Un museo diffuso dell’abbandono. In Romagna

Affonda le radici nel territorio romagnolo l’associazione Spazi Indecisi, che sta guidando un’impresa di grande interesse: restituire vita ai luoghi abbandonati e trasformarli in un museo.

Zuccherificio Eridania, Forlì. Photo Francesco Bertozzi
Zuccherificio Eridania, Forlì. Photo Francesco Bertozzi

Questa è la storia di come sta crescendo in Italia un museo senza pareti, privo di una collezione permanente, sprovvisto di orari di chiusura, impossibile da localizzare in un unico indirizzo. Eppure i suoi ideatori lo hanno ribattezzato proprio In loco, evocando l’espressione latina ‘sul luogo stesso, sul posto’. Una provocazione? Una sfida lessicale rivolta alle menti acute? Probabilmente la definizione più appropriata da associare a questo ambizioso progetto di ricerca, curato dall’associazione culturale Spazi Indecisi e supportato da una pluralità di soggetti pubblici e privati, andrebbe ricercata nel duplice significato del concetto di visione.
Sottraendosi alle logiche del tempo e ai vincoli di inizio e di fine, In loco si sta posizionando come un’esperienza di rigenerazione culturale permanente. Le sue radici sono saldamente fissate in Romagna, un territorio nel quale Spazi Indecisi offre una chance di visibilità a una rete di luoghi, privati e pubblici, accomunati dallo stato di abbandono. Anche la recente mostra ospitata nell’ex Deposito delle Corriere, a Forlì, ha permesso di cogliere la dimensione emotiva di questi siti, sperimentando l’associazione tra elementi fisici, come le macerie, con suoni, odori e testimonianze.

Aquaria Park, Pinarella di Cervia. Photo Lorenzo Mini
Aquaria Park, Pinarella di Cervia. Photo Lorenzo Mini

CONTRO L’OBLIO

Il quesito posto dall’associazione è estendibile anche al resto del Paese. Qual è la nostra visione del futuro di quell’enorme porzione di patrimonio edilizio che insiste sul suolo nazionale senza una funzione attiva? Cosa intendiamo trasferire alle prossime generazioni in quella miriade di edifici e infrastrutture oggi stretta nella morsa dell’incuria, dell’oblio, del silenzio? “Non si tratta solo di conservare i muri”, precisa ad Artribune Francesco Tortori, fundraiser e progettista nel team multidisciplinare dell’associazione, “ma di valorizzare il patrimonio immateriale di storie, racconti ed emozioni. Il nostro progetto di museo diffuso dell’abbandono ha una valenza culturale: intende raccontare un territorio tramite ciò che resta della sua urbanizzazione, residui inclusi. Guardiamo alle specificità architettoniche della Romagna, come gli edifici del Ventennio o le strutture legate al ‘divertimentificio’ della Riviera, frutto di processi di consumo di suolo molto aggressivi. Il nostro però è soprattutto un invito alla comunità: vorremmo che fosse la cittadinanza a scegliere cosa salvare, non le logiche immobiliari o gli interventi dall’alto”.

Woodpecker, Milano Marittima. Photo Lorenzo Mini
Woodpecker, Milano Marittima. Photo Lorenzo Mini

PRATICHE ATTIVE

Sul piano della rigenerazione attiva, Spazi Indecisi sta operando in due luoghi compresi nella zona tra Imola e Rimini: l’ex Deposito delle Corriere di Forlì e l’ex acquedotto Spinadello di Forlimpopoli. In entrambi i casi è stato impiegando un criterio che l’associazione vorrebbe divenisse un modello ripetibile anche altrove: far seguire una scrupolosa attività di approfondimento e ricerca a pratiche attive, condotte in loco con le comunità e “prototipo” per un possibile futuro funzionamento. “Tra le iniziative in corso”, conclude Tortoli, “rientrano la messa a punto di itinerari da veicolare attraverso mappe e lo sviluppo di un dispositivo web per espandere l’esperienza dei visitatori ‘in loco’.”
Incoraggiare le persone a sentire e vedere con i propri occhi questi luoghi è infatti il principio che ispira l’intera operazione.

Valentina Silvestrini

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #41

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.

1 COMMENT

  1. Una iniziativa veramente lodevole che si spera possa finalmente far aprire gli occhi su tutto quel patrimonio nazionale, come ex acquedotti, ex stazioni appunto, ma anche ex manincomi, fornaci, case cantoniere, e altre strutture ancora. Un enorme patrimonio dismesso lasciato ingiustificatamente abbandonato al suo destino e che invece può diventare una risorsa culturale, identificativa e, in termini economici, una risorsa turistica .

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