Architettura contemporanea in Alto Adige. Parola a Carlo Calderan

Si è da poco svolta la IX edizione del Premio di Architettura in Alto Adige. In questa intervista, il presidente della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano analizza il contesto altoatesino, la sua “vocazione” per l’architettura di qualità, lo strumento dei concorsi e il ruolo della committenza privata.

Pedevilla Architekts, Hotel Bad Schörgau © Gustav Willeit. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano
Pedevilla Architekts, Hotel Bad Schörgau © Gustav Willeit. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano

Il Premio di Architettura in Alto Adige, dedicato alle architetture costruite nella provincia di Bolzano, è arrivato alla sua nona edizione. Quest’anno il progetto vincitore è stato la casa privata di Rio Molino realizzata dallo studio Pedevilla, scelto fra trecento candidature dalla giuria composta da Pia Durisch, Durisch + Nolli Architetti, Gianmatteo Romegialli, actromegialli, Daniel A. Walser, ETH Zurigo. Attivo dal 2000 con edizioni biennali, il premio rappresenta un interessante strumento non solo per stimolare la crescita di un territorio ma anche per avere un termometro di riferimento sullo stato dell’arte dell’architettura nella provincia altoatesina, dopo quasi vent’anni di monitoraggio. Ancora oggi parlare di architettura in Alto Adige è sinonimo di buona qualità, edilizia, costruttiva, di materiali, di rapporto con l’ambiente e con il territorio, di committenze pubbliche e private evolute e sensibili ai temi a noi cari. Ne abbiamo parlato con l’architetto Carlo Calderan, presidente della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano, promotrice del premio

L’INTERVISTA

Stavolta state più di trecento le candidature al premio: un’occasione di monitoraggio dell’architettura altoatesina considerevole. Com’è cambiato il territorio e, in relazione a ciò, anche l’architettura in questi anni?
Prima di affrontare queste considerazioni, bisognerebbe fare una premessa. Il Premio in Alto Adige è sempre stato, come è ovvio, lo specchio dei giurati, che sono cambiati in tutte le edizioni. Abbiamo potuto constatare che quando i membri della giuria arrivano nella nostra provincia hanno spesso già un’idea di come dovrebbe essere l’Alto Adige, in particolare se non provengono da un ambito alpino.

Come sono viste le Alpi da chi non le vive nella quotidianità?
Le Alpi sono viste, anche presso il pubblico bene informato, come un luogo di cui le tradizioni del costruire e il paesaggio sono da preservare, e difficilmente si comprende come questi luoghi, entrando nella modernità, hanno, inevitabilmente, già alterato la struttura di quello stesso paesaggio. Il nostro territorio è in forte crescita demografica, in modo diffuso in tutti i comuni della provincia e in controtendenza rispetto al resto del Paese. È chiaro che questo è un tema con cui l’architettura altoatesina si confronta. Inoltre, per evitare l’abbandono della montagna, è necessario che essa produca un reddito per i suoi abitanti, e questo non può arrivare solo dall’agricoltura. La nostra montagna, infatti, è il luogo in cui s’insedia un’importante industria, il turismo, che le permette di vivere ed essere attiva e rappresenta un motore di sviluppo per tutti gli altri settori economici. La visione idilliaca di perfezione alpina che tutti hanno guardando verso le nostre latitudini è una visione edulcorata delle Alpi, soprattutto qui, dove funzionano economicamente e sono trasformate da questa economia florida. Chi arriva in Alto Adige dovrebbe comprendere meglio quest’aspetto. Invece talvolta i giurati sono molto severi nel giudicare da un lato le grandi opportunità che questa terra offre e dall’altra i risultati del nostro lavoro. Anche se non è il caso di quest’anno.

feld72 Architekten, Kindergarten Niederolang, Asilo a Valdaora di Sotto. Photo © Hertha Hurnaus. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano
feld72 Architekten, Kindergarten Niederolang, Asilo a Valdaora di Sotto. Photo © Hertha Hurnaus. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano

