L’architettura come disciplina di progetto ma soprattutto di pensiero e d’audacia. “Marcher dans le rêve d’un autre” è il titolo scelto per indicare la continuità fra le visioni del passato e quelle del presente, sul filo di una narrazione che rinnova il passato attraverso la progettazione. Un approccio curatoriale non convenzionale caratterizza la prima edizione della Biennale d’Orleans, incentrata sul racconto del lato umanistico, anziché tecnico, dell’architettura.

Se è vero, come riteneva Dostoevskij, che la bellezza conquisterà il mondo, a costruire questa bellezza contribuisce in maniera sostanziale anche l’architettura. Ne sono convinti Abdelkader Damani e Luca Galofaro, commissari di una Biennale da loro pensata come esposizione di pensieri ben più che di progetti, un viaggio alle radici della creatività architettonica attraverso esperienze in stretta connessione con il paesaggio, la realtà sociale, la memoria collettiva. In omaggio anche al pensiero di Hans Hollein, che considerava l’architettura un’arte espressione dello spirito umano. La mostra principale, al Frac, si dispiega fra autori ormai storicizzati e altri in piena evoluzione, tutti accomunati dal concepire l’architettura come una disciplina utile e necessaria al progresso civile.
Negli Anni Sessanta, decennio utopico per eccellenza, la fantasia era al potere anche in architettura, e non sembravano esserci limiti alle potenzialità realizzative. Jean-Louis Chanéac è stato fautore di un’architettura organica e mobile, funzionale alla realizzazione di “cellule individuali”, non troppo diverse dalle intercamere plastiche pensate da Paolo Scheggi. Una simile modalità abitativa rende necessario il ripensamento dell’urbanistica tradizionale, per il quale si è parlato di “urbanismo futurologico”; ognuna delle cellule si muove su enormi arcate di cemento (che trasformano la città in un paesaggio di colline artificiali), e può unirsi alle altre creando situazioni abitative sempre diverse, a seconda delle esigenze. Un’utopia, certamente, ma che rispondeva di avere a disposizione città a misura d’uomo, non avvelenate dall’inquinamento automobilistico, dove creare spazi relazionali flessibili.

Ugo La Pietra, Recupero e reinvenzione, 1975. Collection Frac Centre-Val de Loire
Ugo La Pietra, Recupero e reinvenzione, 1975. Collection Frac Centre-Val de Loire

TRA UTOPIA E REALTÀ

La visione curatoriale, per quanto attratta dal fascino dell’utopia, non perde comunque contatto con la realtà e le sue problematiche; l’incontro-scontro fra i due poli opposti, viene efficacemente rappresentato dall’accostamento di due opere di artisti provenienti da ambiti culturali profondamente differenti. L’italiano Ugo La Pietra, artista, architetto e designer, nella serie Recupero e reinvenzione (realizzata fra il 1969 e il 1975, anni particolarmente agitati per l’Italia democratica, dove il disagio delle periferie andava assumendo preoccupanti caratteri delinquenziali), alza la voce sulla necessità di riappropriazione dello spazio urbano da parte dell’individuo, in reazione a politiche urbanistiche alienanti, a un sistema cittadino “autoritario” colpevole di aver rotto la rete di relazioni sociali anche attraverso la costruzione di quartieri dormitorio, senza spazi pubblici, aree verdi, luoghi d’incontro. Una serie di fotomontaggi in bianco e nero, che ricordano lo stile di Nadar, “incita” a dare nuove sembianze allo squallore di agglomerati urbani senza volto, dove anche l’individuo rischia di perdere il suo. A La Pietra si contrappone, per efficace scelta curatoriale, il tunisino Nidhal Chamekh, che nel video Never give up (2017) documenta come rendere lo spazio a misura d’uomo non sia affatto semplice. Documentando gli scontri e i disordini avvenuti nel 2016 nel campo per migranti di Calais, ci dimostra come, in qualsiasi luogo, alla base di qualsiasi progetto di organizzazione dello spazio, debba stare un’accorta politica di organizzazione dei rapporti umani, favorendo il dialogo, l’inclusione, la conoscenza, l’uguaglianza. Calais rappresenta una situazione al limite, ma la dinamica non è poi così diversa da quella delle periferie romane degli Anni Settanta, fucina di terroristi e delinquenti seriali, il cui futuro avrebbe potuto essere diverso se nell’ambiente urbano circostante avessero trovato le possibilità di esprimere se stessi, di eludere la noia e il disagio, e di rapportarsi con una qualche forma di bellezza.

Didier Fiuza Faustino, Mesarchitecture. Tomorrow s shelter. Étude, 2017. Collection Frac Centre-Val de Loire
Didier Fiuza Faustino, Mesarchitecture. Tomorrow s shelter. Étude, 2017. Collection Frac Centre-Val de Loire

LA FINE DELL’UTOPIA?

