A 20 anni dalla fondazione, la Bonniers Konsthall di Stoccolma racconta il potere politico dell’arte. Intervista

Il centro espositivo svedese compie 20 anni e guarda alla prossima mostra, dedicata alla cultura come forma di resistenza. Conversazione con il team curatoriale del progetto

A Stoccolma c’è chi arriva per i suoi paesaggi d’acqua, chi per perdersi tra le stradine e le facciate colorate della città vecchia, Gamla Stan, chi per avvicinarsi all’estetica del design scandinavo, chi per fare esperienza di un approccio alla quotidianità fatto di semplicità e di atmosfere raccolte. Ma tra una girella alla cannella e una tazza di caffè (rigorosamente filtrato), Stoccolma ha da offrire un centinaio tra musei e spazi espositivi che la rendono il principale hub culturale nel . All’interno di questa rete di istituzioni, la Bonniers Konsthall emerge come tappa significativa in cui l’arte contemporanea diventa uno strumento di lettura del presente.

Kateryna Lysovenko, Madness of Fascism, 2026. Courtesy of Bonniers Konsthall
Kateryna Lysovenko, Madness of Fascism, 2026. Courtesy of Bonniers Konsthall

La Bonniers Konsthall di Stoccolma

Fondata nel 2006 su iniziativa di Jeannette Bonnier, erede della famiglia svedese a capo dell’omonima casa editrice, l’istituzione affonda le proprie radici nella Maria Bonnier Dahlin Foundation che, ad oggi, ha concesso sussidi a 99 artisti, consistenti in un premio in denaro, una mostra presso Bonniers Konsthall e l’acquisizione di un’opera nella collezione della fondazione. Nei suoi vent’anni di attività, la Bonniers Konsthall si è affermata come una delle istituzioni chiave nel ricco panorama culturale svedese, un punto di osservazione privilegiato sulle trasformazioni nel mondo dell’arte contemporanea svedese. Una realtà che, nelle parole della direttrice esecutiva, Ellen Wettmark, “è sempre stata un luogo in cui vengono sfidati i limiti di ciò che l’arte contemporanea può essere e di ciò che un’istituzione artistica dovrebbe essere”.

Tra gli artisti supportati negli anni dalla fondazione non si possono non menzionare la scultrice Klara Kristalova, selezionata come rappresentante del padiglione nordico alla Biennale di Venezia 2026, e Ingela Ihrman, che alla Biennale ha invece esposto nel 2019. Proprio a Ihrman è stata dedicata l’ultima mostra, Nocturnal Games, che ha riunito i lavori realizzati dall’artista dal 2006 ad oggi, attraversando un arco temporale che ha coinciso con l’anniversario della Konsthall.

La prossima mostra della Bonniers Konsthall di Stoccolma

A segnare il prossimo appuntamento espositivo sarà, dal 26 agosto all’8 novembre, The Defeated: The Aesthetics of Resistance 2026, una mostra collettiva che riunisce 19 artisti, registi, scrittori e intellettuali di diverse generazioni e provenienze. Il progetto prende le mosse dal pensiero dell’autore tedesco-svedese Peter Weiss e dal suo monumentale romanzo The Aesthetics of Resistance (1975-1981), una riflessione sul ruolo dell’arte e della cultura come strumenti di resistenza politica, costruzione della memoria e produzione di nuove forme di comunità. Attraverso linguaggi diversi, la mostra indaga le contraddizioni del presente e il modo in cui l’arte possa offrire strumenti per navigarle, aprendo al contempo spazi di immaginazione e possibilità per il futuro. I 19 protagonisti del progetto sviluppano ciascuno una personale interpretazione del tema della resistenza: l’artista italiana residente a Stoccolma Chiara Bugatti, ad esempio, rievoca l’esperienza partigiana del nonno nell’opera Poses and Postures, mentre l’artista ucraina Kateryna Lysovenko affronta lo squilibrio tra vittime e carnefici nel dipinto Madness of Fascism.

Joanna Nordin Asp, direttrice artistica della Bonniers Konsthall, e il critico e ricercatore svedese Kim West, curatori della mostra insieme a François Piron, hanno risposto collettivamente a qualche domanda sulla proposta espositiva.

