnica finora non molto diffusa in Paraguay ma che possiede vantaggi molto interessanti. Al momento stiamo traendo conclusioni sul sistema costruttivo: la nostra pratica si basa su un costante apprendimento, per questo ci piace pensare che stiamo sempre lavorando al prossimo progetto, pur non sapendo cosa sarà!. Un costante processo di ricerca, per raggiungere un elevato impatto sociale: “Da anni il mondo affronta diverse crisi, da quella climatica a quella economica, a quella sanitaria. Il nostro settore è fra i più predatori e inquinanti, ma offre anche grandi opportunità: crediamo che ci sia una crisi dell’immaginazione, che non permette di vedere oltre il vantaggio personale. Perciò”, conclude lo studio, “continueremo a lavorare per fornire una visione alternativa, costruendo un’architettura che sia per tutti”.

Marta Atzeni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #59

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.