Il caos di una contemporaneità fatta di conflitti su vasta scala, migrazioni di massa, cambiamenti climatici dalle conseguenze drammatiche sulla qualità della vita, ha fatto saltare qualsiasi visione unificatrice, facendo apparire obsoleta qualsiasi forma di utopia. Poiché, però, l’arte non può fare a meno di spingersi oltre, l’ex collegiata di Saint-Pierre-le-Puellier ospita quella che può essere considerata la sezione d’avanguardia della Biennale, ovvero le idee e i progetti di quegli architetti che hanno saputo immaginare il futuro dopo la catastrofe, o che all’apocalisse hanno saputo resistere. Con un po’ di pessimismo, o di realismo (dipende dai punti di vista), l’architettura di domani è costretta a misurarsi con il rischio di guerre, di catastrofi naturali, di insicurezza sempre più diffusa. Un approccio ben illustrato da Didier Fiúza Faustino, che in Tomorrow’s shelter ‒ una struttura abitativa adattata a un territorio ostile, a metà fra bunker e palafitta ‒, immagina lo spazio dove riorganizzare una vita comunitaria. In una prospettiva storica si pone invece Jozef Jankŏvic, artista aperto all’architettura, che fu a lungo perseguitato in patria per il suo dissenso al regime. In esposizione, la serie di disegni Architectures (1974-78), che hanno per soggetti luoghi di custodia, stanze per interrogatori, per le torture, luoghi claustrofobici che ricordano le atmosfere di Kafka, con l’individuo-cittadino immerso nell’angoscia di poter essere catturato in qualsiasi momento. Realizzati con l’utilizzo dei primi computer, questi disegni fanno di Jankŏvic un pioniere dell’arte informatica.
Nella Nigeria degli Anni Sessanta iniziò la sua carriera di architetto e pittore Demas Nwoko, fautore di un linguaggio in cui s’incontrano la tradizione europea e quella africana. I suoi progetti di edifici pubblici, una selezione dei quali è visibile a Orleans, sono stati pensati per portare cultura alla massa della popolazione, e con essa progresso civile. Il New Culture Studio, realizzato nel 1967 per essere un teatro e un centro di produzione artistica, rimanda alle forme dei teatri greci, rilette però con materiali locali. Rimasto incompiuto, avrebbe potuto portare enormi benefici sociali alla cittadina di Ibadan. Ma né Nwoko né i suoi familiari hanno perso la speranza di riuscire a vederlo finito, perché non si tratta di un progetto legato soltanto all’estetica, bensì anche e soprattutto a una funzione sociale che sarà preziosa per il territorio: aggregare e fare cultura.

Chanéac, Ville alligator, 1968. Collection Frac Centre-Val de Loire. Donation Nelly Chanéac
Chanéac, Ville alligator, 1968. Collection Frac Centre-Val de Loire. Donation Nelly Chanéac

L’AFFLATO UMANISTA

Quella di Orleans, al suo primo anno, si rivela una Biennale di pensiero, che pone l’architettura e l’architetto al centro di un processo creativo e sociale di fondamentale importanza: costruire edifici equivale a gettare le basi per il futuro di una società, e alla base dell’edilizia stanno in primo luogo le scelte urbanistiche. Per questa ragione all’architettura dovrebbe essere permesso di lavorare a stretto contatto con i decisori politici, perché la pace sociale e una società migliore si realizzano anche con spazi abitativi aperti alla bellezza, alla funzionalità, all’armonia con la natura e con gli altri.
Se, fra le righe, questa biennale ha un messaggio politico (in senso lato), è proprio questo: chiede a gran voce il rispetto del ruolo dell’architetto. In Francia già accade: il Paese può vantare una storicità secolare nel campo. In Italia così non è e il peggioramento della qualità della vita di tante città italiane negli ultimi trent’anni è dovuto anche a scelte urbanistiche sbagliate, compiute soltanto per interessi economici e politici, prese da personaggi senza scrupoli né competenze. A Orleans, invece, si vuole difendere il ruolo dell’architetto come parte di un ideale progetto di costruzione della platonica (e rinascimentale) polis, intesa come comunità politica, ma soprattutto civile, dove la modalità abitativa è il primo ambito di formazione del cittadino.

Niccolò Lucarelli

Orleans // fino al 1° aprile 2018
Biennale d’Architecture d’Orléans
FRAC CENTRE VAL DE LOIRE
88 rue du Colombier
COLLEGIALE SAINT-PIERRE-LE-PUELLIER
Rue du Cloître Saint-Pierre-le-Puellier
https://biennale-orleans.fr/
www.frac-centre.fr

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.