Alla Biennale di Architettura 2018 il padiglione della Francia curato da Encore Heureux ‒Nicolas Delon, Julien Choppin e Sébastien Heymard – racconta dieci “luoghi infiniti” contemporanei. Parola ai curatori.

Nel 2016, a Venezia, Obras-Frédéric Bonnet e AJAP14 avevano percorso i territori ordinari della provincia francese per rintracciarvi le nouvelles richesses prodotte da (e generatrici di) un’architettura lontana dalle grandi agglomerazioni urbane e dai riflettori dei media. Anche la mostra dello studio Encore Heureux alla 16. Mostra Internazionale di Architettura propone al pubblico un cambiamento di prospettiva: in questo caso, l’attenzione si sposta dal prodotto finale (l’oggetto architettonico) al processo che lo genera (la sua concezione e costruzione); dall’edificazione ex-novo al recupero dell’esistente; dall’architetto come autore principale alla molteplicità di attori che partecipano all’individuazione, alla realizzazione e alla vitalità degli spazi da progettare. I luoghi infiniti presentati nel padiglione esistono già nello spazio (occupano fabbriche e magazzini dismessi, uffici abbandonati, vuoti urbani senza funzione) e nel tempo (hanno una storia di funzioni e popolazioni che li hanno abitati nel passato). Sono incompiuti, in divenire, perché continuamente reinventati dai collettivi, associazioni, squatter che hanno supportato la loro riattivazione e che ora molto spesso li gestiscono, dagli architetti che mettono le loro competenze al servizio di questo processo di costruzione incrementale, e infine dalle comunità urbane verso le quali si aprono generosamente.

Encore Heureux, Le 6B, Saint Denis. Photo © Alexa Brunette
Encore Heureux, Le 6B, Saint Denis. Photo © Alexa Brunette

UN APPROCCIO OPEN SOURCE E OPEN-ENDED

Il racconto di ciascun progetto attraversa le quattro sezioni della mostra: la prima ne ricostruisce una sorta di “madeleine” proustiana fatta di oggetti, frammenti fisici, maquette degli spazi, in grado di comunicarne l’“anima”; segue una cronologia della storia di ogni luogo, timeline aperta a futuri sviluppi, e una sezione dedicata alle carte collaborative, che mostrano le reti di condivisione collettiva alla base di queste dieci esperienze; la quarta sezione, infine, è uno spazio workshop dove il pubblico può confrontarsi e lavorare direttamente con i progettisti-abitanti dei luoghi infiniti. Tra di essi il 6B di Saint-Denis, la Friche La Belle de Mai di Marsiglia, l’Hôtel Pasteur di Rennes e anche il Centquatre di Parigi, dove ha sede l’atelier di Encore Heureux. Attraverso la scelta di riutilizzare integralmente i supporti espositivi della mostra Studio Venezia, allestita da Xavier Veilhan per la Biennale 2017, il trio dei curatori dichiara la propria volontà d’interpretare il padiglione veneziano secondo un approccio open source e open-ended, largamente ispirato a quello dei progetti in mostra. Così, anch’esso si trasforma in un luogo infinito, in attesa delle future Biennali che ne cambieranno nuovamente i connotati.

Encore Heureux. Photo © Elodie Daguin
Encore Heureux. Photo © Elodie Daguin

L’INTERVISTA

Freespace e Lieux Infinis: qual è la relazione tra i vostri “luoghi infiniti” e lo “spazio libero” a cui è dedicata questa Biennale? Quali sono le specificità dei primi rispetto al secondo?
Quelli che chiamiamo luoghi infiniti sono tali innanzitutto perché riscoprono e inventano nuove possibilità per spazi abbandonati, vuoti. Sono non finiti per definizione, perché in continua trasformazione. Spesso sono costruiti collettivamente, senza essere stati integralmente pensati a monte. Si appoggiano sulla società civile, si affidano a essa e, in questo senso, sono dei veri spazi di libertà, davanti alle oscillazioni e alle tante crisi che attraversiamo in questi anni. Accolgono un’energia alternativa, che prepara il terreno per un nuovo modo di lavorare, di vivere e di scambiare con l’altro, investendo su ciò che si ha in comune.

Come avete selezionato i dieci luoghi infiniti del vostro padiglione? Perché li ritenete rappresentativi della molteplicità dei luoghi infiniti che esistono in Francia?
Questi dieci luoghi rappresentano altrettanti incontri nelle nostre vite di architetti. A volte abbiamo contribuito alla loro esistenza, passata o futura, e per questo ammiriamo quello che sono e coloro che li fanno vivere. Questi luoghi non sono necessariamente esemplari da tutti i punti di vista, non sono né migliori né più rappresentativi di altri, ma ci sono rimasti impressi. Alcuni hanno una lunga storia, scritta a più mani nel corso di decenni, mentre altri sono in divenire. Alcuni si estendono su molti ettari e altri sono racchiusi in poche centinaia di metri quadrati. Tutti favoriscono e credono nella mescolanza dei generi, delle attività e dei pubblici. Questi luoghi infiniti esistono innanzitutto nel processo che li costruisce poco a poco. I processi sono incrementali e di vario tipo: lo squatting può risvegliare un luogo, l’autocostruzione facilitarne la riattivazione o il progetto architettonico programmare il suo utilizzo. Ma la qualità di questi luoghi si costruisce soprattutto collettivamente e nel tempo.

