L’energia dell’architettura. Intervista a Benedetta Tagliabue

Terza protagonista del ciclo espositivo “Paradigma ‒ Il tavolo dell’architetto”, la progettista italiana si racconta ad Artribune. Regalandoci diverse anticipazioni sui work in progress in Italia.

È la prima persona plurale, la più usata da Benedetta Tagliabue mentre ricostruisce i retroscena legati ai circa cinquanta progetti sviluppati per l’Italia esposti al Museo Novecento di Firenze, in occasione della monografica visitabile fino al 13 dicembre prossimo. Ascoltandola, sembra passare in secondo piano il fatto che la maggior parte di loro sia rimasta aggrappata a fogli di carta, senza aver conquistato quella forma compiuta che pure gli sarebbe stata propria. “Ciascuno di essi ci ha condotti verso altro, in un processo di continua trasformazione”, afferma Tagliabue, accompagnando le parole e i gesti a uno dei suoi inconfondibili sorrisi.
Dopo la prematura scomparsa del marito e socio Enric Miralles, avvenuta nel luglio 2000, la progettista di origini lombarde dirige lo studio fondato insieme, conservandone la “storica” denominazione: “Sono le iniziali dei nostri nomi”, ricorda. Tra le relatrici del seminario Architettura in legno: creatività, tecnologia e innovazione ‒ promosso dall’ American Hardwood Export Council (AHEC, l’Associazione dei Produttori di legno di latifoglia americana) e in programma il 13 novembre alla Casa dell’Architettura a Roma – Tagliabue è la terza progettista, in ordine di tempo, a ricevere da Laura Andreini e Sergio Risaliti l’invito a esporre nel museo di piazza Santa Maria Novella. Prima di lei, Mario Cucinella e Gianluca Peluffo, scelti per avviare un ciclo espositivo che riflette una delle volontà del direttore in carica da alcuni mesi: “L’architettura è il tema portante del nuovo corso del museo. Non potrebbe essere altrimenti in un luogo che già è un esempio straordinario di architettura rinascimentale, affacciato su una piazza contraddistinta dalla bellezza dell’intervento di Leon Battista Alberti”, sottolinea Risaliti.

Santa Caterina Market, Barcellona, Spagna. 2005. Photo Roland Halbe. Courtesy studio EMBT

Santa Caterina Market, Barcellona, Spagna. 2005. Photo Roland Halbe. Courtesy studio EMBT

IL TAVOLO DELL’ARCHITETTO SECONDO EMBT

Il tema è bellissimo, mi sono appassionata. Il tavolo dell’architetto permette di far capire come funziona l’atelier di un architetto, come si lavora, come si disegna. Perché il tavolo, ancora oggi, resta fondamentale. Noi abbiamo portato quello del nostro studio di Barcellona e la lampada collocata sopra”.
Disposte nell’ala destra del loggiato, al piano terra del museo, e affiancate dalla “costellazione dei progetti italiani di EMBT”, queste due opere di design non sono oggetti qualsiasi. InesTable, datato 1993, è stato disegnato dallo stesso Miralles. Per Tagliabue è “il pezzo che meglio rappresentava la sua anima. Forse perché era concepito per assumere varie forme e posizioni…”. Un arredo versatile, adattabile, in grado di accogliere cene e riunioni, ma segretamente capace anche di contenere, attraverso alcuni cassetti. È invece frutto delle ricerche condotte sulle cupole di Buckminster Fuller il lampadario Dome (2015), nel quale si rintraccia il vigore dei modelli lignei che sarebbero dovuti diventare padiglioni abitabili, in occasione di Expo Milano 2015, e riecheggia il nomignolo del figlio minore della coppia. Due elementi, dunque, che annullando le distanze geografiche offrono una “rappresentazione del mondo di Miralles Tabliabue, un mondo catalano, ma anche italiano”.
Con il suo Paese, Tagliabue rivela un rapporto ambivalente: “Quanto ho progettato per l’Italia! E quanto poco ho costruito…”, commenta, presentando i progetti in mostra a Firenze. La sua patria la paragona a “una mamma non particolarmente facile, ma con così tanto carattere che è difficile non portarla dentro tutta la vita”. Tuttavia, nonostante le alterne vicende di molti concorsi italiani ai quali EMBT ha partecipato – a Rimini, Prato, Milano, nella stessa Firenze –, due importanti percorsi progettuali sono al punto di svolta: lo studio partecipa al processo di rigenerazione intrapreso negli anni scorsi dalla città di Napoli con una delle stazioni della nuova metropolitana; a Ferrara sta costruendo la Chiesa di San Giacomo.

