TA.R.I-Architects, sinergie giovani per uscire dall’impasse

Marco Tanzilli e Claudia Ricciardi sono due giovani architetti che stanno mietendo successi internazionali: dalla Corea del Sud alla Russia fino alla Cina. Unici italiani a ricevere quest’anno il premio “Europe 40 under 40”, raccontano il loro impegno per riaccendere il dibattito sull’architettura. Anche nella Capitale.

Da Seul a Venezia, dalla Russia alla Cina, nei concorsi ai quali partecipano Marco Tanzilli e Claudia Ricciardi, rispettivamente classe 1989 e 1991, pongono sempre l’esperienza dello spazio collettivo come chiave di lettura dei loro progetti. Cofondatori del 2017 dello studio TA.R.I-Architects, con sede a Roma, in questa intervista introducono un’iniziativa alla quale stanno lavorando, dedicata proprio alla Capitale e ai suoi luoghi “intoccabili”.

Decidere di aprire uno studio di architettura così giovani è indubbiamente una scelta coraggiosa: come ci siete arrivati?
Marco Tanzilli: Dopo un’esperienza a Boston, nella quale abbiamo avviato alcune collaborazioni molto significative, ci siamo resi conto di voler tornare in Italia dove abbiamo cominciato a lavorare da Nemesi: in quel periodo lo studio aveva appena costruito il Padiglione Italia all’Expo di Milano, le commesse era tante ed è stata un’importante palestra per la nostra crescita professionale. Ma al contempo sentivamo l’esigenza di portare avanti qualcosa di nostro e nei, seppur rari, momenti liberi ci dedicavano a concorsi e ricerca. In particolare un progetto a Seul per uno spazio culturale comunitario è stato la chiave di volta: siamo arrivati secondi, ma quello che più ci ha dato soddisfazione è che il nostro lavoro e le nostre idee erano stati apprezzati. Questo ci ha convinto a lanciarci sull’idea di aprire uno studio tutto nostro, abbandonando le poche certezze, soprattutto economiche, che avevamo.

Molti dei vostri progetti indagano lo spazio pubblico, lo esaltano e lo trasformano nella struttura portante dell’intera composizione, senza però farlo degenerare in un vuoto a perdere.
Marco Tanzilli: Abbiamo notato che l’architettura degli ultimi anni tende molto a spettacolarizzare lo spazio, ma quello che stiamo cercando di fare noi è di riportare il tutto a una dimensione più umana. L’attenzione dello spazio pubblico come luogo nel quale la gente possa incontrarsi, socializzare e vivere è un concetto storicamente e tipicamente italiano che si manifesta nella “piazza”. Ed è ciò che viene sempre apprezzato all’estero nei nostri progetti: è un aspetto che si sta dimenticando ma per noi rimane un’esigenza molto contemporanea.
Claudia Ricciardi: Purtroppo c’è da fare anche un distinguo tra ciò che succede in Italia e ciò che avviene altrove. Da noi è difficile metabolizzare un concetto che all’estero, in molti casi, è già assimilato, cioè che lo spazio pubblico è uno spazio collettivo del quale tutti si devono prendere cura.

TARI Architects © Tanzilli & Ricciardi
TARI Architects © Tanzilli & Ricciardi

Ma alla luce dell’emergenza che stiamo vivendo, come pensate possano cambiare le dinamiche con le quali si progetta e si vive lo spazio pubblico?
Claudia Ricciardi: In questo periodo stiamo lavorando su diversi progetti, ma è un po’ difficile tirare già le somme per riuscire a immaginare come il nostro modo di progettare possa essere influenzato da quello che sta succedendo. Ne stiamo parlando tanto, ma non abbiamo ancora un orizzonte chiaro, perché tutta la situazione è ancora in divenire. Sicuramente ci saranno nuovi protocolli da seguire, ma dal punto di vista strategico spero ci sia una ritrovata consapevolezza sull’importanza di progettare le nostre città.

In che senso?
Claudia Ricciardi: A prescindere da questa emergenza, negli ultimi anni abbiamo un po’ perso l’idea di un’azione sistemica sulle città, che non si esaurisca nel singolo oggetto architettonico. Immaginare il futuro vuol dire agire programmaticamente su un territorio avendo in mente una prefigurazione a lungo termine. Immaginare il dopo è il nostro ruolo da architetti e questo ruolo non ci viene più riconosciuto. Pensiamo ad esempio a questo periodo e a come sia cambiato il modo in cui viviamo le nostre case. Abbiamo riscoperto un confine chiuso che è quello domestico, quel confine è diventato concreto più che mai, e abbiamo vissuto le nostre case in una maniera, mi verrebbe da dire, “intensiva”. Sono cambiati i rituali domestici e la convivenza ha dovuto cercare nuovi equilibri, ma la voglia viscerale di evadere ha trovato nuovi sbocchi: c’è stato quasi un passaggio di densità, la piazza fisica si è svuotata e ci siamo riversati su quella virtuale. Questa mi sembra una bella novità dalla quale ripartire: il digitale ci ha aiutato a continuare a vivere e sentirci vicini.

