Giovanni Leone, architetto e profondo conoscitore della realtà indiana, racconta la vicenda piuttosto assurda che sta in questi giorni svolgendosi in India: demolire un capolavoro di Louis I. Kahn. Il problema non è tanto la demolizione in sé, ma un’idea nazionalista di cosa preservare e cosa invece buttare giù.

Una (cattiva) notizia è giunta insieme a Gesù bambino alla Vigilia di Natale, proveniente da Oriente come i Re Magi ma senza portare doni: la direzione dell’Indian Institute of Management di Ahmedabad (IIMA) comunica con una lettera all’associazione Alumni del prestigioso istituto per la formazione di manager la decisione di demolire la maggior parte dei dormitori del campus progettato da tra il 1962 e il 1974 da Louis I. Kahn, uno dei più grandi maestri dell’architettura novecentesca.
In un battibaleno la notizia fa il giro del mondo dell’arte e dell’architettura, provocando unanime indignazione e sfociando in un appello alla mobilitazione in difesa di questo capolavoro dell’architettura. Difficile sottrarvisi, nonostante si tratti dell’annuncio di una decisione presa e non di un’ipotesi: non si combatte per vincere, ma perché è giusto farlo. Nella comunità locale il dibattito è stato subito acceso, e non solo tra gli architetti. Ad amplificarlo è venuto il diluvio di mail e messaggi che si è abbattuto su Ahmedabad dal mondo intero. Si sono moltiplicati gli appelli alla direzione dell’Istituto, hanno scritto i figli di Kahn, esponenti della comunità accademica e una lettera, grazie alle nuove tecnologie, è stata sottoscritta allo stesso tempo da architetti e professori e studenti di tutto il mondo. Il nuovo anno ha portato poi la (buona) notizia d’interrompere l’iter per l’imminente demolizione, solo la sospensione della decisione e non ancora la rinuncia, ma è già un successo e potrebbe non essere il solo motivo di soddisfazione.

ARCHITETTURA E SOCIETÀ

Qualunque sia l’esito della vicenda, un risultato che si è ottenuto è stata di riflettere sull’architettura e i suoi fondamenti sociali, rendendo accessibile anche insieme a chi architetto non è una disciplina incompresa ai più. Alle basi dell’educazione e della formazione ci sono lettere e numeri, ma non s’insegna ad alzare lo sguardo e a comprendere il senso di segni e forme. L’architettura è spesso considerata disciplina indisciplinata ai limiti dell’arbitrio, trascurando che il suo fondamento è sociale e relazionale, la sua natura “bastarda”, fluttuante tra le istanze dei suoi fronti umanistico (con i suoi aspetti poetici fondati sul bello che sono estetici ma anche letterari del testo architettonico) e scientifico (del rigore di calcolo e tecnica e materiali e funzionalità) alla ricerca di equilibrio tra il bello e il buono.
I puri tecnici la considerano poco rigorosa, i letterati non ne apprezzano la poetica, gli artisti la ritengono troppo tecnica. Occasioni come questa vanno colte al volo per spiegarsi e spiegare. La decisione di demolire un’architettura non deve scandalizzare a priori, non è inconcepibile e anzi può far parte del naturale corso degli eventi. Ogni cosa ha un suo tempo, anche l’architettura, che prima o poi finisce, anche se si tratta di un capolavoro. In quel caso è doveroso interrogarsi e capire il perché di questa scelta e, quando non risulta chiaro, occorre approfondire, indagare, perché c’è sempre una ragione e quella più evidente è spesso solo apparente. Nel caso in cui non si trovi una buona ragione, non resta che combattere. Non è da escludersi che dietro alle quinte di questa decisione possano esserci le ambizioni di qualcuno che voglia acquistare evidenza, anche scandalizzando.