Paradigma. Il tavolo dell’architetto. Benedetta Tagliabue. Museo Novecento, Firenze 2018. Courtesy Museo Novecento, Firenze

Paradigma. Il tavolo dell’architetto. Benedetta Tagliabue. Museo Novecento, Firenze 2018. Courtesy Museo Novecento, Firenze

L’INTERVISTA

È stata invitata da Yvonne Farrell e Shelley McNamara a esporre alla 16. Mostra Internazionale di Architettura. In merito alla sua partecipazione, si è espressa in termini di “ritorno a casa”, perché è proprio a Venezia che si è formata. Come giudica la curatala del duo irlandese?
Ho studiato a Venezia, mi sono trovata benissimo in città e vivendo lì ho sentito crescere dentro di me la passione per l’architettura. Partecipare alla Biennale di Architettura è stata l’occasione per incontrarmi di nuovo con Venezia. Sono dell’idea che le curatrici abbiano agito nel modo corretto e, del resto, questioni più urgenti, legate al fare architettura come “aiuto concreto” per l’uomo, erano state affrontate dalla precedente Biennale. Credo che abbiamo fatto bene a osare, restando coerenti alla loro maniera di essere. Sono irlandesi, hanno una cultura – anche letteraria – incredibile. Possiedono una vastità di conoscenze e una lucidità di pensiero non comuni. Hanno scelto un tema non facile, che concede possibilità molto ampie di essere interpretato. Scegliendo Freespace volevano esattamente questo: permettere a ciascuno di noi di riflettere alla propria maniera. E hanno veramente generato un Freespace! Sono stata a Venezia anche proprio poco prima di venire qui, a Firenze: continuo a pensare allo splendido lavoro di pulizia compiuto nei padiglioni. Hanno liberato lo spazio di tutte le “schifezze” che durante gli anni erano state inserite, hanno rivelato le qualità dello spazio: le stanze “respirano”! Hanno perfino scoperto una finestra di Scarpa che io non avevo mai visto, perché era sempre rimasta coperta.

A proposito di allestimento, di recente, con il suo studio ha lavorato a Roma, al Complesso del Vittoriano e a Palazzo Venezia, in occasione della mostra Voglia d’Italia. Cosa ci racconta di quell’esperienza?
Un tema meraviglioso: abbiamo potuto lavorare sull’innamoramento che provocava l’Italia, soprattutto quella di fine Ottocento, sugli stranieri e sui collezionisti, che erano a tal punto rapiti dalla bellezza dell’antichità, di Roma e del resto del Paese da lasciare, molte volte, le loro raccolte proprio qui. Si è trattato di raccontare una storia in parte complessa e di mettere finalmente in luce una collezione regalata all’Italia tanti anni fa, conservata nei depositi di Palazzo Venezia.

Nel 2014 EMBT insieme a Enzo Cucchi, ha vinto il concorso indetto dalla CEI per la Chiesa di San Giacomo, a Ferrara. Come sarà? Come è stato lavorare con Cucchi?
Sarà la nostra prima chiesa. Confesso che mi sembra di aver vinto quel concorso, non so… dieci anni fa! Il processo è stato molto lento. Una chiesa nuova è un tema complicato, sia dal punto di vista simbolico, che come investimento. Abbiamo pensato di partecipare al concorso con Cucchi, che aveva già fatto una chiesa – molto poetica – con Botta ed è andata bene! La costruzione è finalmente iniziata e sono molto contenta. Così come il tempio buddhista di Tenerife, un luogo in cui varie comunità possono incontrarsi, anche a Ferrara abbiamo usato il legno. Tutto l’intervento è stato progettato per accogliere le persone, anche i percorsi esterni sono un invito all’apertura, all’accoglienza.

Naples Underground Central Station, Napoli, Italia. In costruzione. . Courtesy studio EMBT

Naples Underground Central Station, Napoli, Italia. In costruzione. Courtesy studio EMBT

Anche nel caso della stazione per il Centro Direzionale di Napoli c’è stato qualche timore sul processo di realizzazione, ma ora le difficoltà sembra accantonate…
Il nuovo sistema infrastrutturale di Napoli era un progetto molto ambizioso, con importanti ricadute in tutta la città: la nostra stazione è in progress, molte stanno finendo, altre sono alle prese con alcune lentezze. Ricordiamo che sono stati portati alla luce dei resti archeologici rilevanti, direi impressionanti. Fuksas ha trovato un tempio intero! È complicato riadattare il progetto che avevi messo a punto all’inizio, quando avvengono scoperte così. Eppure, la cosa bellissima di Napoli è proprio questo processo di integrazione dell’architettura di qualità con l’arte e l’archeologia. Non a caso sarà la linea delle “tre A”: architettura, arte, archeologia. Nella mia stazione è previsto l’intervento di un urban artist, ma non posso svelare altro, per ora!