In che modo il turismo ha a che fare con il vostro lavoro?
Se un architetto lavora con il turismo sa già che scendere a patti è anche una condizione necessaria per operare. Significa confrontarsi in modo diretto con le richieste di clienti esigenti, con un paesaggio e un territorio altrettanto esigente, in cui bisogna integrare ogni aspetto nella propria progettazione. Va notato che le giurie nel corso del tempo hanno, quasi sempre, scelto progetti di piccole dimensioni, preferendo spesso una casa privata al grande edificio pubblico o privato che sia. Vista dalla nostra parte, questa scelta ci spinge a fermarci e a ragionare sul nostro lavoro, ma ci sentiamo anche non compresi del tutto: quando devi costruire un albergo con cento stanze e riesci a farlo con della buona architettura è una grande soddisfazione, perché le condizioni da cui parti, il confronto con il cliente, il contesto ambientale, le attese dei turisti sono tutt’altro che semplici.

Che tipologia di edifici avete premiato nel corso del tempo? Più realizzazioni pubbliche o private?
In genere mi pare siano stati più premiati gli interventi privati, forse perché più radicali. Da tanti anni la Provincia di Bolzano ha deciso di perseguire la strada dei concorsi per la realizzazione degli edifici pubblici, e penso sia una scelta meritevole. Di certo è uno strumento che ha elevato di molto la qualità diffusa dell’architettura. Tuttavia, i programmi funzionali sono molto stringenti, le condizioni economiche a volte anche, e ciò limita, anche giustamente forse, la scelta di soluzioni maggiormente sperimentali, che impiegano più tempo ad affermarsi. La procedura è democratica, forse evita dei picchi di eccezionalità, però è un potente motore di miglioramento non estemporaneo per la nostra categoria.

E a livello di partecipanti?
Nel corso degli anni si nota una sorta di costanza nella presenza di alcuni studi professionali, che partecipano con continuità; tuttavia ci sono anche diversi studi importanti della scena architettonica altoatesina che non lo fanno. È un peccato perché riduce la capacità del premio di produrre un quadro completo dello stato dell’arte dell’architettura in Alto Adige. Il premio rimane, invece, anche un modo per far emergere nuove personalità. Negli ultimi concorsi pubblici sono diversi gli studi di giovani architetti di altre provincie italiane che hanno vinto. Da architetto sudtirolese un po’ mi preoccupo per la concorrenza, ma a parte la battuta è un fenomeno di rilievo. In realtà è bello pensare che le opere prime di alcuni tra i più interessanti architetti della nuova generazione saranno costruite in Alto Adige, anche se ciò dice molto sullo stato dell’architettura nelle altre province italiane e sulle opportunità che esse offrono.

Premio Architettura Alto Adige 2019 – Pedevilla Architects e Stanislao Fierro. Photo Jacopo Salvi. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano
Premio Architettura Alto Adige 2019 – Pedevilla Architects e Stanislao Fierro. Photo Jacopo Salvi. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano

In effetti, vista da fuori, l’architettura in Alto Adige mostra una certa uniformità che forse emerge perché, come dicevi tu, nel concorso non è premiata una grande sperimentazione.
Bisogna specificare che nei concorsi pubblici non c’è molta sperimentazione a livello formale, ma ce n’è moltissima nella definizione funzionale degli spazi. Per questo li ritengo uno strumento insostituibile. Quando si fa un concorso in cui ci si deve confrontare con un programma edilizio predisposto chiaro, e in Alto Adige sono abbastanza innovativi nelle richieste (penso alle scuole per esempio), c’è sempre una grande ricerca e ricchezza di soluzioni. È vero, spesso il frutto di un concorso ha una sua inerzia, tende a favorire una media, ma questa contiene al suo interno molti elementi innovativi, che più che nei rendering sono leggibili in pianta.