IL RESTAURO DELL’IIMA NEGLI ANNI SCORSI

Nella lettera del Prof. Errol D’Souza, direttore dell’IIMA, si legge che pesano sulla decisione gli impegnativi interventi di restauro a cui è necessario sottoporre gli edifici, ma specialmente si ventila un rischio per la pubblica incolumità a causa dei rischi di crollo in caso di terremoto. Queste motivazioni sono ragionevoli ma non convincono tecnici e specialisti, perché sono e resteranno generiche finché non saranno supportate da dati, rapporti, relazioni, perizie che ad oggi non sono stati resi pubblici. Le informazioni reperibili vanno infatti in direzione opposta alla decisione assunta.
Nel 2014 è stato bandito un concorso per il restauro del campus, aggiudicato dalla società Somaya & Kalappa di Mumbai, altamente qualificata, che opera nel campo del restauro fin dalla sua fondazione nel 1975. Completata la fase di analisi e rilievi (2014-15) si è proceduto a un intervento campione di recupero del dormitorio D15 (2015-17) insieme al restauro del corpo della biblioteca (2016-18) e a quello della facoltà, avviato nel 2019 e attualmente in corso. In una conferenza del 28 novembre scorso – quindi neanche un mese prima dell’annuncio dell’intenzione di demolire – l’architetto Brinda Somaya illustra i lavori di recupero in corso di realizzazione sul complesso architettonico, un intervento esemplare per il rispetto che merita un’architettura come questa e per il rigore delle analisi e delle indagini preliminari che hanno orientato il progetto di ristrutturazione documentato nella conferenza.

Nulla lascia qui presagire l’imminente decisione, i progettisti ne erano ignari, dato che Somaya racconta che, per consentire la prosecuzione dei lavori negli altri dormitori, si prevede di spostare gli studenti in edifici collocati nel campus realizzato in un’area contigua. Il campus necessitava obiettivamente d’interventi, non solo per i danni provocati dal violento terremoto del gennaio 2001, ma specialmente per i problemi derivanti da “peccati originari” come: l’utilizzo di mattoni di scarsa qualità che ha dato problemi all’intera muratura fino alle fondazioni; la sperimentazione di una soluzione per dare maggiore solidità alle murature rivelatasi estremamente dannosa, effettuata inserendo dei tondini a grande aderenza in ferro in fori verticali privi di adeguata sigillatura, il che ha provocato con l’ossidazione lo sfogliamento del mattone. Tutto ciò non è però determinante. Lo dimostrano centri storici come Venezia, una città interamente costruita in legno e mattoni, materie di cui si conoscono i difetti e il grande pregio di potersi rinnovare progressivamente per parti: anche se non è lì consentita la demolizione e ricostruzione, la città continua a offrirsi allo stupore del visitatore.

ENTRA IN SCENA BIMAL PATEL

Ci sono degli altri elementi di cui tenere conto. Tra il 2001 e il 2009 al campus si aggiunge la costruzione di un secondo campus come sua estensione, in un’area contigua, separata da una strada che viene scavalcata dal progetto per collegare le due aree.
Il progetto è redatto dall’architetto Bimal Patel, figlio d’arte e astro nascente del panorama architettonico cittadino. Insieme a questa informazione già nota, se ne apprende una dalle colonne del quotidiano Times of India del 4 gennaio 2021, in cui si legge che già un paio di anni fa è stato conferito incarico alla società di progettazione ARCOP Associates Private Ltd per la ricostruzione degli edifici di Kahn che s’intende demolire, quindi la decisione appare già consolidata ben prima della lettera di Natale. Inoltre, tale incarico è conferito sulla base di un Master Plan del 2014 redatto nuovamente dall’architetto Bimal Patel, come si vede nel sito della HCP.
Non è questa la sede per approfondire i dettagli tecnici, ma prima di procedere oltre con la decisione di demolire i dormitori dell’IIM dovrà essere valutato il rapporto costi/benefici di tutte le opzioni possibili, dal restauro alla ristrutturazione e fino alla demolizione e ricostruzione che in certi casi, come quello veneziano, aiuta a intervenire celermente senza perdersi in estenuanti dibattiti. Si troverà certamente qualcuno che possa sostenere l’inevitabilità della demolizione ma bisogna dare il diritto alla comunità locale e a quella internazionale dell’architettura e dell’arte di vagliare e confutare le tesi che verranno proposte.