A proposito di rigenerazione, proprio in Italia, è stata tra le voci coinvolte nell’operazione Scali Milano.
Abbiamo sviluppato delle visioni, ma l’aspetto davvero importante di quella esperienza è stato il suo carattere “sociale”, per così dire. Il messaggio che siamo riusciti a veicolare è che gli architetti possono davvero aiutare a sbloccare una situazione complessa, anche conflittuale, e dare un aiuto vero nell’immaginare una città diversa. Noi cinque architetti, con tutto il dibattito che si è creato intorno, abbiamo “sciolto” una situazione, ribadendo il ruolo fondamentale di una corretta pianificazione. Del resto, noi architetti abbiamo questa convinzione: crediamo nel “fare”. E non tutti hanno la stessa convinzione: anzi, ci sono molti che credono nel “non fare”. Da qui in poi partiranno tante altre esperienze, concorsi, incarichi che dureranno nei prossimi decenni, ventenni… Si tratta di operazioni che permetteranno a Milano di rinnovarsi.

Per quanto riguarda l’attività in Cina dello studio, come vi state relazionando con quel contesto e con le sue specificità?
Mi piace molto la Cina. Esserci come progettisti significa prendere parte a un momento di crescita eccezionale in un Paese in cui si avverte una forza, un’energia, un dinamismo che noi non possiamo sperimentare: non abbiamo quella dimensione; non abbiamo quei numeri. Per lo studio è un’esperienza di apprendimento emozionante, molto bella. Che sia facile, che scaturiscano dei bei progetti, ancora non lo posso dire. Abbiamo in costruzione una torre di 33 piani a Taiwan – è quasi finita! – ed la nostra più grande torre. Non abbiamo potuto fare la direzione lavori, ma sta venendo bene. Poi abbiamo altri edifici in progress.

Voglia d’Italia. Roma, Italia. 2017. Photo Ernesta Caviola. Courtesy studio EMBT

Voglia d’Italia. Roma, Italia. 2017. Photo Ernesta Caviola. Courtesy studio EMBT

La sua nazionalità è italiana, ma parlando con lei è immediato pensare a Barcellona. In questi anni di vita e lavori lì, come ha visto cambiare la città? Cosa potrebbe imparare l’Italia da Barcellona, data una certa difficoltà ad accettare e incoraggiare il rinnovamento?
Credo che l’Italia stia imparando moltissimo dal confronto con l’estero. Il mio studio e tanti altri studi in Spagna sono pieni di giovani architetti italiani: progettisti capaci, veloci, preparati, che viaggiano in tutto il mondo, imparano e portano a casa quanto hanno appreso. Ora iniziamo a vedere anche in Italia esperienze plasmate da architetti con questo background. Barcellona è sicuramente stata al centro di un incredibile rinnovamento; adesso, anche a causa della situazione economica e politica, il processo sembra essere rallentato. Però gli architetti di Barcellona restano sempre molto bravi e, soprattutto, sanno fare moltissimo anche con poche risorse: questo è un insegnamento eccezionale, da diffondere ovunque.

Viene spesso citata tra le progettiste di maggiore successo ed è di frequente scelta come giurata in concorsi o come relatrice in seminari, dibattiti… Confrontando la fase iniziale della sua carriera con la situazione attuale, caratterizzata da un aumento del numero delle studentesse di architettura e delle professioniste in tutto il mondo, come pensa si stia procedendo nel percorso per il raggiungimento della parità?
C’è ancora un certo freno. Soprattutto ai massimi livelli, è difficile che un grande incarico venga affidato a una donna. È più comune che le venga assegnato un intervento, anche importante, di interior design, un padiglione temporaneo, un allestimento. C’è un’inerzia di abitudine e personalmente sto facendo di tutto affinché venga superata. Lotto molto perché le donne arrivino ad avere in architettura la posizione che meritano.

Durante questa conversazione lei ha utilizzato più di frequente la prima persona plurale anziché la prima singolare. Non è così comune…
Per forza! Il nostro è un lavoro collettivo e per la collettività: non potrei pensare a nessuno di questi progetti senza i collaboratori, che sono fondamentali. In ogni progetto c’è l’energia e il tempo della vita di tante persone.

Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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