Da una parte, la montagna in Alto Adige è molto cambiata negli ultimi vent’anni: ha un aspetto meno vernacolare e meno finto-tradizionale. Dall’altra, è chiaro che il privato, che investe su una nuova costruzione, ha anche grandi capacità economiche perché la macchina del turismo qui funziona molto bene. Qual è il ruolo del privato? Persone più “educate” alla cultura architettonica contemporanea?
Forse nel corso degli anni tanti fattori hanno contribuito a migliorare il gusto dei privati, perché è vero che gli incarichi sono cambiati. Sui media e sui giornali c’è stata grande diffusione dei temi dedicati alla casa che mostrano un modo di abitare diverso – penso soprattutto all’ultimo periodo degli Anni Novanta – e molto convincente in termini di comfort, soprattutto. Il tutto è partito in modo spontaneo, direi. Noi, da parte nostra come Fondazione, abbiamo iniziato a mostrare e a far vedere l’architettura attraverso la rivista Turrisbabel ma anche attraverso le visite, in modo che si potesse costruire anche un nuovo immaginario di riferimento. Se si trasmette la qualità domestica alta che si può ottenere anche con investimenti minimi, si può generare una nuova domanda.

Comunicare la buona architettura attraverso tutti i canali che abbiamo a disposizione, anche quelli più popolari, è un aspetto fondamentale per chi si occupa di diffondere la cultura dell’architettura di qualità.
Certo. Infatti, questo ha portato a un aumento generalizzato della qualità architettonica. Inoltre, molti committenti erano legati ai diversi settori delle attività produttive locali, dalle falegnamerie all’artigianato alle aziende vinicole, che, per loro natura e in modo spontaneo, si sono legate al mondo della buona architettura. Tutto questo ha concorso ad aumentare i testimoni della buona architettura. Quindi oggi i privati che possono permettersi di costruire lo fanno andando alla ricerca di una buona architettura contemporanea di qualità. Infatti anche loro spesso utilizzano lo strumento del concorso. Alcuni anni fa abbiamo fatto anche un numero di Turrisbabel dedicato ai concorsi banditi da privati.

Pedevilla Architekts, Casa al Rio Molino. Photo Perbellini. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano
Pedevilla Architekts, Casa al Rio Molino. Photo Perbellini. Courtesy Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano

Emerge un’identità territoriale molto forte. Tornando al privato, qui sembra sentire una sorta di responsabilità propria nell’intervenire sul territorio come “patrimonio comune”, come l’ha definito Alberto Winterle nella sua introduzione al premio.
Facile amare l’Alto Adige, ma penso sia amato veramente, al di là della questione dell’appartenenza linguistica. Perché se da una parte l’identità sudtirolese ha il legame di proprietà con la terra, gli altoatesini vivono la montagna, la usano e la conoscono benissimo, sentendosene parte attiva. Questo ha prodotto, soprattutto nel corso degli ultimi quindici anni, abitanti consapevoli e attenti a ciò che è costruito, condizionando molto la qualità dell’architettura contemporanea. Oggi confrontarsi con le inerzie di certi ambienti, e l’opposizione di chi vuole difendere alcuni elementi formali anche a costo di fraintendere la tradizione (perché alcuni sono solo importati), abitua l’architetto a usare argomenti validi e seri per smascherare queste contraddizioni o per tenerle in considerazione. Perciò i lavori di quest’anno sono tutti progetti abbastanza educati, non rompono gli schemi, trovano più interessante ricercare lo stupore partendo da qualcosa che è anche tradizionale, o lavorando molto sullo spazio interno, o su spazi che lentamente si disvelano, mantengono un forte legame con il contesto che non vuol dire imitarlo, ma usarlo! È questa la parte bella dell’architettura altoatesina, che concepisce il nuovo come continuazione e non come rovina della tradizione. In questo, che è un processo di crescita e cambiamento, l’architettura è un elemento importante anche da un punto di vista sociale, perché aiuta a far capire che il mondo evolve ma lo fa in meglio, senza alcuna cesura tra vecchio e nuovo.

Simona Galateo

https://fondazione.arch.bz.it/it/

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Simona Galateo
Architetto e curatore, ha studiato alla Facoltà di Architettura di Ferrara, Urban Studies alla Brighton University con una borsa di studio post-laurea e ha ottenuto un Master di II livello in Strategic and Urban Design al Politecnico di Milano. Prosegue le sue ricerche sulla città nel programma di PhD del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Ha curato numerose mostre e scritto diversi libri di architettura contemporanea.

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