L’allestimento della mostra, progettato con Collectif Etc, riutilizza i materiali da costruzione di Studio Venezia, il padiglione che Xavier Veilhan ha realizzato per la Biennale del 2017. Quali sono le ragioni di questa scelta? Quali riferimenti vi hanno ispirato nella concezione di questa scenografia ready-made?
Come architetti, dobbiamo confrontarci con quella che viene chiamata la crisi della materia. Questo termine fa riferimento da un lato all’esaurimento delle risorse (sabbia, rame, minerali, ecc.), dall’altro all’accumulazione di rifiuti, di cui il settore delle costruzioni è uno dei principali produttori. Da parte nostra, vogliamo contribuire a un’economia circolare applicata all’architettura, attraverso il riutilizzo dei materiali. Per costruire l’allestimento del padiglione avevamo a disposizione tutta la materia che c’era già, ossia questi pannelli di compensato. Ne abbiamo semplicemente fatto un inventario, a partire dal quale abbiamo concepito il nostro progetto. È un atteggiamento attento a ciò che esiste, parsimonioso, ragionevole, che ricerca un’ecologia delle azioni. La maggior parte dei luoghi infiniti che presentiamo qui condividono questa attenzione per il reale.

Encore Heureux, La Friche La Belle de Mai, Marsiglia
Encore Heureux, La Friche La Belle de Mai, Marsiglia

I progetti che avete selezionato testimoniano di una relazione virtuosa tra gli spazi esistenti e le pratiche temporanee che li reinventano. In questo contesto d’azione, qual è il ruolo della trasformazione materiale, permanente, architettonica dello spazio? Come contribuisce a fare di questi luoghi il supporto di nuove attività?
La qualità di questi luoghi si manifesta nel tempo, attraverso il coinvolgimento di un gruppo di attori spesso molto ampio. D’altra parte, questi luoghi si appoggiano a edifici e spazi storici che hanno un grande potenziale. Spesso si tratta di complessi dotati di cortili o di spazi esterni recintati, che facilitano il processo di appropriazione. Le trasformazioni permanenti possono essere lente, svilupparsi negli anni, essere auto-costruite. E sono sempre al servizio di un’architettura invisibile, quella delle relazioni sociali, costruite pazientemente, per mezzo di una gestione collettiva.

Attraverso i progetti presentati nel vostro padiglione si possono anche mettere in discussione i confini della professione dell’architetto che, nel corso degli ultimi anni, ha saputo reinventarsi e moltiplicare le sue competenze, per reagire alla convergenza economica sfavorevole e per confrontarsi con le tante criticità delle città contemporanee. Cosa ne pensate?
Noi siamo a favore degli architetti “generalisti”, che possano gestire tutta la complessità dei progetti che costruiscono. In certi casi gli architetti hanno contrattato per ‘”aprire” dei luoghi, senza per questo esserne necessariamente i committenti; oppure hanno accompagnato la nascita di questi luoghi abitandoli già prima della loro trasformazione. A volte li hanno costruiti con le loro mani. In sostanza, gli architetti che s’impegnano in questo tipo di progetti accettano di estendere le loro competenze e di lavorare nella costruzione di luoghi, più che di semplici edifici. Che significa anche sviluppare una grande attenzione a tutto quello che permette agli uomini di stabilire un legame effettivo con questi spazi.

Encore Heureux, Le Centquatre, Parigi
Encore Heureux, Le Centquatre, Parigi

La sede del vostro studio si trova nel XIX Arrondissement di Parigi, all’interno del Centquatre, anch’esso incluso nella lista dei dieci luoghi infiniti. Il Centquatre, come il 6b e Les Ateliers Médicis, sono localizzati in quartieri molto misti sul piano sociale e culturale, dove nuove popolazioni si sovrappongono e a volte entrano in conflitto con gli abitanti di più lungo corso. In queste situazioni, pensate che un luogo infinito possa anche diventare uno spazio esclusivo, più che inclusivo, nel quadro di un processo di gentrification della città?
L’esempio del Centquatre illustra questa idea di uno spazio aperto in un quartiere popolare. È uno spazio che accoglie molte pratiche spontanee (danza, giocoleria e le attività ricreative più svariate) e per questo è frequentato da una popolazione che solitamente non è coinvolta negli spazi culturali tradizionali. Associando una programmazione artistica di livello con queste pratiche libere, il Centquatre tiene fede al suo ruolo di servizio pubblico. Permettendo a persone molto diverse di entrare in contatto, partecipa alla creazione di una mixité sociale decisamente benvenuta ai giorni nostri. Nel caso della Convention a Auch, invece, il luogo infinito ha permesso a un collettivo di abitanti di diventare proprietari dei loro alloggi, in uno spazio magnifico che era vuoto perché, pur trovandosi in centro città, era difficilmente accessibile in automobile e quindi non trovava compratori. Certamente questi luoghi non sono necessariamente dei modelli e il loro spirito può essere a volte distorto, quando si cerca di copiarli malamente. Però bisogna ispirarsi a essi, alla loro energia, che riesce a produrre delle alternative proprio attraverso la mescolanza dei generi, delle attività e dei pubblici.

Alessandro Benetti

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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.