Christopher Charles Benninger, CEPT, Ahmedabad. Intervento sul progetto di B. V. Doshi
Christopher Charles Benninger, CEPT, Ahmedabad. Intervento sul progetto di B. V. Doshi

ALTRI ARCHITETTI VITTIME AD AHMEDABAD

Il caso dell’IIMA non è un caso isolato ad Ahmedabad, ci sono vari precedenti e – se non si provvederà ad arginare la tendenza – ci sono seri rischi per il futuro, potrebbero risultare a rischio altri capolavori come la Villa Shodhan di Le Corbusier alla luce dell’incremento delle quotazioni fondiarie che ha fatto lievitare il valore della sua area di pertinenza. Oggi la proprietà tutela il bene di cui si prende cura con rispetto e attenzione, ma potrebbe in qualunque momento cedere alla tentazione di procedere a uno sviluppo della densità con demolizione e ricostruzione con incremento volumetria per ottenere lauti guadagni. Nessun vincolo grava infatti su quella straordinaria architettura. È inconcepibile che ancora ci siano luoghi che ospitano beni di importanza tale da travalicare i confini locali e nazionali, privi di strumenti di tutela e garanzia, il mondo della cultura e le comunità locali devono pretendere che i governi nazionali e le istituzioni internazionali adottino opportuni strumenti normativi, prima che sia troppo tardi e i danni irreversibili.
Un precedente già realizzato è il rifacimento del riverfront, la riduzione dell’alveo del fiume che attraversa la città, il Sabarmati. L’intervento era stato proposto ancora nel 1960 con l’intento di riqualificare il fiume (inquinato da scarichi fognari privi di impianti di depurazione) e le rive (in stato di abbandono e su cui si erano insediati vasti slum). Venne poi modificato a più riprese, incrementando progressivamente la volumetria delle aree edificabili, giustificata dalla necessità di finanziare l’intervento. Si è così di fatto affermata una discutibile idea di sviluppo che assume i caratteri della speculazione fondiaria, tanto da generare dal nulla nuove aree edificabili senza tenere nel dovuto conto le istanze ambientali e paesaggistiche. Il risultato è stata la trasformazione del fiume in un canale con larghezza costante di 263 metri e rive rettilinee in cemento armato. La necessità di impedire l’erosione, controllare i flussi d’acqua, allocare la rete fognaria, non giustifica la cementificazione delle rive e l’assenza di qualsivoglia intervento di naturalizzazione. La sistemazione si distingue per il suo anacronismo, avrebbe potuto essere l’occasione per realizzare un intervento di stampo ambientale ed ecologico a interessare il corso del fiume anche extraurbano, invece… Un’indicazione opposta veniva da un altro capolavoro d’avanguardia ancora di Le Corbusier, il Palazzo dei Filatori, che presentava un dispositivo bioclimatico di facciata raffinato e di grande efficacia con un frangisole grande come l’intero prospetto, a proteggere l’edificio dall’insolazione agevolando l’ingresso delle brezze raffrescate dall’acqua del fiume sul quale si affacciava, che poi attraversavano l’edificio raffrescandolo. Anche in questo caso è stato provocato un danno all’opera, che ha perso il rapporto con l’acqua, portata a distanza sottraendo uno dei fattori qualificanti. Fortemente voluta da Narendra Modi, allora Presidente dello Stato del Gujarat e oggi Primo Ministro indiano, la progettazione del riverfront viene aggiudicata nel 2005 alla HCP Design, Planning and Management Pvt. Ltd., società di progettazione che fa capo a Bimal Patel, e viene inaugurato il 15 agosto 2012, Independence Day indiano.
Altro caso controverso è stata nel 2015 la modifica della sede del CEPT, la scuola di architettura e pianificazione fondata da B. V. Doshi, che è un gigante della storia contemporanea, unanimemente riconosciuto come maestro di architettura e di vita. Avendo la fortuna di avere l’autore in buona salute e ancora in attività nella medesima città, si sarebbe dovuto almeno consultarlo prima di accostare nuovi fabbricati a quelli esistenti, modificando gli spazi che erano parte integrante e significativa dal progetto originario. Una mancanza di rispetto che si sarebbe potuta evitare. All’opera di Doshi sarebbe auspicabile riconoscere il diritto d’autore apponendo i vincoli conseguenti, com’è stato il caso del condominio Cicogna alle Zattere di Gardella, a cui viene apposto nel 1995 (con l’autore in vita) il vincolo di “protezione del diritto d’autore”.