Potrà essere una delle “eredità” della pandemia?
Claudia Ricciardi: Uno dei lasciti di questa emergenza sarà la consapevolezza delle potenzialità del digitale che smetterà, almeno mi auguro, di essere un’appendice ma diverrà strumento attivo. C’è stata una presa di consapevolezza che è avvenuta in maniera intergenerazionale, mettendo finalmente tutti di fronte a questa opportunità. Ma quando ritorneremo nella piazza fisica, ci accorgeremo che qualcosa anche lì dovrà cambiare.

TARI Architects © Bandirma park 3rd Prize, Bandirma
TARI Architects © Bandirma park 3rd Prize, Bandirma

Proprio allo spazio pubblico, in particolare a quello della Capitale, state dedicando un progetto. Cosa potete anticiparci?
Marco Tanzilli: In questo periodo avremmo dovuto inaugurare una mostra su Roma: abbiamo chiamato dodici giovani studi italiani e internazionali ai quali abbiamo chiesto di immaginare, in chiave futuristica, dodici luoghi “intoccabili” di Roma come Piazza del Popolo, Piazza Navona o il Pantheon. Questo per riavvicinare la gente al dibattito sulla città come bene comune: Roma nei secoli si è sempre rigenerata architettonicamente e si è riconfigurata su nuovi assetti ‒ pensiamo a come lo stadio di Domiziano sia diventato Piazza Navona ‒, ma a un certo punto della storia si è deciso che l’unica strada percorribile era il conservare lo stato di fatto. Con questa mostra vogliamo, provocatoriamente, rimettere in ballo il dibattito. Ma, in attesa dell’inaugurazione che avverrà nel prossimo autunno, vorremmo accendere la discussione e mettere a confronto personalità lontane dal mondo dell’architettura con chi ne fa la propria professione [il ciclo di conversazioni Visioni Romane, al quale prenderanno parte progettisti e figure pubbliche legate, in modi diversi, alla città di Roma, sarà prossimamente disponibile in anteprima sul canale YouTube Artribune TV, N.d.R.]. Il vero problema di Roma è quel senso di quieta accettazione che le cose non possano cambiare: parlarne ci sembra già un grande passo in avanti per uscire da questo immobilismo.

Siete tra le poche promesse italiane che riescono a imporsi a livello internazionale. Ma cosa vuol dire essere giovani architetti in Italia?
Marco Tanzilli: Ritengo che in Italia ci sia un sottobosco in fermento fatto di giovani realtà molto interessanti nonostante permanga l’immobilismo di cui parlavamo prima; ci sono sempre troppe poche opportunità. In questa nazione se sei giovane non sei visto come una risorsa sulla quale investire. Nel nostro piccolo cerchiamo però di creare collaborazioni con altri giovani, non solo italiani come nella mostra su Roma, perché riconosciamo nel loro lavoro un contributo importante alla discussione. Spero che questa condizione con il tempo riesca a cambiare, forse c’è bisogno di un ricambio generazionale. Un esempio che porto spesso è quella della figura del cuoco, un mestiere fortemente rivalutato negli ultimi anni è che è stato protagonista di un cambio di paradigma; lo stesso che auspico possa succedere anche per la figura dell’architetto. Oggi l’architetto sembra non rivestire alcun ruolo importante nella società, ma bisogna riportare al centro del discorso, anche politico, l’importanza del progettare le città che abitiamo, del comprenderne le dinamiche spaziali e del migliorarne la qualità.
Claudia Ricciardi: Credo che la compagine dei nuovi architetti sia pienamente consapevole del ruolo che possa rivestire nella società. La condivisione e la sinergia che riusciamo a creare con altri giovani è proprio quello strumento in più che speriamo possa generare anche un dibattito su Roma. Quello che mi auguro, in generale per tutti, è di superare quest’impasse, che non riguarda solo noi architetti: la speranza vera è che questo cambi, quanto prima!

Marco De Donno & Derin Canturk

www.tari-architects.com

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Marco De Donno & Derin Canturk
Marco De Donno e Derin Canturk sono due giovani professionisti con base a Milano, ma originari rispettivamente di Gallipoli e Istanbul. Entrambi studiano Architettura al Politecnico di Milano, ma ben presto seguono carriere diverse, sempre in continuo scambio tra loro: Marco comincia a lavorare nel mondo della comunicazione collaborando con Triennale Milano, Giancarlo De Carlo Associati e Mario Cucinella Architects; Derin lavora come freelance designer realizzando allestimenti e arredi artigianali, e scrivendo reportage per alcune riviste turche. Entrambi condividono la passione per il Mediterraneo e la cultura multiforme dei popoli che lo abitano.