 Curators, left to right: François Piron, Kim West, Joanna Nordin Asp. Courtesy of Bonniers Konsthall
Curators, left to right: François Piron, Kim West, Joanna Nordin Asp. Courtesy of Bonniers Konsthall

L’intervista a Joanna Nordin Asp e Kim West della Bonniers Konsthall di Stoccolma

La mostra prende le mosse da “L’estetica della resistenza” di Peter Weiss e dalla domanda su come l’arte, la memoria storica e la resistenza possano ancora parlare al presente. In che senso Weiss è ancora una figura utile per interpretare la realtà?
Peter Weiss continua a essere una figura di straordinaria attualità perché rifiuta di separare l’estetica dalla politica. Per lui l’arte non è mai soltanto una questione di contemplazione teorica o di esperienza individuale: è anche una pratica, un modo per imparare a vedere, a pensare, a comprendere noi stessi come comunità e, in ultima analisi, ad agire. È una prospettiva che oggi appare particolarmente urgente. Weiss non offre mai un facile ottimismo. È profondamente consapevole dell’esistenza [nella realtà, di condizioni come, ndr] sconfitta, contraddizioni e incertezza, ma insiste sul fatto che queste condizioni non sono un motivo per smettere di immaginare delle alternative. Più che fornire risposte politiche, la sua opera ci invita a porre domande migliori sul modo in cui la cultura plasma la nostra comprensione della storia e la nostra capacità di immaginare un futuro diverso.

Una delle domande poste dalla mostra è se la cultura possa essere uno strumento per creare un senso di comunità in un mondo diviso come quello di oggi. Avete trovato una risposta a questa domanda?
Per Weiss esisteva un legame profondo tra le forme culturali e artistiche – cioè quelle forme che generano esperienze estetiche – e la democrazia, intesa come la capacità delle persone di determinare le regole in base alle quali sono governate. Per questo riteneva fondamentale che chiunque, indipendentemente dall’appartenenza sociale o di classe, avesse la possibilità di partecipare tanto alla produzione quanto alla fruizione di queste forme. È anche per questo che attribuiva un’importanza centrale all’educazione estetica e all’educazione popolare. Una scultura antica che rappresenta la vittoria degli dèi sovrani sul popolo può, allo stesso tempo, essere letta come un’immagine di insurrezione democratica. Un’ “estetica della resistenza” sarebbe dunque un’estetica che cerca di recuperare criticamente, o di riappropriarsi, di quel potenziale egualitario, mettendolo al servizio della costruzione di un nuovo “noi”, di un nuovo soggetto politico fondato su un’uguaglianza priva di fondamenti precostituiti. La risposta alla domanda se la cultura possa essere uno strumento per costruire una comunità consiste nello sforzo di realizzare socialmente quel principio di uguaglianza che, nonostante tutto, continua a esistere come potenzialità all’interno dell’esperienza estetica. È possibile? Forse sì, forse no. La vera sfida è non accettare come inevitabile che sia impossibile.

La mostra riunisce cinema, letteratura, arti visive e documenti storici. Partendo dall’idea di un legame tra arte e resistenza, quale ruolo svolgono oggi le immagini nel plasmare il consenso pubblico e nel rendere possibile la sua messa in discussione?
Le immagini non sono mai state così potenti, ma non hanno nemmeno mai circolato con tanta rapidità e in quantità così elevate. Agiscono sulle emozioni prima ancora che sulle opinioni, ed è proprio per questo che svolgono un ruolo centrale sia nella costruzione del consenso sia nella possibilità di incrinarlo. Una delle intuizioni fondamentali di Peter Weiss è che dobbiamo imparare a leggere criticamente le immagini: non soltanto ciò che mostrano, ma anche ciò che escludono, le storie che occultano e i punti di vista che privilegiano. È un insegnamento che rimane essenziale ancora oggi. Molti degli artisti presenti in mostra lavorano con archivi, montaggi, materiali documentari o immagini trovate proprio perché vogliono rallentare o modificare il nostro modo di guardare. Ci invitano a interrogare il modo in cui le narrazioni vengono costruite e come le immagini dominanti possano essere rilette, messe in discussione o riappropriate. In questo senso, la resistenza non consiste semplicemente nel produrre immagini diverse, ma anche nel coltivare modi diversi di vedere.

In un momento segnato da guerre e crisi della democrazia, che cosa può ottenere una mostra come questa che la politica e i media sembrano non riuscire a fare?
I media sono concentrati sull’urgenza del presente. L’arte, invece, ha la capacità di collocare il presente all’interno di traiettorie storiche più ampie, mettendo in luce connessioni tra passato e presente che altrimenti rischierebbero di passare inosservate. In questo senso, una mostra può diventare uno spazio in cui la memoria storica viene attivata, e non semplicemente conservata. Alla Bonniers Konsthall concepiamo inoltre la mostra come uno spazio pubblico di dialogo. La democrazia dipende non solo dalle istituzioni, ma anche dalla capacità dei cittadini di immaginare alternative, mettere in discussione le narrazioni ereditate e confrontarsi con la complessità. L’arte non può risolvere le crisi del presente, ma può ampliare l’orizzonte di ciò che siamo in grado di pensare, discutere e, in ultima analisi, rendere possibile.

Jennifer Marie Collavo

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Jennifer Marie Collavo

Jennifer Marie Collavo

Jennifer Marie Collavo si è laureata in Economia e gestione delle Arti all'Università Ca' Foscari di Venezia dopo esperienze di studio presso l'École du Louvre di Parigi e l'Université Libre de Bruxelles. Ha collaborato con case d'asta nazionali ed internazionali…

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