La gigantesca statua di Vallabhbhai Patel sul fiume Narmada
La gigantesca statua di Vallabhbhai Patel sul fiume Narmada

UNA ARCHITETTURA NAZIONALISTA

In ogni epoca c’è stato un architetto disposto a tutto pur di vedere realizzata la propria visione. Nel 2015, in occasione di una mostra al Beaubourg su Le Corbusier, si apre un dibattito sul rapporto tra architetti e potere ripresa tra l’altro sulle colonne de L’Espresso. Lanciato da L’Obs e da Le Monde, nei media e tra gli intellettuali si è acceso un dibattito che tocca due nervi scoperti. Uno riguarda l’elaborazione culturale della Francia filofascista e filonazista, capitolo a tutt’oggi – spiace dirlo – minimizzato. E uno il mondo degli architetti, per il loro rapporto ambiguo con i regimi. Quello che ha spinto tanti nomi illustri del moderno a corteggiare Stati autoritari e dittature: da Le Corbusier a Piacentini, dagli Speer padre e figlio a Boris Iofan a Philip Johnson, su su fino a oggi, ai Norman Foster e ai Rem Koolhaas che fanno affari con emiri arabi, oligarchi russi, il partito-Stato cinese. Deyan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra, la chiama “disponibilità a stringere accordi di tipo faustiano” con il regime al potere, “qualunque esso sia”.
Dal 2013 Presidente e Direttore Esecutivo del CEPT, Bimal Patel è l’autore del lungofiume e si distingue per la capacità di dar forma ai sogni di Narendra Modi, a partire dal complesso per uffici pubblici intorno al palazzo dell’assemblea dello Stato del Gujarat a Gandhinagar. Le sue capacità sono confermate dalla ricezione nel 2019 del Padma Shri Award, dopo il quale sono arrivati gli incarichi per lo sviluppo del lungomare di Mumbai, il Kashi Vishwanath corridor a Varanasi, il faraonico progetto per il cuore della capitale indiana di cui diremo più avanti.
Al Primo Ministro e leader del Bharatiya Janata Party (il BJP, fondato nel 1980, è il maggior partito conservatore del Paese, fautore di una politica estera nazionalista e di difesa dell’identità induista, che ha intenzione di ridurre l’autonomia concessa a Stati di frontiera con il Pakistan come il Jammu e Kashmir) vengono contestate megalomania, ostentazione di vanità e manie di grandezza per le grandi opere di cui si fa promotore, come:

  • la costruzione del tempio Ram Mandir a Ayodhya, città sacra all’induismo, legata all’eroe rama del poema epico Ramayana dal costo di 123 milioni di euro, inaugurato il 5 agosto 2020;
  • la costruzione del Gandhi Mandir a Gandhinagar, capitale del Gujarat, con museo e centro congressi. L’edificio del “mausoleo” si presenta con la forma degli accumuli di sale ingrandito fino alla grandiosità delle piramidi egiziane;
  • la costruzione vicino alla grande diga sul fiume Narmada della statua più grande del mondo (il doppio della Statua della Libertà), dedicata a Vallabhbhai Patel, esponente conservatore di spicco dell’indipendentismo indiano prima e del Partito del Congresso poi, come Gandhi era avvocato e nativo del Gujarat, e come lui torna a vivere ad Ahmedabad dopo aver esercitato in Gran Bretagna. È denominata la Statua dell’Unione. Nel 1947 Patel fece ostruzionismo nella spartizione dei beni mobili fra India e Pakistan e questa fu una delle cause della vulnerabilità militare del Pakistan in quegli anni, posizione in parte ammorbidita in seguito all’ultimo digiuno di Gandhi nel gennaio1948.
  • il ridisegno del cuore della capitale. Il progetto per il Redevelopment of Central Vista Common Central Secretariat and Parliament di Delhi, l’asse del Central Vista e il parlamento verranno completati per il 2022, mentre il complesso del Palazzo del Governo nel 2024.

Quella in atto sembra una battaglia conservatrice e iconoclasta, che non si limita a rileggere selettivamente la Storia ma vuole correggerla in una prospettiva nazionalista, sovrascrivendo le tracce delle sistemazioni culturalmente “straniere”. Una radicale inversione di tendenza rispetto a quello seguito all’Indipendenza, che era un approccio di positiva apertura alla cultura internazionale più avanzata, senza pregiudizi di carattere geografico o culturale.

Gandhi Mandir, Gandhinagar. Photo Gianni Leone
Gandhi Mandir, Gandhinagar. Photo Gianni Leone

LIVING ARCHITECTURE

L’architettura vivente è quella vissuta, non teoria ma pratica partecipata di natura sociale, azione positiva d’innesco di un processo che ne è il prodotto. Il processo è quello della trasformazione e dell’adattamento dello spazio in funzione dell’abitare, un esercizio che riguarda la dimensione fisica e spirituale. Lo spazio che ne deriva influenza e condiziona a sua volta chi lo indossa, nel bene e nel male: può provocare ben-essere (che non è il comfort) o disagio, come quello che si prova indossando l’abito di qualcun altro, che sentiamo non appartenerci perché ci sta troppo stretto, una giacca con le maniche corte o dei pantaloni lunghi oltre misura. Ecco, l’architettura deve avere il senso della misura, non è sfoggio di abilità e virtuosismi ma umile capacità d’interpretare lo spirito del tempo, dei luoghi e dell’abitante che deve vestire l’abito. In questo senso l’architettura è un taglio sartoriale cucito su misura addosso al corpo sociale, e deve calzare come una pelle che cambia che cambia insieme a noi. Raggiungere l’obiettivo una volta per tutte è impossibile, s’intende e si tende a far coincidere l’abito e il monaco con l’approssimazione caratteristica dell’intenzione e della tensione. Il risultato? L’habitat, teatro delle interazioni tra forme viventi, complesso e contraddittorio come il mistero della vita. Lo spazio che ci circonda è lo specchio della comunità che lo abita, un testo significativo che noi tutti scriviamo e riscriviamo quotidianamente aggiungendo espressioni felici o infelici, urlate o appena sussurrate tra le righe di pagine dense di errori, cancellature, pagine strappate. Anche senza insegnare a leggerlo, s’impara a conoscerlo e ad apprezzarlo, natural-mente.
È questo il caso. La decisione di intervenire al CEPT ha provocato nel 2015 corpose proteste da parte degli studenti di oggi e degli allievi di ieri, numerosi al punto da rappresentare diverse generazioni. Diverso è il caso dell’Indian Institute of Management. In entrambi i casi, chi ha preso posizione e ha chiesto di essere ascoltato sono stati gli utenti, la comunità di professori, studenti e ricercatori, raccolti nell’associazione Alumni, ma nel secondo caso si tratta di specialisti dell’economia e non dell’architettura. Al di là dell’esito della vicenda, sarà fonte di soddisfazione per Doshi, che oltre all’IIMA ha progettato l’IIMB, con sede a Bangalore. In entrambi i campus la natura s’insinua fin quasi dentro le aule, intenzionalmente, per far presente a chi dovrà occuparsi di economia che la matematica ha i tratti del divino e non solo quelli del profitto.
Così era anche al CEPT, con la modulazione ondulata del suolo fuori dal corpo delle aule dove gli studenti potevano sdraiarsi, facendo esperienza di uno spazio di complicità tra natura e artificio. Oggi è stata sostituita da una sistemazione estetica con un progetto dell’architetto Christopher Charles Benninger, che ha rimosso la componente etica di spazi poetici di servizio alla formazione degli architetti ridotti a meri spazi funzionali.
Le mobilitazioni confermano che il messaggio di quelle architetture è arrivato a destinazione, la consapevolezza che sopra-tutto la Natura è stata involontariamente metabolizzata, bīja il seme è a dimora e la fertilità dei suoi frutti contrasterà l’aridità dell’ignoranza. L’interrogazione e il dubbio sono il sale del sapere e dei processi educativi, che non sono esclusiva di accademici o uomini di potere, il sapere non risiede in un’aula ma scorre nell’esempio, la più alta forma d’insegnamento. Grazie dunque a queste comunità per essersi fatte coscienza critica. Speriamo si riesca a scongiurare il rischio di una dissennata demolizione, in ogni caso quella in atto è una battaglia culturale che val la pena di combattere per costruire ponti non muri.

– Giovanni Leone

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AutoreLouis Kahn
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Giovanni Leone
Giovanni Leone (Catania, 1961) è architetto minore di architetture maggiorate. Progettista e Direttore di Lavori, si occupa di sistemazione d’interni, nuova edificazione, restauro, ristrutturazione, architettura bioclimatica, urbanistica, sicurezza del lavoro e antincendio. Strumento dell’attività professionale è la società di servizi “Spazio Sud S.r.l.” mentre veicolo d’umanità è la “Spazio Sud o.n.l.u.s.”. Uomo del sud, esigente, rompiballe, critico e ipercritico, figlio e padre, dilettante di enogastronomia, studioso d’arte e di pensiero, lettore e utente, viandante dei sentieri dello spirito, cittadino del mondo ma siciliano di Venezia e Mestre.